ADESSO COMINCIA L’INCUBO da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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ADESSO COMINCIA L’INCUBO da IL MANIFESTO

Adesso comincia l’incubo

SCONFITTA. Noi di sinistra, come ogni cittadino democratico e antifascista, dobbiamo chiederci come mai siamo stati sconfitti tanto duramente, per quali ragioni ci ritroviamo la destra al potere, perché non siamo riusciti a diventare una maggioranza solida, credibile, duratura

Norma Rangeri  22/10/2022

Per chi è di sinistra, l’immagine di una ex missina che sale al Colle per ricevere dal presidente Mattarella l’incarico di formare il nuovo governo, è una sorta di shock politico e culturale. Nessuno, fino a qualche tempo fa, avrebbe mai potuto presagire un avvenimento così devastante per la storia di un Paese che affonda le proprie radici nella Resistenza al nazifascismo.

Ancora oggi, con tutti i rituali che accompagnano la presa del potere da parte della destra, sembra di aver fatto un brutto sogno e di vivere un orrendo risveglio.

Perfino alcuni esponenti della maggioranza, fascisti non pentiti, non credono alla realtà del passaggio dal Colle Oppio (nota sede di fasci picchiatori di Roma), al governo. Ma questo è. Dobbiamo prenderne atto, non stiamo dentro il set di un orribile film fanta-politico.

Giorgia Meloni sarà il prossimo presidente del Consiglio, sostenuta da una maggioranza solida, da un gruppo di fedelissimi nei ruoli chiave della compagine, nonostante i balletti ministeriali degli ultimi giorni, e le temerarie, comiche, patetiche uscite del Cavaliere, pronto a tutto per strappare la luce dei riflettori, e difendere il patrimonio familiare.

Si è molto discusso poi sul significato, storico per il nostro arretrato paese, della nomina di una donna alla guida di Palazzo Chigi. Ma, almeno in questo caso, la differenza di genere ha contato nulla.

Perché la giovane Meloni non ha mai messo le donne al centro dell’attività del e nel suo partito. Semmai, c’è da temere che proprio sui diritti conquistati dalle donne, si faranno drammatici passi indietro.

Tuttavia le va riconosciuta una notevole capacità politica che la colloca sicuramente al di sopra dei suoi alleati, Salvini e Berlusconi. E, grazie ai numeri parlamentari, Meloni potrà esercitare una leadership probabilmente anche più duratura rispetto ai partner di maggioranza.

Il tempo ci dirà molte cose, anche se già parla chiaro il lessico autarchico usato per cambiare i nomi di alcuni ministeri (“Famiglia e natalità”, “Agricoltura e sovranità alimentare”, “Delle imprese e del Made in Italy), e di segno liberista (“Istruzione e merito”). Con gli impegni programmatici che seguiranno, capiremo quale direzione prenderà il Paese sul piano economico, sociale, internazionale (indigesto mix di atlantismo e putinismo).

E sul piano costituzionale, quando questa destra (che nulla ha a che fare con le destre liberali di altri Paesi), metterà mano alla Costituzione, cambiandola in senso presidenzialista e del regionalismo censitario.

Lo shock iniziale non può, non deve essere superato come fosse soltanto uno stordimento momentaneo. Noi di sinistra, come ogni cittadino democratico e antifascista, dobbiamo chiederci come mai siamo stati sconfitti tanto duramente, per quali ragioni ci ritroviamo la destra al potere, perché non siamo riusciti a diventare una maggioranza solida, credibile, duratura.

In tanti hanno perso fiducia nelle “magnifiche sorti e progressive”.

Tanti, troppi lavoratori non riconoscono più nei partiti democratici uno “scudo” protettivo. E tanti, troppi giovani non vedono la sinistra come forza propulsiva, in grado di offrire un futuro, una speranza.

Dovremo capire perché il nostro mondo stia vivendo un dramma tanto profondo, quasi esistenziale.

Ma dovremo anche impegnarci a contrastare, giorno per giorno, le parole, gli atti, i comportamenti di chi crede solo nel vecchio motto della Casa delle libertà di guzzantiana memoria. La libertà non già nei diritti di tutti, con qualunque colore della pelle, orientamento sessuale, condizione sociale.

Saranno tempi duri. Ma metteremo tutto l’ impegno per non morire reazionari.

Le lezioni della crisi nel tornante stretto della storia

L’INCARICO. Meloni ha accettato l’incarico di formare il governo senza riserva. Pochissimi i precedenti. In tempi recenti, ricordiamo il voto del 13-14 aprile 2008.

