TRE SINISTRE VS TRE DESTRE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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TRE SINISTRE VS TRE DESTRE da IL MANIFESTO

Il Pd senza popolo pensi ai borghesi

IL LIBRO DI GOFFREDO BETTINI – Il partito democratico preferisce citare gli Scorpion e Pirandello piuttosto che Marx e Gramsci. Invece di “proletari” privilegia “diseredati” e “poveretti”, termini mutuati dalle encicliche papali

DOMENICO DE MASI  14 GENNAIO 2023

Mai al capezzale del Pd si erano affollati tanti medici provenienti da tutte le latitudini politiche e suggeritori di tutte le terapie possibili, compreso il suicidio. A sinistra da capo di Goffredo Bettini, il più influente ideologo di questo partito, è di ben altro spessore sia nel contenuto che nello stile e va preso in seria considerazione.

L’autore è ciò che in sociologia chiamiamo “partecipante osservatore”, intrinseco al sistema che analizza, ma dal quale prende le distanze per poterlo osservare con maggiore imparzialità. Il referto clinico della malattia è netto e impietoso: al posto della misura, dell’equilibrio, dell’ordine, dell’empatia, il Pd esibisce un super Io che mortifica le pulsioni critiche e l’istinto al cambiamento. Piaccia o no agli attuali leader del Pd, essi sono comunque seduti sulle spalle di giganti della politica tra i quali, andando a ritroso, troviamo Berlinguer, Togliatti, Gramsci, Engels, Marx. E Marx definiva la sua sociologia come una “scienza dello sviluppo storico oggettivo”, per cui il pensiero della sinistra va modificato nel tempo col mutare di questo sviluppo. Il libro di Bettini testimonia che il mutamento del Pd, in termini di paradigma e di azione, non è stato adeguato, né sotto il profilo ermeneutico, né sotto il profilo organizzativo, alle trasformazioni che l’avvento postindustriale ha impresso alla società. Sicché oggi la sinistra si ritrova “senza un’idea alternativa di società, senza alcuna ideologia, senza principi forti e coerentemente orientati e senza forme” proprio mentre il capitalismo vive il suo momento di massima innovazione.

Di fronte al rapido mutare della situazione oggettiva, Bettini lamenta che “non è emerso alcun Marx in grado di una critica politica e umana al tecnocapitalismo finanziario”. In effetti, dopo Marx nessun teorico di sinistra ha raggiunto le vette creative del capostipite. Ciò non toglie che, in tutti questi anni, la sinistra abbia prodotto intelletti geniali capaci di interpretare i mutamenti in atto, prevedere quelli futuri, snidare i disastri del neo-capitalismo, della sua tecnologia e del suo sistema finanziario, tentare la costruzione di modelli innovativi di società e di partito. Basti pensare alla teoria critica della Scuola di Francoforte in Germania, alle ricerche di Touraine, di Gorz e dei loro collaboratori in Francia, alle analisi di Wright Mills in America, a quelle di Hobsbawn in Inghilterra, a tutta la vasta letteratura socio-economica, anche italiana: contributi preziosi, intenzionalmente ignorati, insieme ai loro autori, da un Pd che lo stesso Bettini taccia di ignoranza, egoismo e arroganza.

“Marx – scrive Bettini – criticò il capitalismo della sua epoca. Prospettò un’alternativa di società e di civiltà che mosse un pezzo grande di storia. Ma quella storia è finita”. In effetti gli operai, che nella Manchester dell’Ottocento rappresentavano il 94% di tutta la popolazione attiva, oggi in Europa non superano il 30%. Tuttavia, la storia non è finita. Lo sfruttamento, la precarizzazione e l’alienazione non sono finiti: hanno cambiato forma e contenuto per incrementare la loro virulenza e, mancando validi antagonisti, ci sono ampiamente riusciti ”. Se la storia del comunismo reale è finita con la caduta del Muro di Berlino, non per questo il capitalismo ha vinto: l’uno non sapeva come produrre ricchezza, l’altro non sa come distribuirla. Alla fine dei conti, pure essendone mutate le forme, restano intatti e, anzi, sono cresciuti i livelli dello sfruttamento, cioè del fenomeno che giustifica l’esistenza stessa, antagonistica, della sinistra.

