TOCCATO IL FONDO, LA SINISTRA PUÒ SOLO RISALIRE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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TOCCATO IL FONDO, LA SINISTRA PUÒ SOLO RISALIRE da IL MANIFESTO

Toccato il fondo, la sinistra può solo risalire

ELEZIONI. Non c’è dubbio che Giorgia Meloni, prossima premier italiana, abbia assunto su di sé l’eredità politica di Giorgio Almirante e che quest’ultimo, a suo tempo, avesse trasferito nel Movimento Sociale Italiano l’eredità di Benito Mussolini e del fascismo

Pino Ippolito Armino  30/09/2022

Non c’è dubbio che Giorgia Meloni, prossima premier italiana, abbia assunto su di sé l’eredità politica di Giorgio Almirante e che quest’ultimo, a suo tempo, avesse trasferito nel Movimento Sociale Italiano l’eredità di Benito Mussolini e del fascismo. Il fatto è inequivoco perché storicamente fondato e persino esibito dal partito dei Fratelli d’Italia che sottolinea con orgoglio il filo, potremmo dire senza offendere alcuno, nero, che va da Giorgio a Giorgia, quasi a voler cancellare l’abiura, più o meno totale, più o meno sincera, che del fascismo aveva fatto Gianfranco Fini con la svolta di Fiuggi nel 1995.

Il governo italiano, cento anni dopo la marcia su Roma, sarà dunque a breve nelle mani di un esponente in continuità non dissimulata con il fascismo, come del resto ricordano le analisi che in queste ore piovono sul voto italiano da tutto il mondo. Ciò che, però, non è detto è che questa indiscutibile continuità storico-politica ha davvero poco a che fare con le ragioni del successo elettorale del partito di Giorgia Meloni.
Un elettore italiano su quattro lo ha votato non in quanto erede del fascismo ma, come già in passato hanno mostrato con le loro affermazioni la Lega o il M5S, perché ha saputo offrire alla parte più debole del Paese, ora millantando rifugio in dio, patria e famiglia, una possibile protezione dai disastri provocati dalle pratiche economiche neoliberiste.

Il successo della destra, non da oggi, segna la difficoltà di affermarsi in Italia di quella sinistra cui spetterebbe dare risposta alle rivendicazioni e al disagio sociale dei lavoratori e dei ceto meno abbienti. Questo spazio è stato occupato per molti anni dal Partito democratico che ha, sin qui, saputo abilmente sfruttare la riluttanza dei vecchi elettori comunisti e, in parte, democristiani ad abbandonare la casa dei padri.

Ora questo antico lascito sembra esaurirsi anche per ragioni anagrafiche. Il colpo di grazia potrebbe averlo dato Enrico Letta pur senza avvedersene, il che aggrava il giudizio da dare sull’uomo politico. Ha stretto un’alleanza elettorale con la sinistra di Fratoianni e di Bonelli con i quali, ha però dichiarato, di non voler governare e ha, viceversa, rifiutato l’intesa con i potenziali alleati di governo nel dopo elezioni! Un’astrusità che il rispetto di nessuna “agenda” può far comprendere o giustificare. Sinistra italiana, da parte sua, pur di mettere al sicuro la presenza in parlamento, ha rinunciato alle dichiarate ambizioni di costruire una nuova sinistra che “serve all’Italia e manca in Europa” aggrappandosi alla ciambella incoerente e scoordinata lanciata da Letta. Unione Popolare, con buone idee ma troppo frettolosamente sbarcata alle elezioni, sconta la quasi totale disattenzione dei mezzi di informazione. Il nuovo Movimento 5 Stelle, saldamente in mano a Conte, si definisce, per più o meno comprensibili ragioni di marketing elettorale, pudicamente progressista ma attinge a piene mani nell’elettorato tradizionale della sinistra.

Da questo disastrato panorama occorre ora ripartire sapendo anzitempo che anche Giorgia Meloni, come i suoi precedenti a palazzo Chigi, non potrà tenere a lungo insieme gli interessi di pochi privilegiati vincenti nella competizione sociale con la moltitudine dei perdenti.
La sinistra ha cinque anni di tempo per riorganizzarsi. Non sono pochi ma non vanno sciupati. Il racconto nuovo che può mettere insieme tutti può partire dalle risposte da dare alla crisi climatica, così trascurata in campagna elettorale ma così pressante da non lasciare più che esigui margini di tempo.

La consapevolezza del baratro nel quale l’umanità sta per cadere dovrebbe essere il migliore degli incentivi a mutare il modo con il quale gli uomini abitano il pianeta. La sopravvivenza della specie umana è legata alla capacità che avremo di affrontare e ridurre drasticamente le insostenibili sperequazioni territoriali e sociali che portano alle guerre e alla distruzione del nostro habitat naturale.

