SERVE UNA SCOSSA! SERVE UN’ANIMA PER LA SINISTRA! da IL MANIFESTO
Santoro: «Serve una scossa, uniamoci per la pace»
EUROPEE. Il giornalista presenta la lista promossa con Raniero La Valle. Rifondazione: «Noi ci siamo»
Giuliano Santoro 15/02/2024
Una colomba con il ramoscello di ulivo su sfondo rosso e la scritta «Pace, terra, dignità»: è questo il simbolo davanti al quale Michele Santoro e Raniero La Valle si presentano per annunciare il programma della lista della quale sono promotori. Il quadro disegnato dal giornalista e conduttore per le europee di giugno è il seguente: non ci sarà travaso di voti tra maggioranza e opposizioni, i due schieramenti si limiteranno a qualche riequilibrio interno e l’astensione è destinata a crescere ulteriormente. Dunque, è il ragionamento, c’è bisogno di un soggetto nuovo che irrompa nell’agone elettorale. E il tema attorno al quale radunare i forgotten della politica attuale è proprio la pace.
Per La Valle, i conflitti sanguinosi in Ucraina e in Palestina rappresentano la «soglia di non ritorno»: «Abbiamo lasciato che sia la guerra a decidere – sostiene lo storico esponente pacifista – non secondo un criterio di verità ma di autorità. L’intero sistema è diventato di dominio e guerra. Gaza è il risultato mondiale, massimo, della spietatezza, dell’eliminazione del nemico fin dalla culla. E il mondo dice che quello che fa Israele è giusto. Al massimo chiede una giusta ‘proporzione’, come se si dovessero calcolare meglio costi e ricavi. Quando si arriva a questa contabilità l’anima del mondo è perduta. Ma qualcosa possiamo ancora fare».
Che l’idea di Santoro sia figlia della sua esperienza da uomo di comunicazione lo si capisce chiaramente quando evoca «l’opinione pubblica che irrompe e cambia la scena politica». «Stiamo costruendo un vettore per portare al centro delle europee la pace – prosegue – Siamo qui per impedire che in campagna elettorale di parli di tutto tranne che della guerra». Con chi? «Non partiamo dalle nostre idee – spiega – ma da quelle di tutto il campo che si è schierato contro la guerra. La nostra è una proposta aperta e sono sicuro che Unione popolare la accoglierà». Il segretario di Rifondazione comunista Maurizio Acerbo replica a stretto giro: «Proponiamo dalla scorsa estate di unire il fronte pacifista e abbiamo confermato domenica scorsa con il voto del nostro Comitato politico nazionale la nostra disponibilità a partecipare al progetto di una lista di scopo. Lavoriamo con Luigi de Magistris per la partecipazione di tutta Up sulla base di un programma condiviso».
Santoro avverte: «Non vogliamo fare un partito della sinistra o rifondare nulla, noi vogliamo dichiarare guerra alla guerra. Dunque chi verrà eletto in questa lista deve rispondere a questo compito e tornare ai partiti di appartenenza». E Alleanza Verdi Sinistra? «Ho detto a Fratoianni e Bonelli che anche se non capisco come si schierano sulla guerra che non li viviamo come avversari ma come possibili interlocutori futuri. Noi siamo aperti a tutti quelli che sono contro la guerra fino all’ultimo momento utile». Il messaggio è rivolto a Sinistra italiana: «Insieme a loro potremmo arrivare a prendere più del 6% – dice ancora – Sarebbe un risultato che potrebbe riaprire la speranza in questo paese».
Ci sono le firme da raccogliere. Pare un tecnicismo, ma è anche faccenda di sostanza politica. Santoro assicura che, accordo con Rifondazione o no, accetta la sfida: «Vogliamo essere autonomi. Se non dovessimo farcela significherebbe che il nostro progetto non interessa a nessuno». Peraltro, ciò comporta che vanno preparate le liste: «Dateci due settimane, e saprete chi candideremo». I nomi che circolano, oltre a quelli dei due promotori: l’ex sindaco di Riace Mimmo Lucano («Si batte per esito unitario della lista. Se vorrà candidarsi ne saremo onorati»), l’ex sindaco di Roma Ignazio Marino, l’europarlamentare uscito dal M5S Piernicola Pedicini. E anche Ilaria Salis: «In questo momento lei non è condannata – dice Santoro – Se volesse candidarsi alle europee potrebbe farlo. Ma sta a lei decidere».
Un programma non basta, serve un’anima per la sinistra
CENTROSINISTRA. Il neoliberismo, malgrado i disastri anche recenti di cui è responsabile, è più vitale che mai. Proporsi di andare al governo per imporre sacrifici non giova alla popolarità. All’immaginario concorrenziale della destra va contrapposto quello collaborativo. Chi oggi si oppone trovi la forza di delineare i contorni di un mondo nuovo
Alfio Mastropaolo 15/02/2024
Due urgenze incombono sugli avversari del governo Meloni. La prima è come condurre l’opposizione. Sono ancora troppo divisi, troppo incerti, troppo restii alle azioni di protesta. La seconda, che in parte assorbe la prima, è come prepararsi alle prossime sfide elettorali.