Diventa perciò inspiegabile perché mai il partito storicamente leader di questo antagonismo abbia man mano abbandonato, oltre all’ideologia marxista, anche alcuni capisaldi del pensiero di Marx tuttora validi: il rigore del metodo scientifico applicato alle scienze sociali, la visione della società come sistema di classi, la possibilità di trasformare la massa amorfa dei poveri in classe organizzata, il ruolo distorcente dell’alienazione, la necessità di combattere con processi rivoluzionari di sinistra quei processi rivoluzionari con cui la destra accelera a suo vantaggio la corsa della storia.

Dopo avere rinunziato a fondare una società socialista attraverso la “trasformazione rivoluzionaria” cara a Berlinguer, il Pd ha anche rinunziato a introdurre nel capitalismo elementi di socialismo, nei discorsi ufficiali ha preferito citare Pirandello e gli Scorpions piuttosto che Marx e Gramsci, ha edulcorato il linguaggio sostituendo termini potenti come “proletari” e “proletariato” con eufemismi delicati come “ultimi”, “svantaggiati”, “diseredati”, “poveretti”, mutuati dalle encicliche papali.

La possente spinta disgregativa del neoliberismo, non contrastata da un’adeguata controspinta aggregativa del neo-socialismo, ha plasmato un’umanità nevrotica, sgraziata, nichilista, anomica. Tuttavia, secondo Bettini, l’avvento di un principe collettivo e democratico potrebbe creare le premesse e le condizioni per costruire una “democrazia aperta, contesa, conflittuale, progressiva”.

Ma poi è lo stesso Bettini a certificare che l’attuale Pd resta lontano dall’impersonare questo principe, anche se non esclude la possibilità di una sua palingenesi. Per offrire un supporto intellettuale a questa difficile rinascita, A sinistra da capo indica come irrinunziabile la ricerca di una felicità ripulita dall’edonismo, nobilitata dalla giusta misura, resa genuina da un sano rapporto con la propria “terra” non disgiunto da ambizioni transnazionali, secondata da una tecnologia sotto controllo, ancorata alla centralità del lavoro, pacificata da consonanze e alleanze tra datori di lavoro e lavoratori. Dunque dall’interclassismo.

In sintesi, il Pd che Bettini propone è interclassista come la vecchia Dc e come il nuovo Fratelli d’Italia, riformista come il Psi di Craxi, attento a ciò che si muove nei 5 Stelle e chiuso a ogni commistione con Renzi e Calenda. Bettini tollera che il Pd mieta voti nelle “masse borghesi e piccolo borghesi che percepiscono quel partito come il garante della loro condizione” ma gli ricorda che il suo elettorato naturale e prioritario è la massa sfruttata “del popolo lavoratore, del sottoproletariato, delle fasce più povere dei cittadini”. Puntando su questa massa, il Pd riporterebbe alla politica una porzione di astensionisti e quindi aumenterebbe i consensi complessivi raccolti dalla sinistra. A me, invece, sembra più probabile che sottrarrebbe voti ai 5 Stelle per cui, a travaso avvenuto, la somma complessiva dei due partiti resterebbe immutata o addirittura calerebbe.

Molto meglio per la sinistra – io credo – se il Pd, ormai ben radicato nella classe media precarizzata, si rafforzasse come suo partito di riferimento così impedendole di slittare verso destra. I 5 Stelle, che assai meglio del Pd riescono a dialogare con il proletariato e il sottoproletariato, dovrebbero darsi un robusto paradigma di sinistra. Ancora più a sinistra, i cespugli raccolti intorno a De Magistris potrebbero rappresentare l’ala movimentista, più identitaria e combattiva. Queste tre sinistre, simmetriche alle tre destre oggi al governo, potrebbero crescere ciascuna per proprio conto e unirsi tatticamente in occasione delle scadenze elettorali.

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