Una ricognizione tra i soggetti delle lotte sociali

SOCIETÀ. Con le elezioni del 25 settembre è giunta al pettine anche la crisi della democrazia, resa evidente dall’incolmabile distanza che separa la vita quotidiana dall’autoreferenzialità delle élite politiche che ha contrassegnato una surreale campagna elettorale, sfociata nell’ulteriore ed esponenziale aumento dell’astensione.

Marco Bersani  30/09/2022

Come ampiamente previsto, avremo un governo post-fascista che, mantenendo inalterata l’agenda delle politiche liberiste, con ogni probabilità peggiorerà il clima sociale, mettendo a rischio i diritti delle donne, i diritti civili, il reddito di cittadinanza e i diritti dei migranti. Rendendo, se possibile, ancor più drammatico l’autunno che sta arrivando, tra caro-energia e povertà, attacco ai diritti del lavoro, una guerra che rischia di precipitare tutte e tutti nel baratro e una crisi eco-climatica che investe territori e comunità.

Con le elezioni del 25 settembre è giunta al pettine anche la crisi della democrazia, resa evidente dall’incolmabile distanza che separa la vita quotidiana dall’autoreferenzialità delle élite politiche che ha contrassegnato una surreale campagna elettorale, sfociata nell’ulteriore ed esponenziale aumento dell’astensione. C’è una fetta sempre più ampia di popolazione e settori sempre più larghi di società che non hanno alcuna rappresentanza politica e istituzionale.

E’ un problema enorme che non può essere risolto né attraverso i percorsi ‘entristi’ di alcune forze politiche radicali nell’alveo del centro-sinistra, né dai reiterati, e fallimentari, tentativi di mettere insieme piccoli partiti di sinistra radicale. Con il massimo rispetto per chi vi dedica passione, tempo ed energie, dobbiamo dirci che non è questa la strada e che la reiterazione approfondisce l’impasse.

Non può più essere neppure considerata come una questione che attiene ai soli partiti. Se una società ricca di lotte, di conflitti e di esperienze alternative dal basso non riesce a incidere minimamente sulle scelte politiche generali, il problema riguarda tutte e tutti: non si vive di sola generosità, serve anche una certa efficacia, soprattutto per chi non vuole solo testimoniare nel mondo, ma cambiarlo in profondità.

Qui occorre affrontare l’altro corno del problema: come stanno i movimenti e le esperienze sociali che si muovono dal basso nella società? Siamo desolatamente privi di una rappresentanza politica, ma possiamo dire di contare su una rappresentanza sociale unitaria e convergente?
Molte realtà sociali hanno contribuito a costruire importanti percorsi di convergenza dal basso, affermando come dalle multiple crisi del modello dominante si possa uscire solo costruendo un’altra società.

Sono stati percorsi ricchi, articolati, inclusivi, che hanno permesso l’intreccio tra esperienze di lotta e culture differenti. Pensiamo ad esempio alla costruzione dello spazio politico “Uscire dall’economia del profitto, costruire la società della cura”, nato durante il lockdown e partecipato da oltre 450 esperienze, organizzazioni e realtà associative e da oltre 2000 persone attive a livello individuale, luogo di riferimento e di convergenza fra diverse lotte ed esperienze.

O pensiamo a un’esperienza territoriale come quella di Civitavecchia, dove le lotte per la salute e per l’occupazione hanno coinvolto abitanti e lavoratori di un intero territorio, fino a far retrocedere Enel e Governo e a far approvare un progetto di riconversione energetica senza utilizzo di energia fossile, accompagnato da un piano di conversione ecologica delle attività portuali, delle attività produttive e della mobilità.

E, ancora, alla straordinaria lotta operaia dei lavoratori Gkn di Campi Bisenzio (Fi), capaci di costruire, intorno alla loro vertenza, un’insorgenza dell’intero territorio circostante e di diventare uno dei motori di propulsione della convergenza dei movimenti, in grado di parlare ad ogni territorio e ad ogni luogo di lavoro del Paese. Sono tuttavia sufficienti a reggere l’impatto dell’autunno che ci aspetta? O corriamo il rischio di aver prodotto diversi e importanti percorsi di convergenza fra le lotte, ma di ritrovarci dentro un contesto di “convergenze parallele”, senza riuscire a fare un ulteriore salto di qualità?

Sono questi i temi che vorremmo affrontare, tutte e tutti assieme, nell’assemblea nazionale di convergenza che si terrà sabato 1 ottobre a Roma (presso Scup, Sportculturapopolare).
Senza pretesa di risoluzione immediata, ma provando a fare una discussione vera che aiuti tutte e tutti a fare un passo avanti e a rendere più ampie, inclusive ed efficaci le mobilitazioni e le campagne che sono già in calendario.

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