ASSANGE, OGGI SI DECIDE SULL’ESTRADIZIONE da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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ASSANGE, OGGI SI DECIDE SULL’ESTRADIZIONE da IL FATTO

Assange, oggi si decide sull’estradizione

HIGH COURT SENTENZA VIA EMAIL – Sì o no al suo appello. La giustizia inglese si pronuncerà, i giudici potrebbero riaprire il processo

 MICHELANGELO MECCHIA  26 MARZO 2024

FIRMA LA PETIZIONE – Liberiamo Julian Assange: le istituzioni italiane rompano il loro silenzio

Negli Stati Uniti lo attendono 175 anni di reclusione. Oggi l’Alta Corte inglese emetterà una decisione scritta sull’ammissibilità della richiesta di appello contro l’estradizione di Julian Assange, e in ballo c’è il destino del fondatore di WikiLeaks. La giustizia inglese si pronuncerà quindi sull’appello finale.

I giudici potrebbero riaprire il processo; ma se rigettano l’appello ed arriva il sì all’estradizione, al giornalista – che avrebbe esaurito i gradi di giudizio previsti dall’ordinamento inglese – resterebbe soltanto la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. La squadra legale che lo segue ha già annunciato che in caso di sconfitta presenterebbe un altro appello – stavolta ai giudici europei della Cedu – chiedendo l’emissione di un ordine “Rule 39”.

La Corte Europea può attivare questo meccanismo solo in circostanze eccezionali, quando, ad esempio, un individuo rischia la vita o la tortura. Al momento è improbabile che Assange possa essere estradato negli Stati Uniti, nel caso in cui l’Alta Corte si pronunci in tal senso, nel giro di pochi giorni. Ma secondo Stella Moris, la moglie del giornalista, i tempi sono stretti e il governo statunitense potrebbe anche non attendere, prima di procedere all’estradizione, che il caso arrivi alla Corte europea e che i giudici emanino una sentenza.

La notizia che la giustizia inglese si sarebbe pronunciata in via definitiva sul caso ha cominciato a circolare quando è stato reso pubblico l’ordine del giorno della corte; poi è arrivato l’annuncio, via social, di Stella Moris, che per l’occasione ha organizzato una conferenza stampa.

Non si terrà un’udienza pubblica e l’esito del processo (l’Alta Corte si è presa più di un mese per analizzare il caso) verrà comunicato via e-mail agli interessati. La pronuncia della sentenza è attesa per le 10:30 locali (11:30 italiane). Sono dodici anni che il padre di Wikileaks non conosce più la libertà. Su Julian Assange pendono diciotto capi d’accusa, per un totale di 175 anni di carcere. Negli Stati Uniti, che ne richiedono l’estradizione, è perseguito – in base all’Espionage Act, una legge che risale al 1917 – per aver divulgato, a partire dal 2010, 700.000 documenti riservati che hanno rivelato, tra tante cose, crimini di guerra commessi dal governo statunitense in Iraq e in Afghanistan.

Così nel 2010 l’esercito Usa pianificò di arrestare Assange

IL DOCUMENTO – Dopo il video “Collateral murder” e prima degli “Afghan log”, il n.1 di WikiLeaks era atteso in America: le prove del disegno per fermarlo

 STEFANIA MAURIZI  26 MARZO 2024

Le autorità americane pianificavano di detenere Julian Assange alla frontiera degli Stati Uniti nel luglio del 2010, prima che WikiLeaks rivelasse i documenti segreti sulla guerra in Afghanistan, e avevano arruolato almeno un informatore disposto a indossare un microfono nascosto per spiare le conversazioni su WikiLeaks a una nota conferenza di hacker a New York, cui Assange era stato invitato.

Appena otto settimane dopo la pubblicazione del video Collateral Murder, l’inchiesta degli Stati Uniti su WikiLeaks vedeva al lavoro “diverse unità militari”: agenti dell’intelligence, agenti e avvocati della Divisione indagini penali dell’esercito degli Stati Uniti (US Army Cid) e dell’Unità investigativa sui reati informatici dell’esercito (Cciu). Eppure, nonostante questo grande dispiegamento di forze, quattro mesi dopo l’arresto della fonte di WikiLeaks, Chelsea Manning, le autorità americane non avevano la certezza che la persona che aveva parlato in chat con Manning con l’identità di Nathaniel Frank, fosse davvero Julian Assange.

