LA SEDIMENTAZIONE DI SIGNIFICATI e VALORI CONDIVISI da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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LA SEDIMENTAZIONE DI SIGNIFICATI e VALORI CONDIVISI da IL MANIFESTO

Non si riaggiustano i cocci del Novecento che fu

Partiti. Ricomporre una forma politica indipendente dalla persuasione valoriale, che faccia emergere contenuti, narrazioni (e candidati) in assenza di valori pregressi

Filippo Barbera, Giovanni Durbiano  09.02.2022

L’alternativa al neoliberismo (Pennacchi, il manifesto, 28 gennaio), si può costruire riportando le questioni valoriali nel discorso pubblico? È sufficiente una politica che intenda sottrarre i valori dalla trappola delle preferenze del consumatore e del nichilismo senza soggetto?

C’è, in questa narrazione, una enorme illusione novecentesca. Quando ci si propone di intervenire politicamente per produrre una modificazione dello stato delle cose si implica che sia possibile orientare l’opinione di una serie di destinatari in una determinata direzione. Con l’obiettivo di generare in essi reazioni, aumentarne la consapevolezza, mobilitarne l’azione. Di solito si presume che per ottenere questi effetti sia necessario condividere e diffondere dei contenuti valoriali, dei messaggi carichi di significato, oppure fare delle promesse motivanti.

Tuttavia sia la persuasione fondata sul convincimento, che quella basata sulla seduzione-contrattazione richiedono un accreditamento da parte degli “emittenti”, tanto come portatori di contenuti fondati, quanto come attori che hanno il potere di mantenere le promesse che fanno.
I partiti organizzati e le ideologie hanno svolto, in passato, questo ruolo. Nel modello del partito di massa novecentesco, i contenuti generavano consenso perché chi li enunciava era ritenuto affidabile in quanto portatore di un ruolo (il segretario, il dirigente) all’interno di una struttura, di una ideologia unificante che dava vita a un processo fiduciario tra rappresentati e rappresentanti. Contenuti fondati e promesse credibili articolavano così un significato progettuale da proporre al collettivo per ottenere consenso.

Questa prospettiva, ovvia, dell’intervenire politico presupponeva che vi fossero due componenti, l’una proponente e l’altra ricevente. Così come presupponeva la possibilità di uno “scambio politico” tra consenso della base e controllo dell’azione pubblica da parte della classe politica. Queste sono le basi strutturali e organizzative di qualsiasi proposta fondata sui “valori” e sulla persuasione motivante. In assenza di tali condizioni, che oggi sono una chimera, occorre guardare altrove.

L’ipotesi da esplorare è questa: capire se è possibile ricomporre una forma della politica indipendente dalla persuasione valoriale, una forma (o un insieme di forme) che faccia emergere dei contenuti, delle narrazioni (e anche dei candidati) in assenza di valori pregressi condivisi. Una ricomposizione che lasci gli strumenti persuasivi agli attori che vengono coinvolti e che non pretenda di dettare, sin dall’inizio, una visione giusta e ottimale a cui bisogna aderire.

La visione dovrà comporsi alla fine e non all’inizio del processo. Un progetto, quindi, costituito da catene di azioni, non verso una costruzione finalistica, ma incrementale, e che possa poi condurre a un qualche atto istitutivo (rappresentanti, un contratto collettivo, la sottoscrizione di un progetto, un piano di azione coordinato…). La mobilitazione non avrebbe il carattere edificante-pedagogico di guida alla scoperta dei significati perduti, nascosti o traditi della consapevolezza politica (valori, visioni, intenzioni).

Per queste azioni di mobilitazione non servono più i partiti, le parrocchie, i giornali, che hanno oggi altre funzioni. E neppure i tanto invocati corpi intermedi. Servono, piuttosto, luoghi, spazi e oggetti intermedi. Servono “quelle cose” capaci di mobilitare a monte le persone intorno a pratiche sociali il cui effetto a valle dovrebbe consistere nella sedimentazione di significati e valori condivisi, che diventerebbero così la conseguenza dell’azione collettiva, non la loro premessa.

Servono, per questo, nuovi oggetti politici, non un nuovo soggetto politico. Servono spazi fisici, piattaforme, oggetti socio-tecnici, dispositivi mobilitanti, per istruire e organizzare una serie eventi e rituali che abbiamo come finalità non tanto la diffusione di un programma scritto da qualcuno in nome di qualcosa, ma una strategia progressiva di “alleanze miopi”.

Eventi e rituali che, per essere generatori di una politica emancipativa e di sinistra, dovrebbero nascere vicino a conflitti sociali ed economici, a ridosso di controversie sull’uso degli spazi e delle risorse, intorno ad asimmetrie di potere tra “chi ha” e “chi non ha”, vicino alle persone e nei luoghi di vita, lavoro e consumo, accanto alla possibili relazioni tra diritti economici e civili. Tessendo reti di significati tra bisogni quotidiani e soluzioni collettive. Senza però invocare valori pre-costituiti, le cui condizioni di efficacia richiedono condizioni strutturali e organizzative lontanissime dagli assetti socio-politici in cui siamo oggi immersi.

