PRESIDENZIALISMO, REGIONALISMO, CONFLITTI SOCIALI da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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PRESIDENZIALISMO, REGIONALISMO, CONFLITTI SOCIALI da IL MANIFESTO

Presidenzialismo e regionalismo, opposizioni alla prova

RIFORME. L’attuazione dell’autonomia differenziata è il primo vero banco di prova delle destre al governo e potrebbe persino segnare la fine dell’esperienza Meloni.

Pino Ippolito Armino  28/10/2022

Il governo di Giorgia Meloni, l’esecutivo più a destra che l’Italia abbia conosciuto nei suoi 160 anni di storia unitaria dopo quello di Benito Mussolini, nasce a tre punte: quella nazionalista in continuità missina, quella leghista di natura intimamente secessionista e quella dell’ottuagenario ex cavaliere che oggi appare però assai spuntata.

Le prime due destre, malgrado le reciproche promesse di fedeltà al patto che le tiene insieme, potrebbero entrare presto in rotta di collisione. Qualche avvisaglia viene dal Veneto del governatore Luca Zaia che lamenta la scarsa presenza nel gabinetto Meloni di ministri provenienti da quella regione, la stessa da dove arriva sempre più pressante la richiesta di maggiore autonomia dal potere centrale.

La Lega, come mostra la recente costituzione del “Comitato Nord” da parte di un redivivo Umberto Bossi, è per così dire costretta a rilanciare con forza l’obiettivo dell’autonomia differenziata per tentare di riconquistare, almeno nelle regioni settentrionali, parte dello spazio elettorale andato perso a favore degli scomodi alleati di Fratelli d’Italia.

Giorgia Meloni si è sin qui prudentemente mantenuta in equilibrio non ripudiando apertamente il progetto leghista ma piantando sul terreno della riforma due nodosi paletti. Primo: l’elezione diretta del Capo dello stato che, secondo i suoi intendimenti, dovrebbe fungere da contrappeso a una più marcata regionalizzazione della Repubblica; secondo: l’uniforme estensione a tutto il territorio nazionale dei livelli essenziali delle prestazioni erogate dal pubblico.

Tutti sanno che le regioni del Sud non solo sono ben lontane da quei livelli nelle infrastrutture di base, nella scuola e nella sanità ma spesso, come avviene ad esempio in Calabria, non sono neppure in grado di garantire il servizio sanitario in sé. Se Meloni dovesse, pertanto, ribadire la sua pregiudiziale l’autonomia differenziata non potrebbe avere corso e, semmai, più che trasferire maggiori risorse dallo stato centrale alle regioni del Nord che le reclamano per incrementare la qualità dei servizi offerti ai loro cittadini, bisognerebbe investire per potenziare e in qualche caso addirittura fondare le strutture di cui difettano i meridionali.

L’attuazione dell’autonomia differenziata è, dunque, il primo vero banco di prova delle destre al governo e potrebbe persino segnare la fine dell’esperienza Meloni. Sarebbe, tuttavia, ingenuo cullarsi in questa eventualità perché il totem dell’elezione diretta del Presidente della Repubblica è così seducente da poter travolgere ogni prevista resistenza. Nel caso, tuttavia, i partiti della maggioranza dovrebbero fare ancora ricorso, come già per l’elezione della seconda carica dello stato, alla disponibilità di volenterosi esterni alle forze di governo. Alla prova dei fatti saranno messe allora anche le opposizioni.

Quanti “riformisti” ci sono tra i parlamentari del cosiddetto terzo polo e dello stesso Partito democratico? Quanti di loro sono disponibili a trasformare la Repubblica italiana in una federazione di quasi-staterelli guidata da un presidente eletto direttamente da un popolo sempre più diviso da profonde diseguaglianze territoriali? La nave del governo potrebbe sbattere contro gli scogli dell’autonomia differenziata ma se così non sarà quella che oggi chiamiamo per differenza opposizione di centro-sinistra naufragherà e non tutti i profughi raggiungeranno allora la stessa terra d’approdo.

Contro la «nazione» non ci resta che il conflitto sociale

CHE FARE. Non ci sono ultime spiagge da difendere. Sono tutte inondate. C’è da attaccare «irresponsabilmente» invece il malefico connubio tra estrema destra e dottrina neoliberale

Marco Bascetta  28/10/2022

In un recente sondaggio, per conto della Bild Zeitung, Sahra Wagenknecht, controversa esponente della Linke invisa a gran parte del suo declinante partito, sarebbe tra i leader più apprezzati nella Bundesrepublik.

Il 30 per cento dei tedeschi, e più della metà degli elettori dell’Afd, la formazione nazionalista di estrema destra, si direbbero disposti a votare un suo eventuale partito.

Nel frattempo Wagenknecht ha raggiunto una certa notorietà anche in Italia in seguito alla traduzione di un suo discusso libro (Contro la sinistra neoliberale) che ha incontrato il favore del nazionalismo di sinistra nel nostro paese. Il libro prende di mira una sinistra elitaria e minoritaria, descritta in modo abbastanza caricaturale, più attenta agli stili che alle condizioni di vita e che avrebbe voltato le spalle ai bisogni dei ceti popolari per inseguire sogni cosmopoliti, idilli ecologici, tutela delle diversità e delle libertà strettamente individuali.

