9 MARZO IN DIFESA DI GAZA (MA SENZA LE “BANDIERINE”) da IL FATTO e IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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9 MARZO IN DIFESA DI GAZA (MA SENZA LE “BANDIERINE”) da IL FATTO e IL MANIFESTO

9 marzo in difesa di Gaza (Ma senza le “bandierine”)

GIANFRANCO PAGLIARULO*  5 MARZO 2024

Capitolo primo. Nei giorni scorsi per protesta contro l’eccidio in corso a Gaza un giovane militare dell’aeronautica statunitense di nome Aaron Bushell si è dato fuoco davanti all’ambasciata israeliana a Washington al grido di “Palestina libera”. È morto poco dopo. La notizia ha avuto scarsa eco sulla gran parte dei media italiani.

Sempre pochi giorni fa a Gaza più di cento palestinesi affamati ed esausti sono morti sotto il fuoco dell’esercito israeliano e nella calca della disperazione. A oggi a Gaza si contano circa 30 mila morti, di cui migliaia di bambini e di donne, giornalisti, medici, personale delle Nazioni Uniti. I feriti sono circa 70 mila. C’è il rischio da un giorno all’altro di un massacro di dimensioni inaudite a Rafah, al confine con l’Egitto, dove si sono rifugiati più di un milione di palestinesi in fuga. Per distruggere Hamas, responsabile della orrenda mattanza del 7 ottobre, una formidabile potenza militare e tecnologica diventa sterminatrice di civili totalmente indifesi. Di guerre ne abbiamo viste tante, ma non abbiamo mai visto niente di simile.

Capitolo secondo. Le manganellate di Pisa (e di Firenze) non sono un unicum, perché precedute da altrettanti analoghi interventi in precedenti circostanze a Bologna, Napoli, Torino. Con tutta evidenza non si tratta del particolare zelo di questo o quel commissario, ma di precise indicazioni istituzionali (leggi: ministero dell’Interno) sul “nuovo modo” con cui presidiare le manifestazioni di piazza che esprimono posizioni sgradite all’attuale governo. Questi due capitoli sono la ragione della grande manifestazione nazionale che un larghissimo numero di associazioni e di forze sociali ha promosso per il 9 marzo a Roma “per difendere il diritto e la libertà di manifestare, per il cessate il fuoco, impedire il genocidio, garantire assistenza umanitaria, liberare gli ostaggi e i prigionieri, la fine dell’occupazione, il riconoscimento della Palestina, una conferenza internazionale per la pace e la giustizia in Medio Oriente, in difesa del diritto di manifestare in Italia”.

Questa piattaforma politica è il punto di arrivo di una lunga serie di incontri, al fine di trovare un comun denominatore fra soggetti che legittimamente sottolineavano diversi accenti, e che andavano grosso modo da chi proponeva di limitarsi alla richiesta del cessate il fuoco a chi richiedeva di “fermare il genocidio”, implicitamente sostenendo che è in corso. Seppur sofferta, è stata individuata la soluzione più equilibrata con le parole “impedire il genocidio” (il che vuol dire che non c’è ancora, ma può esserci) raccogliendo così la preoccupazione della Corte Internazionale di Giustizia, che ha parlato di alto rischio di violazione della Convenzione contro il genocidio. Ma non soffermiamoci solo su questo: si tratta di fermare la continua, incoraggiata e spesso sanguinosa espansione dei coloni in Cisgiordania, di porre termine all’occupazione, di riconoscere lo Stato palestinese. Assieme, ci si contrappone a chi, sbagliando, invoca uno slogan come “Palestina dal fiume al mare” (cioè dal Giordano al Mediterraneo), il che vuol dire cancellare Israele, posizione speculare alla politica radicale dell’attuale governo israeliano che opera (con successo) verso la realizzazione dell’obiettivo di Israele dal fiume al mare, cioè nessuno Stato palestinese. Ricordo appena che in questi mesi scanditi dal massacro quotidiano di Gaza è stato energicamente contrastato, in particolare dall’Anpi nazionale, qualsiasi accostamento fra la pur sconvolgente strage in corso e la Shoah, perché gravemente sbagliato storicamente e politicamente.

Nella spaventosa tragedia in cui versa Gaza e nell’inquietante tornante in cui versa il nostro Paese ove si espandono politiche repressive da parte del governo Meloni, tutto ci vuole, tranne che bandierine, impuntamenti, personalismi, strumentali lacerazioni e tanto meno compiacenti interviste a quotidiani di estrema destra. Mai come oggi occorre equilibrio: ci aspetta un 25 aprile particolare, perché il 2024 è l’80° anniversario di fatti che hanno segnato la memoria, la storia e la vita del nostro Paese, dalle Fosse Ardeatine a Marzabotto a Sant’Anna di Stazzema. Non solo: occorre contrastare qualsiasi possibile rischio di involuzione autoritaria. Condivido le preoccupazioni di personalità come Emanuele Fiano e Davide Romano: il tradizionale, grande corteo di Milano non deve fornire occasioni di polemiche; guai a noi se il 25 aprile ci si dividesse sulla tragedia palestinese e sul reciproco diritto all’esistenza e alla sicurezza dei due popoli. Non deve avvenire e non avverrà. È l’ora della responsabilità.
Presidente nazionale Anpi

Se il manganello prepara la strada della guerra

REPRESSIONE. Le cariche di Pisa non sono arrivate per impedire di raggiungere un consolato, ma per stroncare l’istinto di libertà e la voglia di pensare diversamente, cioè di pensare. Media e governo sono già pronti al conflitto bellico. Non servirà più accusare i «centri sociali», diranno la prossima volta che è stato necessario caricare i cortei per lo stato di allerta

Sergio Fontegher Bologna  05/03/2024

Le manganellate agli studenti arrivano in un clima nel quale la preparazione mediatica all’eventualità di una guerra ormai è conclamata. Le prossime cariche saranno giustificate dallo stato di pre-allerta bellico.