Massimo Villone  22/10/2022

Danno aggravato dall’applauso della platea forzista. Ma esternazione e applauso sembrano aver accelerato, piuttosto che ritardato, il passo della crisi. Anzitutto, Meloni ha accettato l’incarico di formare il governo senza riserva. Pochissimi i precedenti. In tempi recenti, ricordiamo il voto del 13-14 aprile 2008. Dalle cronache ricaviamo che il 7 maggio Berlusconi si recò al Quirinale intorno alle 19.30, con la lista dei ministri. Ricevette l’incarico, che accettò senza riserva, immediatamente presentando – come risulta dal comunicato del Quirinale – la lista dei ministri. Nella stessa data il Presidente della Repubblica accettò le dimissioni per il precedente governo, e nominò il presidente del consiglio e i ministri di quello nuovo (IV Berlusconi).

C’è stato poi il difficile parto del governo gialloverde nella XVIII legislatura. Dopo il voto del 4 marzo 2018 Conte ricevette un primo incarico, cui rinunciò per la bocciatura di Paolo Savona come ministro dell’economia. Il 28 maggio 2018 fu incaricato per un governo tecnico Cottarelli, che rinunciò il 31 maggio. Nel comunicato del Quirinale del 31 maggio si legge che Mattarella «ha ricevuto questa sera al Palazzo del Quirinale il professor Giuseppe Conte al quale ha conferito l’incarico di formare il governo. Il professor Conte ha accettato l’incarico e ha presentato al Presidente della Repubblica la lista dei Ministri». Il 1° giugno ebbe luogo il giuramento.

Meloni ha seguito questi precedenti. Ha accettato senza riserva, contestualmente presentando – in un lungo incontro – la lista dei ministri. Nomina subito da parte di Mattarella, giuramento sabato. Ci sono i nomi oggetto di qualche turbolenza, come Tajani e Salvini rispettivamente agli esteri e alle infrastrutture, e vicepresidenti. Nordio alla giustizia e Casellati alle riforme sanciscono la sconfitta di Berlusconi. La nomina di Calderoli alle autonomie potrebbe essere una cambiale pagata all’alleato leghista.

Dalla dichiarazione di Mattarella dopo l’incontro non sono emersi problemi particolari. D’altronde, va considerato che l’elemento essenziale cui il capo dello stato deve guardare è che vi sia nelle Camere una maggioranza per la fiducia. Non deve contare il suo personale gradimento per le politiche del governo che nasce, o per il curriculum vitae di chi ne fa parte. In rare occasioni ha opposto un diniego alla proposta ricevuta. Ma è l’eccezione, riassumibile nell’ipotesi che dal nome in sé può desumersi un indirizzo, e quindi in prospettiva atti di governo potenzialmente confliggenti con il ruolo di garante dello stesso capo dello stato.

Il caso più noto è quello, prima menzionato, di Savona. Ricordiamo la puntigliosa difesa della propria scelta da parte di Mattarella, che forse segnala la consapevolezza di un passo discutibile. Certo, mentre Meloni non sembra aver avuto problemi con Mattarella, potrebbe aver aggravato quelli che ha in casa con i riottosi compagni di strada. Si capirà con il voto di fiducia, o, con maggiore probabilità, nel governare giorno per giorno.

Intanto, la crisi che va a chiudersi offre qualche lezione. La forma di governo parlamentare, tanto vituperata dagli adoratori del falso idolo della governabilità/stabilità, ha dimostrato, nella legislatura appena chiusa e nell’avvio della nuova, flessibilità e resilienza. Ha consentito di affrontare senza drammi lo stretto tornante nella storia della Repubblica che il governo della destra di per sé rappresenta, e la successione comunque difficile a Draghi. Mentre i modelli che si vorrebbero imitare in chiave di investitura popolare di chi governa mostrano le proprie debolezze. Basta guardare agli Usa, alla Francia, fino alla ultima clamorosa vicenda della Truss in Gb. Avrebbero dato risultati migliori? Ne possiamo dubitare.

Un vero piano di riforme – che mi piacerebbe definire di sinistra – per stabilizzare il sistema politico del paese dovrebbe guardare a tutt’altro: una legge elettorale proporzionale, una legge sui partiti politici, un ripristino del finanziamento pubblico della politica. Sarebbe utile anche una rivisitazione del Titolo V. Ma a guardare le forze in campo, di maggioranza e di opposizione, è difficile trovare ragioni di ottimismo.

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