Quest’urgenza riguarda in primo luogo i due maggiori partiti. Tanto più che Azione e Italia viva devono ancora decidere da che parte stare.
Osservatori autorevoli, anche sulle pagine di questo giornale, hanno detto che ciò che serve sopra ogni cosa è un programma. La richiesta è sacrosanta. E il solo rimedio ai personalismi e ai favori occasionalmente negoziati con questo o quell’interesse organizzato in vista delle elezioni.
Ma gli oppositori del governo Meloni versano in una condizione difficilissima. Si fossero riuniti tutti insieme, questo governo ce lo saremmo risparmiato. Ha prevalso la logica dei polli di Renzo. Gliene siamo, ovviamente, molto grati… E non è una condizione che sembra destinata a cambiare.
Litigiosità e personalismi sono nel Dna della sinistra italiana (o del centrosinistra) reinventata dopo il 1992 e la secessione di una quota di elettorato verso i 5 Stelle ha aggravato la situazione. Quello che segue è pertanto un ragionamento consapevolmente velleitario.
Il programma, dicevamo, è necessario e lo è ancor più alla luce delle sfide che aspettano l’opposizione ove tornasse al governo.
La prima sfida sarà lo stato del paese. Non serve troppa fantasia: servizi pubblici devastati, declino industriale aggiuntivo, occupazione vieppiù precaria, saccheggio del territorio, danni ambientali imponenti, stato desolante del debito, mortificazione della condizione femminile, Mezzogiorno in abbandono.
E si potrebbe continuare. Solo l’elenco mette i brividi. È consuetudine consolidata del centrosinistra trascorrere le sue stagioni di governo a riparare i danni di chi l’ha preceduto. I danni richiedono inevitabilmente sacrifici. E questi non giovano alla popolarità elettorale di chi li chiede.
L’altra gravissima sfida sarà l’Europa. Non è di sicuro il caso di uscirne. Ma non è una fraterna compagnia di uguali. E’ uno spazio di conflitti spietati. L’Europa industriale è assediata dalle nuove potenze economiche. Si è acceso perciò un durissimo il contrasto tra l’Europa settentrionale e l’Europa meridionale sul futuro industriale e sull’occupazione di qualità.
Le regole di bilancio testé approvate fanno – intenzionalmente – parte di questo contrasto. Impongono all’Italia, che ancora un po’ d’industria ce l’ha, ma che ha perso la partita sulle regole, di concorrere con un braccio legato dietro la schiena.
Non sono di contorno, questo è ovvio, la sfida ambientale, che si sta accelerando, e quella migratoria, la quale è quanto di più elettoralmente scomodo possa capitare a chi governa.
Come potrà l’Italia affrontare simili sfide? Premesso che solo unendo quante più forze d’opposizione è possibile a farcela, pensare un programma, e definire delle priorità, è arduo, ma fattibile. Il vero ostacolo risiede nelle risorse necessarie per applicarlo, scarsissime in ragione delle sfide di cui sopra. Serviranno sacrifici molto severi: fiscali, ma anche in termini di consumi e stili di vita.
La destra ha già mostrato l’intenzione di governare a spese dei settori più deboli del paese. A chi recalcitra provvederanno le forze dell’ordine. Cosa intendono e possono fare i suoi oppositori per ripartire altrimenti costi e sacrifici al momento non si sa.
Per come stanno le cose, non c’è programma che basti. Serve assai di più. E’ diventata una questione di egemonia, o d’immaginario, come si usa dire. Bisogna assolutamente pensare diversamente la società e offrire agli italiani una prospettiva di respiro, che legittimi e renda sopportabili i sacrifici che saranno loro richiesti.
Se è difficile allestire un programma, è però ancor più difficile elaborare e accreditare un nuovo immaginario. Perché di questo in sostanza si tratta: sostituire l’immaginario concorrenziale in vigore – l’esaltazione dell’individuo imprenditore di se stesso – con un nuovo immaginario collaborativo: siamo tutti sulla stessa barca. Nessuno resti indietro. Dal primato dell’arricchimento privato a quello del benessere collettivo.
Lavoro e dignità per tutti. Dalla disuguaglianza alla solidarietà. Che è come dire: urge archiviare il neoliberalismo.
Mission impossible, almeno finora. Due disastri – la crisi finanziaria del 2008 e la pandemia – di cui il neoliberalismo è responsabile sembrava avessero messo la sua archiviazione all’ordine del giorno. Qualcuno ha finanche suonato le trombe del ritorno dello Stato. E invece il neoliberalismo è più vitale che mai ed è tornata la nazione: sotto le vesti del nazionalismo più bellicoso.
Come rompere allora l’immaginario del privato sopravvissuto perfino all’ecatombe del Covid? E come allestirne un altro? Urge scoprire un mondo nuovo. I partiti d’opposizione devono trovare la forza di delinearne i contorni, prima di enunciare qualsiasi programma.
Dirlo non basterà, ma è il primo passo per aprire il cantiere.
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