ALTA CORTE ISRAELIANA: ARYE DERY NON POTRÀ DIVENTARE MINISTRO da IL FATTO
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ALTA CORTE ISRAELIANA: ARYE DERY NON POTRÀ DIVENTARE MINISTRO da IL FATTO

Israele, l’Alta Corte respinge l’alleato chiave di Netanyahu: senza Arye Dery non ci sarà governo

Fabio Scuto  19 GENNAIO 2023

L’Alta Corte israeliana ha squalificato l’alleato chiave del primo ministro Benjamin Netanyahu. Il presidente di Shas, Arye Dery, non potrà diventare ministro – come stabilito dagli accordi di coalizione fra Netanyahu e i suoi alleati – per le sue condanne per corruzione l’anno scorso e la successiva sospensione della pena in cambio del suo ritiro dalla politica attiva. E’ evidente che, senza Dery e i voti del suo partito religioso Shas, non c’è maggioranza e quindi non c’è governo per Netanyahu.

La sentenza è una bomba. E’ una sfida all’Ok Corral quella tra i giudici della Corte Suprema – a cui Netanyahu vuole sottrarre nel prossimo futuro la gran parte dei poteri – e la nuova maggioranza, ben decisa a imprimere una svolta a destra alla fragile democrazia israeliana. Dieci degli undici giudici dell’Alta Corte si sono pronunciati contro la nomina di Dery, con il giudice Yosef Elron l’unico a ritenere che la nomina dovesse essere consentita. Nonostante la sua condanna, Dery è stato nominato ministro della Salute e dell’Interno da Netanyahu nel nuovo governo alla fine di dicembre.

Secondo i ricorrenti alla Corte, la condanna penale di Dery e la sospensione della pena che gli è stata inflitta rendono la sua nomina irragionevole. Inoltre hanno sostenuto che la costituzionalità dell’emendamento alla Legge fondamentale del governo è stata violata. I firmatari hanno anche sostenuto che Dery non avrebbe dovuto essere autorizzato a entrare in carica poiché aveva promesso di ritirarsi dalla vita pubblica quando è stato condannato l’anno scorso, una promessa su cui il tribunale ha fatto affidamento per approvare l’accordo.

Il procuratore generale Gali Baharav-Miara si oppone alla nomina di Dery e infatti ha rifiutato di rappresentare il governo di Netanyahu, chiedendo alla Corte di respingere la petizione. La posizione di Baharav-Miara, che è stata presentata alla Corte, è che le molteplici condanne di Dery, durante i suoi anni in cariche pubbliche, “portano all’inevitabile conclusione che la sua nomina a ministro di gabinetto danneggerà gravemente la fiducia del pubblico nell’etica dei funzionari eletti”.

Il primo ministro Netanyahu, rappresentato da avvocati privati, sostiene invece, come ha fatto Dery, che il presidente del partito Shas gode della fiducia del pubblico, nonostante le sue convinzioni, e che la Corte non dovrebbe interferire con le decisioni del primo ministro. E’ qui il nocciolo della questione. Netanyahu vuole – con una maggioranza che si regge 61 a 59 seggi nella Knesset – procedere a una ampia revisione delle leggi che regolano Israele. Dery è la sua “Stalingrado”, non può cedere senza perdere la faccia. E anche il governo. Perché come ha spiegato il ministro del Welfare israeliano, Yaakov Margi di Shas, se l’Alta Corte esclude il leader del suo partito Arye Dery dalle cariche ministeriali, Netanyahu “sa che non ci sarà alcun governo”. A fianco dei giudici dell’Alta Corte ci sono certamente i centomila scesi in piazza a Tel Aviv sabato scorso e le decine di migliaia nelle piazze di tutto Israele. Tutti erano in strada per protestare contro le annunciate decisioni del nuovo esecutivo che danno i brividi all’anima democratica dello Stato ebraico.

DAL BLOG DI FABIO MARCELLI

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E’ soprattutto sulla giustizia – con il premier imputato in tre processi – che si appuntano gli stravolgimenti maggiori che Netanyahu vuole imporre il prima possibile. Lo ha fatto spiegare al suo ministro della Giustizia, Yariv Levin, che ha annunciato una serie di drastici cambiamenti al sistema legale israeliano che indebolirebbero drasticamente la Corte Suprema e conferirebbero poteri illimitati al governo. Il precedente ministro della Giustizia israeliano, Gideon Sa’ar, ha definito il piano “cambio di regime” e ha avvertito che porterebbe a una crisi costituzionale senza precedenti.

Di tutte le diverse componenti la più importante del piano è la “clausola di esclusione” che consentirebbe alla maggioranza più piccola possibile alla Knesset (61-59) di annullare le decisioni della Corte Suprema, che funge anche da Alta Corte di giustizia per ascoltare le petizioni dei cittadini. Israele non ha una Costituzione e la separazione tra potere legislativo ed esecutivo è molto debole, poiché il governo detiene quasi sempre la maggioranza alla Knesset. E’ questo che rende la Corte Suprema l’unica istituzione con il potere di limitare le azioni del governo e la legislazione approvata a maggioranza parlamentare. Nell’attuale equilibrio di potere, la Corte Suprema non può semplicemente scartare arbitrariamente le decisioni o la legislazione del governo. Deve stabilire che la legge annullata contraddice una delle leggi fondamentali di Israele.

Queste 12 leggi fondamentali dovrebbero essere una base per una futura Costituzione israeliana. Quindi, per esempio, se il governo dovesse approvare una legge che danneggia i diritti delle donne, la Corte Suprema potrebbe annullarla perché tale discriminazione contraddice la Legge fondamentale di Israele sulla dignità umana e la libertà. Con la “clausola di esclusione” tutto ciò potrebbe essere ribaltato. Se per esempio il governo approvasse una legge che chiaramente favorisce i cittadini ultra ortodossi e danneggia i diritti degli israeliani laici, e la Corte Suprema poi la annullasse, per ripristinare la legge discriminatoria basterebbero 61 voti alla Knesset.

Esperti legali e avvocati di gran nome hanno avvertito che questo potrebbe aprire la porta a possibilità prima inimmaginabili nell’ordine democratico di Israele. Teoricamente, il governo potrebbe chiudere il quotidiano Haaretz, mettere fuorilegge i partiti di opposizione o modificare le regole elettorali in modo da favorire la coalizione di governo e danneggiare l’equità delle prossime elezioni. Se i 61 deputati schierati con Netanyahu si impegneranno in queste mosse, non ci sarà più nemmeno un modo di sfidarli.

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