A rivelare per la prima volta queste informazioni sono documenti esclusivi che abbiamo ottenuto dopo una lunga battaglia legale con il Freedom of Information Act (Foia) negli Stati Uniti, contro il Dipartimento di Stato. Permettono di rivelare cosa sia accaduto dietro le quinte in quei mesi del 2010, quando WikiLeaks pubblicava i file segreti del governo americano, per cui Assange rischia 175 anni.

Il piano dell’arresto. Con la pubblicazione del video Collateral MurderWikiLeaks divenne un caso internazionale. Il 7 luglio 2010 (qui il documento originale del 7 luglio), le autorità americane scrivevano che “la Divisione indagini penali dell’esercito degli Stati Uniti ha sviluppato un piano per condurre [operazioni di] sorveglianza a New York a metà luglio in occasione di un grande raduno di noti hacker. La divisione crede che il caso WikiLeaks sarà un argomento di discussione e ha arruolato una persona che collabora per assistere all’indagine […] la divisione prevede che il fondatore di WikiLeaks, Julian Assange, potrebbe partecipare alla conferenza”. L’incontro a New York, a cui Assange era stato invitato per tenere un discorso, era (ed è) una delle più note conferenze hacker negli Stati Uniti: “Hackers On Planet Earth (Hope)”. Quell’anno si teneva tra il 16 e il 18 luglio, una settimana prima che WikiLeaks pubblicasse gli Afghan War Logs. Chelsea Manning, la fonte di WikiLeaks, era già stata arrestata, il 27 maggio 2010, perché aveva confessato in una chat con una persona a lei sconosciuta, Adrian Lamo, di aver passato quei file a WikiLeaks. Tra i documenti c’erano report segreti dell’esercito Usa e circa 260 mila cablo della diplomazia americana.

LEGGI IL DOCUMENTO ORIGINALE DELL’8 LUGLIO

Quale occasione migliore per le autorità americane? “La Divisione indagini penali dell’esercito degli Stati Uniti potrebbe tentare di detenere Assange alla frontiera del Canada/New York se riesce a ottenere informazioni sul suo arrivo”. Ma Assange non si presentò. Al suo posto andò il giornalista esperto di sicurezza informatica, Jacob Appelbaum. Finita la conferenza, volò in Europa: al suo ritorno negli Usa, fu fermato in aeroporto e interrogato.

L’incontro di New York era un evento pubblico, ma i documenti da noi ottenuti rivelano che “la Divisione indagini penali dell’esercito degli Stati Uniti ha una persona che collabora e che ha acconsentito a indossare un microfono, mentre attende la conferenza Hope”. Il microfono presumibilmente non doveva servire a registrare un dibattito pubblico, accessibile a tutti, ma le conversazioni private su WikiLeaks.

L’ostruzionismo Usa. Ma nonostante microfoni, informatori e un notevole dispiegamento di forze, le autorità americane non sembrano avere certezze se quel Nathaniel Frank con cui Manning aveva chattato, prima di passare i documenti segreti a WikiLeaks, fosse davvero Julian Assange. “La Divisione indagini penali dell’esercito degli Stati Uniti crede che quel ‘Nathaniel Frank’ nella chat sia in realtà Julian ASSANGE”, recita un documento datato 10 settembre 2010 (leggi qui), che però rivela: “Ma c’è un’opinione di minoranza che ‘Frank’ possa essere un’altra persona associata a WikiLeaks”. Il nome di quella persona è coperto da omissis, come lo sono moltissime altre informazioni nei documenti. E a breve inizieremo la battaglia legale perché siano rimossi. Le autorità americane hanno fatto ostruzionismo per anni, tanto che le avvocate americane specialiste di Foia, Alia Smith e Lauren Russell dello Studio legale Ballard Spahr, che ci assistono in modo puramente gratuito, dichiarano: “Il tempo impiegato dal Dipartimento di Stato per esaminare la nostra richiesta Foia è inaccettabile. Sono serviti sei anni e speriamo di arrivare a una conclusione presto”.

Interpellato dal Fatto, il direttore di WikiLeaks Kristinn Hrafnsson dichiara: “È veramente preoccupante che Julian fosse nel mirino degli Usa così presto. Dimostra la determinazione dell’amministrazione americana a soffocare il giornalismo quando le fa comodo”.

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