25 APRILE: PUÒ ESSERE L’INIZIO DI UNA MOBILITAZIONE POPOLARE da IL MANIFESTO eIL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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25 APRILE: PUÒ ESSERE L’INIZIO DI UNA MOBILITAZIONE POPOLARE da IL MANIFESTO eIL FATTO

Può essere l’inizio di una mobilitazione popolare

25 APRILE. Sarà la stanchezza nel discutere ancora di riforme istituzionali, ma sta di fatto che il dibattito pubblico su questi temi è decisamente carente. E le ipotesi sono due: o la […]

Marco Valbruzzi  24/04/2024

Sarà la stanchezza nel discutere ancora di riforme istituzionali, ma sta di fatto che il dibattito pubblico su questi temi è decisamente carente. E le ipotesi sono due: o la questione non appassiona più oppure non è ancora chiaro il rischio che le riforme governative comportano per la nostra democrazia. Credo che entrambe contengano un fondo di verità, ma la seconda resta più utile della prima: perché se ne capiamo la portata (dei rischi), magari riusciamo a scrollarci di dosso il torpore.

Veniamo allora ai rischi di queste riforme istituzionali. Innanzitutto, sbarazziamoci dell’argomento per cui si tratterebbe soltanto di qualche riformetta, con pochi ritocchi alla Costituzione vigente (il disegno di legge sul premierato) e un’attuazione ordinaria dell’autonomia differenziata. Al di là della propaganda governativa, siamo di fronte a riforme incisive che stravolgono, rispettivamente, la forma di governo e la forma di Stato. Per quanto riguarda il premierato, il disegno di fondo è chiaro: elezione diretta del capo dell’esecutivo, per di più con premio di maggioranza inserito in Costituzione a blindare il governo e il suo leader. Il che comporta un mutamento della forma di governo perché della sovranità parlamentare non resta più nulla e tutto viene deciso, a cascata, dall’elezione diretta del premier. Non è un caso che questo assetto istituzionale sia un unicum tra i sistemi democratici. Proprio perché democratici, questi sistemi mirano alla separazione equilibrata dei poteri, mentre la riforma in cantiere va nella direzione opposta, quella della concentrazione squilibrata del potere in mano a una persona. Se è vero che le Costituzioni servono a frenare e bilanciare tra loro i poteri, con il progetto governativo siamo di fronte a una riforma costituzionale anticostituzionale, che sbatte contro i principi del costituzionalismo e abbatte tutti i potenziali contropoteri (dal ruolo del capo dello Stato al parlamento fino agli altri organi di garanzia).

Ma non finisce qui. Perché il treno delle riforme istituzionali viaggia ancora più spedito sull’altro binario, quello dell’autonomia differenziata. I costituenti avevano disegnato un regionalismo temperato, solidaristico, centrato sull’unità e indivisibilità della Repubblica. Invece, al di là del dibattito inconcludente sugli standard dei diritti fondamentali da garantire da Nord a Sud, la riforma di Calderoli, che di “porcate” istituzionali è gran maestro, segue tutta un’altra rotta. Per un verso, pone le premesse per una scriteriata cessione di funzioni e risorse che finirebbe per fare dell’unità d’Italia uno spezzatino di staterelli in competizione tra loro. Per l’altro, contribuisce a togliere risorse o a depotenziare l’azione di quella Repubblica che, secondo il dettato costituzionale, dovrebbe impegnarsi a rendere un po’ meno diseguale un paese dove i divari – economici, sociali e geografici – sono in crescita da quarant’anni. A questo punto i costituzionalisti identificherebbero – e alcuni lo hanno fatto – diversi profili di illegittimità costituzionale contenuti nel testo di Calderoli. Ma è utile essere ancora più netti: l’autonomia differenziata disegnata da questo governo è programmaticamente incostituzionale, almeno fino a quando non verranno smantellati quei principi di eguaglianza e solidarietà inscritti nella nostra Costituzione.

Basterebbe già questo pacchetto di riforme anti- e incostituzionali per spingere a una mobilitazione in difesa dalla Costituzione. Ma al governo vogliono fare le cose in grande, e lo smantellamento delle regole istituzionali è condito da un controllo sempre più opprimente sull’opinione pubblica: da un lato, manganellando senza fare neanche troppa filosofia le voci dissenzienti e, dall’altro, dando alla voce del padrone governativo uno spazio impari nella tv pubblica. Di fronte a tutto questo, lo spettacolo delle opposizioni è deprimente: una parte battibecca sul sesso degli angeli (vedi alla voce “campo largo”) e un’altra si illude di poter far rientrare nei ranghi costituzionali i progetti di una destra in deficit di liberalismo. E allora che fare? Tante cose, ma da una bisogna cominciare: far diventare il 25 aprile, domani, l’inizio di una mobilitazione popolare contro ogni possibile deriva autoritaria. Col manifesto in mano, ci vediamo a Milano.