A dire il vero sarebbe stato molto più sensato indagare il declino della sinistra e la sua conversione liberista nella ben più lunga storia della socialdemocrazia europea (da Blair a Schroeder) che non nelle preoccupazioni più ecologiche e libertarie che popolari di parte dell’attivismo contemporaneo.

AD OGNI BUON CONTO il punto non è affatto irrilevante. La sinistra, ma prima tra tutte la rappresentanza storica del movimento operaio, si è effettivamente arresa al dettato del processo di accumulazione, al dogma della competitività, al restringimento della democrazia, alla privatizzazione di ogni ambito comune, all’accettazione di fatto delle disuguaglianze. Quel che ne restava, ormai impotente su questo versante, ha cercato di conservare un volto riconoscibile nella difesa dei diritti civili e umanitari (ma anche questo solo fino a un certo punto) e in un annacquato orizzonte «valoriale».

La ritirata segue una storica sconfitta e non viceversa.

Ragion per cui contrapporre le questioni sociali a quelle culturali e ambientali, i bisogni materiali ai desideri di riconoscimento e di libertà, come fa Wagenknecht, più che altro alla ricerca di una resa dei conti nel suo partito, è una trappola senza vie di uscita.

Analogamente, a destra, le promesse di «vicinanza al popolo» e di riformismo sociale si scontreranno ben presto con un assetto neoliberale del tutto inscalfibile.

COSICCHÉ, IN SOSTANZIALE continuità con gli incravattati e decisamente politici «governi tecnici» del capitale, la differenziazione passerà soprattutto per via retorica, ideologica e simbolica. Con quel tanto di capriccio nazionale che gli equilibri globali decideranno di tollerare e mettere a profitto.

C’è da dire, inoltre, che la destra si è sempre accomodata nell’anticamera del capitale finanziario (con la formula demagogica di difesa del risparmio), condividendo le linee guida del più spregiudicato neoliberalismo. Al quale portare in dote la stabilità politica (e cioè quella dello status quo) e la riduzione repressiva della conflittualità sociale.

I tempi sono cambiati e l’Europa non è l’America latina, certo, ma la simbiosi tra Pinochet e i discepoli di Milton Friedman non andrebbe comunque dimenticata. Si tratta di un paradigma che, a diverse gradazioni, può essere sempre riprodotto.

MOSTRARSI «responsabile» è il primo imperativo di una destra arrivata al governo, analogamente a quanto aveva dovuto fare la sinistra, e nella maniera più umiliante, durante la catastrofica crisi greca.

Responsabile in primo luogo nei confronti della rendita e di quelle regole dell’accumulazione che nulla hanno in comune con la sovranità popolare che essa pretende di incarnare. L’interesse della nazione, nelle varie forme ideologiche in cui viene declinato, non è in fondo che l’avo di quella teoria del trickle down (furbastra fin dalle origini e ripetutamente smentita nella realtà) secondo cui l’arricchimento senza limiti (soprattutto, ma non solo, fiscali) ai vertici della piramide sociale sarebbe «sgocciolato» verso la sua base migliorandone le condizioni di vita.

MA, OLTRE AD ESSERNE l’avo ne è velenosamente diventato anche il discendente nella forma di quel «noi», surrettizio e consolatorio, accompagnato, all’occasione, da richiami all’identità e alla tradizione, certamente non privi di conseguenze restrittive per ogni spazio anticonformista di libertà.

Se quest’ultimo aspetto chiama in causa una necessaria «resistenza etica» non è tuttavia qui il tallone d’Achille dell’ordine neoconservatore.

Poiché non è certo sul terreno dei diritti civili e delle libertà individuali che la destra estrema ha attirato a sé ceti popolari martoriati dalla crisi e dai suoi modi di gestione, attanagliati da paure e incertezze facilmente manipolabili e indirizzabili verso falsi bersagli.

BEN PIÙ DIFFICILMENTE i patrioti della fiamma tricolore saprebbero fronteggiare un movimento ruvido e privo di tatto, come fu, per esempio, quello dei gilet jaunes in Francia e quello attuale contro l’inflazione, o una ondata radicale di rivendicazioni e lotte economiche e redistributive, senza svelare la propria natura di classe, la propria dipendenza da una concezione gerarchica della società e dunque senza entrare in rotta di collisione, in forme repressive, con la massa degli sfruttati.

Forse proprio la ripresa di questi conflitti sociali, la difesa dei salari e dei redditi, compreso quello di cittadinanza, dei beni comuni e del welfare, potrebbero soccorrere la Carta costituzionale e la dialettica democratica che questa garantisce contro ogni deriva organicista. Piuttosto che viceversa.

Non ci sono ultime spiagge da difendere. Sono tutte inondate. C’è invece da attaccare «irresponsabilmente» il malefico connubio tra estrema destra e dottrina neoliberale.

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