 

Una federazione con il Pd, né facile, né indolore

L’intervento. Continua il dibattito interno alle formazioni di sinistra. Articolo 1 può rientrare nel Partito Democratico, ma a quale costo e con quale obiettivo?

Luca Basile*  09.02.2022

Se estrapolato dal contesto in cui è stato formulato, il giudizio per cui il Pd sarebbe ormai “guarito dal renzismo” non convince. Non perché non siano visibili mutamenti rispetto alla stagione “renziana” , a cominciare da una guida maggiormente sensibile alle esigenze della mediazione politica e non più vocata al personalismo ad impianto plebiscitario. Ma perché la repentina affermazione di Renzi nel Pd si spiegano solo in ragione di un processo di lunga durata che ha investito le forme politiche della sinistra dall’’89 in poi.

Mi riferisco alla graduale convergenza fra subalternità al ciclo economico-sociale neoliberista e concezione “maggioritaristica” dell’assetto istituzionale che ha definito il dna “post-ideologico” del maggiore partito della sinistra nelle sue varie trasformazioni. Senza considerare come questo impianto culturale si sia radicato in profondità nei gruppi dirigenti cosiddetti “riformisti” ed abbia motivato la stessa nascita del Pd (che mai ha incarnato, al contrario di quanto a volte si legge, la convergenza tra la cultura cattolico-democratica e quella di matrice socialista), non si capisce non solo il successo di Renzi alle primarie – a fronte dell’esaurimento di un determinato ceto dirigente – ma neppure l’attuale orientamento lettiano.

A ben guardare, nel Pd odierno l’impostazione prevalente è ancora di natura liberal-democratica: un partito centrato sul ruolo degli amministratori, con un elettorato coagulato soprattutto nei centri storici e nel “ceto medio riflessivo”, tenuto insieme dal primato del governo e in cui nella lettura dei processi sociali si rifiuta, prevalentemente, il riferimento al contrasto fra capitale e lavoro, ed anzi si prefigura una loro costante “collaborazione” (che altra cosa dal “compromesso”). Un partito, insomma, in cui resta preponderante l’esclusione della materialità dei conflitti e l’estraneità ai nodi di una moderna critica del capitalismo.

D’altra parte, occorre riconoscere che alla sua sinistra non è cresciuta nessuna soggettività in grado di politicizzare la rappresentanza del lavoro, delle vecchie e nuove subordinazioni, di incanalare la stessa contrapposizione fra alto e basso su cui hanno fatto leva i diversi populismi, di dare carne e sangue alle domande sociali.

La motivazione di questa radicale difficoltà è da ricercare in un insieme di fattori, a cominciare dall’impaccio di un ceto politico comunque proveniente dall’esperienza della socialdemocrazia più influenzata dal ciclo neoliberista e da una visione ottimistica della globalizzazione (spesso condivisa, specularmente, da parte della cultura radicale e “altermondista”). Tutto questo ha però comportato che l’elettorato “di sinistra” rimasto – purtroppo molto lontano dal “popolo” che una volta animava le forze del movimento operaio – oggi si coaguli prevalentemente intorno al Pd.

Così, l’alternativa, nei fatti, è quella tra la difesa (non immune dal patetismo) di una microidentità strutturalmente incapace, dati i rapporti di forza, di organizzare una soggettività significativa in termini organizzativi ed elettorali, e l’accettazione di una sfida: stare dentro il soggetto maggioritario nel riformismo italiano per cambiarlo e spostare a sinistra il suo profilo, facendo leva su quanto già nel Pd e nella compagine di governo può spingere in questo senso.

Penso a un processo su base federativa né indolore né privo di asprezze ed elementi di conflittualità politica. Nello sforzo i recuperare un retroterra fra gli esclusi e nei ceti popolari, riannodando il filo fra una moderna rappresentanza sindacale e la soggettivazione politica del lavoro. Ciò significherà spingere nella direzione del superamento di una sorta di “vocazione minoritaria”, preoccupata più di presidiare il radicamento fra i lettori di Repubblica sulla base dell’“agenda Draghi” che di recuperare voti fra gli operai o tra i riders.

Raggiungere tali obiettivi, aggregare nuove energie è possibile, anche se impone una battaglia di ampia durata, chiama impegnarsi in quella che Gramsci indicava come la “guerra di posizione” e implica l’adozione di una buona dose di realismo. Derogare ad esso rimane, del resto, uno degli errori più gravi per chi ancora confida nelle ragioni della politica.

*Esecutivo Nazionale “Articolo Uno”

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