È giusto indignarsi per le manganellate di Pisa, ma sarebbe bene che ci ricordassimo tutti quanti che negli ultimi anni la politica dell’ordine pubblico, indipendentemente da chi faceva il ministro dell’Interno, Angelino Alfano o Marco Minniti, Matteo Salvini o Luciana Lamorgese, ha seguito la prassi d’impiegare forze di polizia totalmente sproporzionate all’entità dei manifestanti, con misure di limitazione della libertà altrettanto sproporzionate alla gravità dei reati commessi (quando di reati si trattava).

Fogli di via per uno striscione attaccato a un edificio pubblico, arresti domiciliari per uno spintone a un poliziotto, fedine penali sporcate per una scritta con bomboletta di vernice su una saracinesca. Complici giunte di sinistra, a Milano, a Bologna, in altre città. Nell’indifferenza e nel silenzio generale. Con un palese intento d’infierire soprattutto sui giovanissimi, per insegnare loro a non essere liberi, secondo la regola «ri-educarli sin da piccoli», propria di tutte le dittature del Novecento.

La cosa che mi fa tristezza, nell’ascoltare i racconti di quelli che dieci anni fa erano ragazzi, studenti del primo/secondo anno, diciamo della generazione dell’Onda, è sentirmi dire che in certi Atenei i loro docenti facevano finta di niente: due, tre al massimo su migliaia di cattedratici, di associati, aprivano bocca per protestare, quando la polizia entrava all’università e picchiava.

Per me è trahison des clercs, un tradimento che mi fa guardare con un po’ di sollievo quando oggi accanto ai giovani manganellati – e ad altri che occupano scuole in solidarietà col popolo palestinese – vedo schierarsi anche alcuni loro insegnanti. L’insegnamento è una missione altissima e devi capire, devi stare vicino a quelli che sono affidati a te, anche se sono in minoranza. Anzi soprattutto se sono in minoranza, un insegnante non può tollerare che qualcuno insegni ai suoi studenti a non essere liberi. Perché di questo si tratta: stroncare l’istinto di libertà, stroncare la voglia di pensare diversamente, cioè di pensare.

A questo avrebbero dovuto servire i manganelli di Pisa, mica a impedire ai manifestanti di raggiungere un consolato o chissà quale obbiettivo «sensibile».

Il cosiddetto «ordine pubblico» è l’ultimo dei pensieri di quella trafila di comando che va dal ministero ai prefetti all’ultimo degli agenti. Educare all’ordine, all’obbedienza passiva, questo è l’ordine di servizio. Per giustificare le cariche, sulla stampa del giorno dopo, basta scrivere che in mezzo ai manifestanti ci sono «individui provenienti dai centri sociali», sottolineando magari che hanno qualche anno più della media e sarebbero dunque professionisti del disordine.

Non mi sembra che sia cambiato molto da Genova 2001 a Pisa 2024, se non per due circostanze.

La prima: l’impunità con cui esponenti politici, parlamentari e giornalisti di quella banda hanno sputato sul presidente della Repubblica, la normalità con cui un funzionario in divisa ha potuto dichiarare «Mattarella non è il mio presidente», cioè la facilità con cui oggi ci si può togliere la maschera e far vedere la propria faccia eversiva.

La seconda, molto più grave: che tutto questo avviene in un clima nel quale la preparazione mediatica all’eventualità di una guerra ormai è conclamata.

Le parole dell’ammiraglio Bob Bauer, una delle massime cariche militari della Nato, nel presentare il 18 gennaio alla stampa le manovre militari in corso nel Mediterraneo e nel Baltico come «le più importanti degli ultimi decenni» sono state esplicite (le traggo da Volerelaluna): «Per molti decenni abbiamo avuto questa idea dell’esercito professionale che avrebbe risolto tutti i problemi di sicurezza ma per una difesa collettiva gli apparati militari attuali non sono più sufficienti, tu hai bisogno di più gente che sostenga gli eserciti È l’intera società che deve sentirsi coinvolta, che le piaccia o no».

Aspettiamoci dunque di vedere la nostra “classe dirigente“ cambiare guardaroba, dismettere tailleurs e gessati e indossare la mimetica.

Poi, se si dovesse andare in guerra, saranno i primi a imboscarsi. A combattere, c’è da scommettere, faranno andare come al solito i giovani come quelli presi a botte. Penso che le prossime cariche della polizia non saranno più giustificate tirando in ballo i «centri sociali». Ci diranno che siamo in stato di pre-allerta.

Dunque la pace che chiediamo non è solo per la Palestina, è per noi.

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