LA BATTAGLIA DEL MULINO E I DUE PD: FINO A QUANDO? da IL FATTO
La battaglia del Mulino e i due Pd: fino a quando?
Salvatore Cannavò 2 Agosto 2025
Lo scontro in atto in una delle più autorevoli della sinistra che fu, il Mulino, non è una diatriba accademica o intellettuale, ma è il prisma che filtra lo scontro latente e, sempre più insostenibile, all’interno del Pd. Lo si capisce chiaramente dall’intervista rilasciata ieri a Repubblica dal politologo Piero Ignazi, sconfitto due anni fa per la guida della rivista con due voti di scarto: “Il Mulino ha fatto una svolta moderata, conservatrice (…) speriamo di trovare soluzioni di convivenza. Siamo spaccati in due”. Parla di una rivista e sembra però che parli proprio del partito di riferimento.
Lo scontro è iniziato dopo la pubblicazione dell’articolo di Stefano Della Pergola, demografo all’università ebraica di Gerusalemme che definiva “danni collaterali” le conseguenze delle operazioni militari israeliane sulla popolazione civile di Gaza. Ventidue soci dell’associazione Il Mulino, che edita la rivista, hanno preso posizione contro quell’articolo e tra loro si trovano lo stesso Ignazi, l’ex direttore Mario Ricciardi, Emanuele Felice, Chiara Saraceno, Gianfranco Viesti e altri. A questi ventidue ha replicato l’attuale direttore, Paolo Pombeni con un articolo che è sembrato sprezzante delle argomentazioni critiche. Ma la vicenda di Gaza è solo un pretesto per uno scontro più profondo che deriva dalla direzione Ricciardi, filosofo di formazione “migliorista” eppure tacciato di eccessivo radicalismo dall’area che si definisce “riformista”, rappresentata oggi da Pombeni e che ha come padre tutelare Michele Salvati.
Con la “conquista” del Mulino, rivista di tradizione prodiana, i “riformisti” del Pd avevano cantato vittoria. La parola “riformista” ovviamente è quella utilizzata dai diretti interessati e non ha niente a che vedere con una storia significativa della sinistra. Si prenda, ad esempio, una recente intervista di Pombeni al Foglio in cui si leggono le solite filippiche filo-capitaliste e chiaramente conservatrici: il 68? “Tutto è possibile, si pensava, ma anche in quel caso c’è stato il reflusso: la rivoluzione non c’è stata”; la politica internazionale? “Le cose avvengono lentamente, in maniera complessa, attraverso contaminazioni, cambiamenti, continui reindirizzi”; il welfare? Il suo costo “non è più sostenibile, non si riesce a redistribuire, ma nessuno vuole rinunciare” (chissà se Pombeni, professore universitario pensionato vuole rinunciare a qualcosa).
A fronte di queste posizioni ci sono quelle oggi in minoranza che possiamo definire classicamente socialdemocratiche, Ignazi, Ricciardi o Felice non sono certo dei rivoluzionari. Eppure sono posizioni verso cui si mostra insofferenza, fastidio e vengono bollate come estremiste se non populiste. La stessa dinamica che vive il Pd dove posizioni spesso blandamente innovative di Elly Schlein sono viste come cedimenti al massimalismo e, peggio, al M5S. E si scomodano padri storici – a Milano è nato il “circolo Matteotti” per riunire la casa riformista – ma in realtà si difendono postazioni di potere se non interessi più corposi. Si pensi alla nomina di Roberta Pinotti da parte di Guido Crosetto, al Polo nazionale della dimensione subacquea; all’affidabilità in ambito Nato di Lorenzo Guerini, vero “capo” dei riformisti e presidente del Copasir che plaude al riarmo europeo; al ruolo di Paolo Gentiloni, garante dei poteri finanziari europei; alle posizioni oltranziste di Pina Picierno su Ucraina e Israele o ancora sul riarmo; a giornali praticamente inesistenti in edicola, ma influenti nel formare l’agenda politica come Il Foglio, il Riformista, e alla presenza nelle tv.
I riformisti di oggi sono figli della svolta della “terza via” inaugurata negli anni 90, ma a confronto quei dirigenti oggi sembrano dei giganti. Eppure, questo “partito nel partito”, controlla, vieta, detta condizioni, si avvale di solidi sostegni nell’informazione – come i sermoni di Paolo Mieli che ieri sul Corriere della Sera consigliava a Schlein di mettere Picierno in segreteria, a Conte di essere “il duttile capo di governo” lasciando a Bonelli e Fratoianni “il compito di rappresentare la sinistra-sinistra”.
Se la componente più a sinistra nel Pd facesse sul serio, non volesse mentire a se stessa e guadagnare credibilità, ma anche efficacia, dovrebbe arrivare a una resa dei conti finale con questo riformismo conservatore. In Europa i processi di divergenza sono evidenti, in Francia, Germania ora anche in Gran Bretagna: in Italia si fa finta che vada bene un partitone unico, immobile, incapace di produrre avanzamenti. Sarebbe meglio dividere le pere dalle mele, si gusterebbero meglio.
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