Il 25 aprile e la parte sbagliata della Storia

 

GIAN CARLO CASELLI  24 APRILE 2024

C’era una volta un signore che amava indossare, e far indossare agli altri, una divisa confezionata in orbace nero. Questo signore era Benito Mussolini, detto il Duce. Di tanto in tanto si affacciava a un balcone, o si esibiva nella trebbiatura del grano, e ogni volta gonfiava i muscoli, induriva le mascelle…

Voleva comandare tutto da solo, e di fatto fu così per una ventina d’anni (1922-1943), durante i quali ha combinato molti guai e alla fine ha portato il nostro Paese alla rovina e alla tragedia della Seconda guerra mondiale.

Dal disastro del fascismo gli italiani si sono affrancati con la lotta partigiana. Un riscatto di dignità e libertà culminato con la Costituzione repubblicana del 1948.

La Resistenza è una vicenda complessa…

Se ne diamo una lettura parcellizzata, legata a un singolo segmento, ne nascono valutazioni confliggenti. Ma se la lettura è complessiva, risulterà innegabile – parafrasando Italo Calvino – che anche il più idealista, il più onesto, il più dolce dei repubblichini si batteva per una causa sbagliata, la dittatura; mentre anche il più ignaro, il più balordo, il più spregiudicato dei partigiani si batteva per una causa giusta, la democrazia.

Spesso si sente dire che i morti sono morti e che la morte li ha resi tutti uguali. È giusto, com’è giusto sforzarsi di costruire ponti di pace fra gli italiani. Nel rispetto però della verità e della storia, ovvero tenendo ben salda la distinzione tra chi ha combattuto per la dittatura e chi invece ha combattuto per la libertà: la libertà di tutti, anche di quelli che stavano dall’altra parte. I cui eredi possono oggi giovarsene persino riesumando censure e bavagli in una logica tipo “se non la pensi come me sei nemico mio e della patria”.

Veline e veleni. L’iceberg della censura: se ne vede una, tante restano nascoste

ALESSANDRO ROBECCHI  24 APRILE 2024

Il caso Scurati è archiviato. Intendo proprio archiviato, cioè, negli anni nei decenni e nei secoli si troverà negli archivi che il capo del governo italiano, anno 2024, non ha gradito un monologo sul 25 aprile (è domani! Evviva!). Dico archiviato proprio nel senso che se ne troverà traccia per sempre, dal Guardian a Le Monde, dal Frankfurter Allgemeine Zeitung al Times, e giù per li rami, fino al Mongolian Monitor o Philippine Today, insomma una notizia di portata mondiale anche se non è una notizia: ai fascisti non piace l’antifascismo, fingiamo stupore.

Lasciamo i dettagli ai bravi cronisti, ai Mazzinologi, intesi come esegeti del potere in Viale Mazzini, con appena una notazione in margine. Con la sua telefonata ai gerarchi del servizio fu pubblico in cui Giorgia Meloni ha fatto notare che dovevano metterla subito sui soldi – cioè infangare uno scrittore perché non lavora gratis, e diventa ricco con la Resistenza (ahah, ndr) – la capa del governo ha certificato una sua propensione in scienze e tecniche della censura. Cioè: non ha cazziato i suoi perché l’avevano fatto, ma perché l’avevano fatto male, maldestramente. Infangare il censurato, delegittimare chi dice una cosa sgradita, pungerlo in un punto che non riguarda le sue parole, ma tutto il resto, per quanto grottescamente strumentale e belluino, è esattamente un metodo fascista. Quindi, per paradosso, Meloni ha rimproverato i suoi non già di aver fatto un autogol, ma di non aver applicato un metodo; non di aver bastonato, ma di aver bastonato male, da dilettanti.

