SINISTRA! CHE FARE? da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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SINISTRA! CHE FARE? da IL MANIFESTO

Quei tormenti dei coraggiosi ai margini del Pd

Paolo Favilli  17.02.2022

Sul manifesto si intensificano interventi sul “Che fare?” per uscire dalla gabbia di un grande paese europeo senza sinistra. È un segnale importante della consapevolezza ormai diffusa tra aree non secondarie della sinistra intellettuale e politica, che il permanere della situazione attuale condanna il paese a privarsi di qualsiasi possibilità di cambiamento. La molteplicità degli interventi si accompagna a numerose iniziative concrete.

Sul dibattito giornalistico su il manifesto, vorrei citare l’articolo di Luca Basile (9 febbraio). La sua tesi è semplice e lineare: visto che a sinistra del Pd esiste solo la difesa «non immune dal patetismo» di «microidentità strutturalmente incapace» di politiche realistiche, «bisogna stare dentro il soggetto maggioritario nel riformismo italiano per cambiarlo». Basile usa, «per stare dentro» l’insieme «riformista», la parola «federazione».

È una scelta impegnativa, che designa una struttura organizzativa tutt’altro che fluida. Le parti che la compongono sono legate da un progetto che le assimila, anche se mantengono spazi di autonomia nel declinare la comune progettualità. Naturalmente, come accade sempre in questo tipo di argomentazioni, ci si guarda bene dall’entrare nelle specificità concrete del «riformismo italiano» e delle forze che intendono rappresentarlo insieme al Pd.

Con molta chiarezza Giorgio Gori indica Draghi come capo di uno schieramento «riformista» articolato sul modello della «Commissione von der Leyen, superando la classica divisione fra centrodestra e centrosinistra» (Huffington Post, 10 febbraio). «Spostare a sinistra» (su che cosa significa si resta, come sempre, nel generico) tale blocco «riformista» con la spinta del pulviscolo delle varie forme di «coraggiosi» è, oggettivamente, un miraggio frutto del pensiero desiderante. E lo chiamano realismo.

Ma cosa deve fare il Pd per essere considerato come la coerente risultante di quelle che ormai sono le sue profonde radici? Un partito politico che, in varie sigle, ha trent’anni di storia, è determinato dagli elementi portanti di questa storia e non dagli artifizi retorici dell’autonarrazione. È questa storia che lo definisce nel pensiero, nella pratica, nella sua natura compatta al di là delle oscillazioni anche ampie (vedi segreteria Renzi) che caratterizzano sempre un oggetto complesso.

Una storia che, fin dal suo inizio, ha fissato con decisione i pilastri della sua identità, e quindi della sua collocazione nelle dinamiche conflittuali della società. Non bisogna dimenticare che è stata proprio la sinistra dei Blair, Schröder, González e D’Alema a introdurre in Europa le strutture sorrettive dell’impianto neoliberale. In Italia, negli anni Novanta, Pds/Ds sono protagonisti sia del disimpegno dell’iniziativa pubblica dalla sfera economica, sia dell’adesione operativa, in termini bellici, alla riconfigurazione dell’ordine internazionale secondo progetto Nato.

Non risulta che anche nella crisi attuale concernente un inatteso e pesante ostacolo incontrato da quel progetto, gli aspiranti federati abbiano espresso posizioni critiche. La scelta dello smantellamento dell’Iri, non della sua riforma, l’operazione Telecom tramite i «capitani coraggiosi» di D’Alema, era il frutto dell’adesione incondizionata «gli interessi della finanza mondiale», dell’adesione ad «un’arena accademica internazionale sempre più marginalistica e neoclassica», dell’abbandono «della migliore scuola economico italiana (…) empirico istituzionale» (P. Ciocca, L’IRI nell’economia italiana. Storia dell’IRI, vol. VI, Laterza, 2014).

In sostanza, per i «neoriformisti», il salto da un paradigma analitico che era stato il loro per quasi un secolo e mezzo, a quello cui la tradizione socialista si era sempre opposta. Chi continua il chiacchiericcio su un Pd alla eterna ricerca di una sua precisa identità, ragiona in termini di comunicazione non di realtà effettuale.

Dalla fine del secolo scorso sono cresciute sulle radici profondamente interrate, ramificazioni che hanno progressivamente interessato tutti gli ambiti della politica del partito, modificandone quasi completamente tanto la sociologia degli iscritti che dei votanti. Oggi il Pd è il partito più serio ed affidabile per l’agenda Draghi. Con il rispetto dovuto ai tormenti degli aspiranti federati, credo che il lamento sarà la cifra distintiva del loro ruolo negli accampamenti periferici che occupano e occuperanno. Anche i margini, però, servono al rafforzamento della posizione centrale della federazione.

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