SI PUÒ FARE POLITICA: UN NUOVO PERCORSO COSTITUENTE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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SI PUÒ FARE POLITICA: UN NUOVO PERCORSO COSTITUENTE da IL MANIFESTO

Le elezioni sono lontane, si può fare politica

Un nuovo percorso costituente

Piero Bevilacqua  08.03.2022

Le reazioni  bellicose di gran parte del ceto politico italiano di fronte all’aggressione subita dall’Ucraina-  che seguono a decenni di  indifferenza nei confronti del quadro politico mondiale –  ci spinge con  ancora più urgenza a occuparci della scena nazionale. In primissimo luogo osserviamo come l’appiattimento del Partito democratico sulle più triviali posizioni atlantiste  rende ormai l’inesistenza di una forza di sinistra  una condizione drammatica della vita italiana . Mentre in varie regioni del pianeta si assiste al collasso degli equilibri ambientali, le pandemie sono diventate un  elemento sistemico della condizione sanitaria del nuovo millennio, la  nostra popolazione diminuisce di anno in anno, noi ereditiamo un ceto politico legato ancora ai paradigmi del ‘900, che continua la corsa agli armamenti, vive alla giornata, elabora discorsi  di pura e scadente pubblicità elettorale. Com’è noto, non si tratta di una situazione solo italiana, ma da noi essa assume le forme più gravi e degradate.

Eppure, c’è un paradosso in tutto questo. Certo, la cultura del ceto politico riflette sempre quella della società civile. E noi abbiamo assistito in questi anni a un immiserimento generale dello spirito pubblico nazionale. Ma non siamo ancora caduti nella notte in cui tutte le vacche sono nere.  Esiste una vasta platea di cittadini la cui cultura non è rappresentata dalla politica, anzi è spinta fuori dal recinto sempre più separato della vita dei partiti. Possiamo forse dire che in nessun altro paese d’Europa si fa cultura e si pratica politica non partitica quanto in Italia. Se proviamo solo ad accennare alle organizzazioni, circoli, associazioni, istituti, fondazioni che operano nei più vari ambiti della vita civile, ispirati da un medesimo orizzonte progressista, abbiamo difficoltà a nominarli. Giusto per non restare nel generico penso a quella popolosa ed eterogenea galassia che va da Slow Food di Carlo Petrini, a Libera diretta da Don Ciotti, a consolidate istituzioni come la Fondazione Basso o al Centro per la riforma dello stato, alle varie ONG attive nel volontariato ,da Medici Senza frontiere a Emergency, ai vari movimenti femministi, ultimo Me Too, alle  centinaia di associazioni ambientaliste, ad aggregazioni con forte insediamento territoriale come i No Tav in Val di Susa, ad iniziative più inclinate verso l’impegno politico,  come l’Associazione per la riforma della sinistra, fondata da Aldo Tortorella, al recente Forum disuguaglianze diversità ispirato da Fabrizio Barca, al recentissimo raggruppamento della Società della cura. Solo per ricordarne alcuni. E non c’è bisogno di rammentare il ruolo che  svolgono i sindacati o un giornale come   il Manifesto. Restano ancora fuori i piccoli partiti di sinistra, con o senza presenza in Parlamento, le migliaia di associazioni locali, anche nel nostro Mezzogiorno, il pulviscolo incalcolabile di aggregazioni intorno a riviste, siti, blog.

Ora non ci sono dubbi che tale costellazione di presidi progressisti sono il frutto di due dinamiche diverse. In parte sono il risultato di una deflagrazione avvenuta nel nostro campo politico, ma rappresentano anche il bisogno diffuso e multiforme di  presenza civile e culturale di milioni di italiani, che non hanno più alcun punto di riferimento generale né un centro di aggregazione e orientamento. Ed è certo vana fatica cercare di mettere insieme i frantumi di una deflagrazione. Neppure pensabile è tentare di federare raggruppamenti così diversi fra loro, ciascuno impegnato del resto a fare la sua parte nel proprio ambito di attività. Essi fanno tutti politica, che evidentemente non si esaurisce nell’attività dei partiti. Senza di loro l’Italia sarebbe immensamente più povera.

Eppure questa vasta congerie di attività, di intelligenze, di culture potrebbe avere un peso assai più grande nell’influenzare le scelte che decidono della nostra sorte collettiva, se essa venisse anche solo episodicamente federata e mobilitata per singole battaglie di larga e generale condivisione. Una aggregazione momentanea che rispetti le multiple identità dei protagonisti e che ne metta in campo la forza comune quando è in corso una rivendicazione in cui in tanti possono riconoscersi. Nessuno può negare che questo sia un obiettivo realistico. Le difficoltà sono solo di natura organizzativa e di capacità di direzione politica. A tal fine un gruppo di studiosi, militanti politici, cittadini senza partito sta tentando una operazione umile e ambiziosa che tenga conto di questa realtà ricca e frantumata e perciò privata della sua grande forza  potenziale. L’avvio di un processo costituente,  animato da un gruppo  pluralista, che fondi il proprio percorso sui grandi problemi del paese- e non sulle alleanze da stabilire o meno con il PD – potrebbe essere la forza  in grado di coinvolgere in vario modo l’universo delle associazioni. Il 9 marzo cominceremo  a Roma con un convegno sulla riforma fiscale, cui parteciperanno studiosi, dirigenti politici e sindacali,  da  Ernesto Longobardi a Luigi De Magistris, da Domenico De masi a Laura Marchetti, solo per ricordarne alcuni. Seguiranno  iniziative analoghe contro l’autonomia differenziata, per la sanità pubblica, l’agricoltura biologica, ecc.  Le elezioni sono lontane si può dunque fare politica.

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