PER UNA SOCIETÀ DEMOCRATICA E SANA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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PER UNA SOCIETÀ DEMOCRATICA E SANA da IL MANIFESTO

Una candidata: l’anticapitalismo necessario

25 SETTEMBRE. È possibile, dopo l’esito dei regimi del socialismo reale e delle soluzioni rivoluzionarie ad ampio raggio, criticare il capitalismo? L’operazione non solo è possibile, ma è in buona misura necessaria. Perché se il socialismo reale è fallito, non da meno lo è il liberismo reale

Filippo Barbera  03/09/2022

Marta Lovato, candidata per “Unione Popolare” nel collegio plurinominale di Ferrara-Ravenna-Forlì/Cesena-Rimini, promuove la sua candidatura con gli aggettivi «femminista-ambientalista-anticapitalista». Perché «anticapitalista»? “Come essere anticapitalisti nel XXI secolo” (edizioni Punto Rosso) è il titolo del libro che Erik Olin Wright, sociologo marxista americano deceduto nel 2019, ha dedicato al problema. Secondo Olin Wright, per rispondere correttamente, occorre prendere atto che l’anticapitalismo ha diverse forme: distruggere il capitalismo, smantellare il capitalismo, domare il capitalismo, resistere al capitalismo e sfuggire al capitalismo. La strategia rivoluzionaria (distruggere) consegna nelle mani di una élite le chiavi dell’ingegneria sociale, accoppiando principi di critica radicale con soluzioni ad ampio raggio.

È possibile, dopo l’esito dei regimi del socialismo reale e delle soluzioni rivoluzionarie ad ampio raggio, criticare il capitalismo? L’operazione non solo è possibile, ma è in buona misura necessaria. Perché se il socialismo reale è fallito, non da meno lo è il liberismo reale. Secondo Olin Wright, le strategie di anticapitalismo riformista basate sul compromesso capitale-lavoro («smantellare e domare») sono entrate in crisi per cause sia endogene che esogene. Quello che appariva come uno stato stazionario del capitalismo ha dimostrato di essere, in realtà, una fragile contingenza dovuta a rapporti di forza difficilmente ripetibili. Per di più, l’esperienza dei “30 gloriosi (1945-1975)” si è limitata a pochi paesi e, anzi, è stata resa possibile dall’esclusione di altre zone del mondo all’interno di rapporti di scambio ineguale e dipendenza (il sud globale). Le ultime due strategie («resistere e fuggire») sono tipiche delle risposte «dal basso» e, in forma collettiva e/o individuale, e si nutrono di correnti ideologiche definite da un mix di comunitarismo, localismo, solidarismo ed ecologismo.

Una sesta forma è l’erosione del capitalismo. Questa consiste nell’introduzione di «specie aliene» nell’ecosistema del capitalismo che sostituiscono gradualmente la «specie autoctona», per diventare così quella dominante. Il cambiamento di prospettiva cruciale rispetto alle forme tipiche del comunismo rivoluzionario, quindi, riguarda la teoria del mutamento di regime implicita nella critica anticapitalista. Nel modello dell’erosione, il cambiamento è sempre un rimescolamento selettivo degli elementi del passato e non, come nella rivoluzione, un «passaggio di stato» dal sistema capitalista a quello non-capitalista.

L’erosione, poi, non è messianica o teleologica: non aspetta la rivoluzione e non crede in una direzione del divenire storico, ma crea qui e ora l’utopia concreta. Nel modello dell’erosione, quindi, l’anticapitalismo convive già con il capitalismo: un po’ come nel film “L’invasione degli ultracorpi” l’anticapitalismo è già tra noi. Esso si trova in quelle esperienze che fanno della pratica dell’alternativa al capitalismo la loro cifra economica, culturale e organizzativa. Esperienze che, pur critiche del capitalismo, devono avere un rapporto di qualche tipo con le sue istituzioni: l’impresa, il mercato, la sostenibilità economica, la moneta. Possiamo definirle come «modelli anfibi»: il pesce, grazie a loro, può uscire dall’acqua e respirare.

Per questo, le alternative al capitalismo non si pongono come una «transizione tra fasi» in attesa del futuro, ma come un «processo immanente» il cui esito ha un orizzonte temporale imprecisato il cui farsi storico è definito dalla capacità di generare più solidarietà e non meno, più democrazia e non meno, più uguaglianze e non meno, più sostenibilità ambientale e non meno. Il tempo è, certamente, uno degli aspetti cruciali dell’erosione anticapitalista. Mentre il concetto di «transizione rivoluzionaria» tende a dare l’idea che l’uscita dal capitalismo possa avvenire in un lasso di tempo breve, il processo di erosione è, come in geologia, uno sgretolamento lento che si distende lungo tempi lunghi. Del resto, il processo può anche realizzarsi nella forma dell’erosione accelerata, da intendersi come il dilavamento che si verifica su suoli poco permeabili a opera di piogge a carattere torrenziale, con effetti che in condizioni normali impiegano moltissimi anni a formarsi.