Per paradosso, alle voci favorevoli alla censura (tutta la stampa di destra del Paese, con l’eleganza che la contraddistingue) se ne uniscono alcune ambigue per altri versi. Una vulgata che vuole la censura come inefficace e stupida perché otterrebbe l’effetto opposto, cioè: ah, che fessi i censori, finiscono per diffondere ciò che volevano bloccare. È un argomento molto scivoloso, perché noi non sapremo mai quanti e quali episodi di censura sono andati invece a buon fine, quali pressioni hanno funzionato (si suppone decine, centinaia) a fronte di un caso che è arrivato all’onore delle prime pagine. È la storia dell’iceberg, di cui vediamo la punta, ma se non siamo scemi sappiamo che là sotto c’è una gran massa che non si vede.

In un bel volume di Riccardo Cassero (Le veline del Duce, come il fascismo controllava la stampa, Sperling & Kupfer, 2004) si può cogliere fior da fiore da quella prepotente idiozia che fu la censura ai tempi del Puzzone. Deliziosi scampoli di prosa come “Continuare a non toccare l’argomento delle code davanti ai negozi per l’acquisto di vari generi” (13 febbraio 1941). Oppure: “Non parlare per ora di richieste di aumenti di stipendio degli impiegati” (9 marzo 1939), e via così, in un florilegio esaltante di divieti, ammonimenti, minacce, esilaranti noterelle di vita e costume: “Non dev’essere assolutamente recensito il libro di Eleonora della Pura Lo scolaro Benito Mussolini” (23 giugno 1938), o anche Basta con Greta Garbo! (14 marzo 1938).

Oggi i mezzi sono più raffinati, certo, ma non meno ridicoli e violenti. Per difendersi, bisognerebbe tenere conto che per una censura che va a vuoto ce ne sono mille che vanno a segno, e che il censore esiste non perché ogni tanto fa una figura di merda, ma perché spesso riesce nel suo intento. Insomma, bisognerebbe stare più attenti non solo a quello che si dice, ma anche a quello che non si può dire, e infatti non si dice. È antifascismo anche questo. Buon 25 aprile.

I peggiori nemici di Giorgia sono i suoi cortigiani

ANTONIO PADELLARO  23 APRILE 2024Dentro Fratelli d’Italia deve esserci un ufficio promozione intellettuali di sinistra. Un paio di settimane fa, Federico Mollicone (noto come “testa più lucida” della cultura meloniana) pensò bene di sponsorizzare il romanzo Dalla stessa parte mi troverai di Valentina Mira, accusandola di offendere la memoria delle vittime di Acca Larentia. Subito, infatti, l’autrice, assurta a protagonista nei principali talk televisivi, ha scalato le classifiche della narrativa proponendosi per la vittoria al premio Strega. Poi c’è lo storico Luciano Canfora che ha goduto di rinnovata (e meritata) popolarità perché querelato e processato su esplicita richiesta della premier (definita “neonazista nell’anima”). Sotto gli occhi di tutti il caso di Antonio Scurati, acclamato dal popolo antifascista dopo la sparizione del suo monologo a Chesarà, nel solito polverone all’italiana. Il tafazzismo di certe sentinelle della Fiamma non sminuisce la gravità del clima d’intolleranza “dall’alto” sempre più diffuso ma pone, in sovrappiù, interrogativi inquietanti in merito ai comportamenti della cosiddetta classe dirigente meloniana. Si chiede, per esempio, Alessandro Campi (politologo non certo ostile alla destra): “Perché impedire a Scurati di leggere, anche se a pagamento, il suo testo scatenando il diluvio di conformistica indignazione che poi si è visto? Spirito censorio, ingenuità, incidente, dabbenaggine o zelanteria?”. Noi propendiamo per una sintesi del tutto, con spiccata prevalenza per la dabbenaggine, a meno che l’azienda non abbia qualche pezza d’appoggio per provare la buona fede. Anche se sorge il sospetto che alcuni recessi del sistema di potere, edificato sulla vittoria elettorale del 25 settembre 2022, abbiano col tempo generato delle consorterie dedite all’autoconservazione. Che la Rai rappresenti l’archetipo di una superfetazione di carrierismi e ruffianerie, è cosa nota. Che questo agitarsi e tramare e censurare per la maggior gloria di Giorgia Meloni finisca per generare dei boomerang che la danneggiano risulta evidente dal trambusto provocato dal caso Scurati nelle stanze di Palazzo Chigi. Tanto che lei ci ha dovuto mettere una pezza pubblicando integralmente il monologo sul suo profilo Facebook, per scrollarsi di dosso dei sospetti infamanti. C’era una leader mossa dall’ambizione di guidare una forza conservatrice e a pieno titolo europea. Che certi suoi zelanti esecutori stanno ricacciando nel buio della storia, in fondo a destra.

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