Fuor di metafora, i periodi storici caratterizzati da quella che Egdar Morin ha chiamato «policrisi», cioè il combinarsi di tensioni a diversi livelli e lungo diverse dimensioni, costituiscono il contesto adatto per l’erosione accelerata. Oggi, le interdipendenze sistemiche tra crisi ecologica, rivoluzione tecnologica, crisi di legittimazione dei sistemi liberal-democratici, economia di guerra e diseguaglianze sembrano aprire una finestra di opportunità per esperienze di erosione accelerata del capitalismo, che hanno bisogno di candidate anticapitaliste per realizzarsi.

Per una società democratica e sana

VERITÀ NASCOSTE. La rubrica settimanale a cura di Sarantis Thanopulos

Sarantis Thanopulos  03/09/2022

Una società è sana se i suoi cittadini vivono liberamente i loro desideri e sentimenti, godendone, con tutte le contraddizioni e i conflitti (interni ed esterni) che implicano. Se riconoscono nel dolore una possibilità di apprendimento sui loro limiti e su ciò che ha davvero valore per loro e non vanno in cerca di un’esistenza anodina che li obnubila e li estrania dalla vita. Se assumono la responsabilità dei loro insuccessi e non li scaricano su capri espiatori. Se non hanno una visione difensiva, onnipotente della realtà che nega le difficoltà, ma accettano le limitazioni che essa pone, cercando di usarle a loro favore. Se non agiscono impulsivamente, secondo la disposizione d’animo del momento, ma sedimentano le loro spinte pulsionali e le loro emozioni e usano la ragione per elaborarle e dare loro espressione creativa e costruttiva. Se i loro progetti imparano dal passato e mettono radici nel futuro. Se sono disposti al lavoro di lutto necessario per superare convinzioni che hanno fatto il loro tempo e sono diventate improduttive. Se sono resistenti nella loro umanità e vitalità – capaci di imparare dall’esperienza e trasformare la loro relazione con la realtà- e non diventano prigionieri della resilienza – che congela la loro posizione nel mondo- col rischio di devitalizzarsi.

Una società sana garantisce ai suoi cittadini condizioni stabili e soddisfacenti di lavoro, non li aliena assoggettandoli ad attività performanti. Protegge e favorisce la loro organizzazione sindacale e tutti i legami solidali sensibili all’interesse comune. Ferma l’eccesso di automazione e di digitalizzazione perché sa che distrugge la loro creatività produttiva, dissolve il loro potere contrattuale, inaridisce il loro dialogo e svilisce la loro intesa. Soddisfa le loro esigenze materiali perché non vivano in condizioni oggettive precarie e possano sentirsi sereni nel realizzare un loro modo personale di sentire e di pensare; non usa l’appagamento del bisogno per anestetizzarli.

Una società sana promuove il pensiero critico e non una generica libertà di parola. Difende le differenze di ogni tipo e facilita in tutti i modi la loro espressione e il loro accordarsi, non le chiude in scompartimenti stagni né le fa diventare fonte di malessere che produce impulsi da scaricare. Insegue, in ogni settore della vita, la parità degli scambi: il rispetto dell’alterità come condizione di ogni autentica realizzazione soggettiva. Crea spazi conviviali: aree di incontro ma anche di passaggio che mettono insieme il familiare e l’estraneo, luoghi dove il particolare anima l’universale. Media i conflitti e li trasforma in forza propulsiva di rinnovamento. Fornisce ai giovani gli strumenti necessari per accedere all’arte, alla cultura e al sapere scientifico, rispetta la loro insofferenza, impara dalla loro ribellione e vede nella loro incoerenza il diritto di transitare in uno spazio sperimentale di formazione. Valorizza la creatività e la profondità erotica femminile, non cerca di addomesticarla.

La società sana e la società democratica sono indissociabili. Entrambe sono fondate sui processi di trasformazione che promuovono, da cui si alimentano e restano vive e feconde.
La trasformazione ha il suo opposto nella conservazione con cui è in conflitto e insieme dialoga. La conservazione ha una sua origine nobile nel principio di continuità della materia psicocorporea individuale e collettiva dell’umanità (la condizione della sua trasformabilità) che nella sua essenza coincide con la cura del desiderio e della libertà dell’altro.

Dissociata da questo principio, la conservazione diventa immobilità, potenza uniformante che vede in ogni divergenza una devianza da correggere, un legno storto da raddrizzare. La vocazione correttiva è la sostanza del manifesto a-politico della risorgente estrema destra nell’Occidente. Se il mondo è malato non disprezziamolo. Saniamolo, non lasciamo che diventi un inferno.

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