CULTURA E POLITICA: “UN’INEDITA OPPORTUNITÀ” da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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CULTURA E POLITICA: “UN’INEDITA OPPORTUNITÀ” da IL MANIFESTO

Cultura e politica. Perché la coppia è scoppiata?

IN UNA PAROLA. La rubrica su linguaggio e società. A cura di Alberto Leiss

Alberto Leiss   16/05/2023

Periodicamente ci si interroga sul ruolo degli “intellettuali”, e in particolare sul loro rapporto con la politica.
Si potrebbe cominciare quanto meno dal celebre J’accuse di Émile Zola che aprì il caso Dreyfus, e dal pluricitato libro di Julien Benda, Il tradimento dei chierici. Siamo al passaggio tra il XIX e il XX secolo (con già, nel 1927, anno in cui esce il testo di Benda, le avvisaglie di catastrofi ancora peggiori di quella vissuta con la Grande Guerra).

Lo fa in effetti sul sito del Mulino Raffele Romanelli a proposito del recente libro di Giorgio Caravale Senza intellettuali. Politica e cultura in Italia negli ultimi trent’anni (Laterza, 2023). Un testo che merita certo recensioni più impegnate di quanto possa e sappia fare in questo breve spazio (ne scrivono anche Piero Craveri e Mario Ricciardi sull’ultimo numero della Domenica del Sole 24 Ore).

Mi limito a indicare il tema, che Caravale sviluppa partendo dalla “crisi del modello gramsciano”, con gli intellettuali “organici” vicini o interni al vecchio Pci, e giungendo alle espressioni ingiuriose del populismo di Grillo (anche se i grillini candidarono un intellettuale come Stefano Rodotà alla presidenza della Repubblica) e al disprezzo di Matteo Renzi per i “professoroni” di diritto costituzionale che non apprezzavano la sua riforma della Carta, poi sconfitta nel referendum. (Lasciamo perdere per un momento, ma il tema è cruciale, l’interrogativo di quali siano i riferimenti culturali delle e dei Meloni, Lollobrigida, Salvini ecc.)

E salto subito alle conclusioni, ricordando che in premessa l’autore, partendo da una crisi attuale della politica che è anche crisi culturale, avverte che «…non si tratta…di rimettere insieme i pezzi di un modellino andato in frantumi, quale che fosse, bensì di comprendere appieno ciò che è accaduto nell’ultimo trentennio, di mettere a fuoco ciò che appare oggi, al mio sguardo retrospettivo, come un punto di non ritorno, un momento di radicale svolta, in una storia più che centenaria».

Le conclusioni, direi, si sforzano di essere ottimistiche: superata l’epoca degli stretti (troppo stretti) affidamenti reciproci tra politica e cultura, e si spera anche quella del disprezzo reciproco, Caravale si sforza di vedere nell’ «abissale distanza che separa oggi il mondo della cultura da quello della politica» anche «un’inedita opportunità».

E cioè una realtà fatta di studiosi che ritrovino il gusto di riflettere sull’agenda politica da posizioni di autonomia, con possibilità di dialogo e scambio con una politica che, dopo aver abbandonato pretese “egemoniche”, dismetta anche i più recenti pregiudizi anti-intellettuali. Augurandosi infine che «il mondo universitario ritrovi le condizioni per liberarsi dalla soffocante logica corporativa accademica».

Quante cose, tutte quante insieme! Riconosce lo stesso autore… E in effetti, per quel non molto che ne so, aspettarsi anche solo l’ultimo dei mutamenti positivi auspicati, nel modo di essere dell’Università, assomiglia un po’ a una azzardata utopia.
Aggiungo che nella ricca ricostruzione di questi ultimi trent’anni italiani temo manchi la domanda di fondo: per quanto criticabile fosse, perché è saltato quel rapporto forte tra cultura e politica?

Azzardo che si tratti di un effetto della sconfitta epocale della ipotesi di trasformazione (socialismo versus capitalismo) che ha dominato le dialettiche della politica e della cultura per circa due secoli.

Un trauma così radicale che ancora impedisce a molti di riconoscere quali diverse ipotesi di cambiamento – e di ricerca – oggi possano essere in campo.

A sinistra vince il sindaco Tafazzi

POLITICA. Il commento della direttrice del manifesto alla luce dell’esito delle elezioni comunali

Norma Rangeri  16/05/2023

Non c’era davvero bisogno di aspettare la serata per capire il doppio segno politico di questa parziale ma significativa tornata elettorale amministrativa. A cominciare dall’aumento dell’astensionismo che fa scendere l’affluenza sotto il 60% riducendo così ancora di circa due punti la partecipazione. Il secondo vistoso elemento del voto arriva invece dal confronto tra la compattezza di un centrodestra che marcia unito tanto quanto il centrosinistra arranca verso i ballottaggi o retrocede diviso verso la sconfitta. Ed è davvero poco il tempo perché alla segretaria del Pd riuscisse di invertire la tendenza al contrario di una destra che ha dissodato il terreno profondamente.

Nella maggior parte dei 13 capoluoghi, i partiti di opposizione hanno deciso di replicare il tafazziano schema del famigerato 25 settembre delle elezioni politiche: correre divisi alla meta, per lasciare tranquilla la falange del centrodestra giunta senza divisioni all’appuntamento, con qualche eccezione a conferma della regola (come a Massa). I due comuni che ben rispecchiano, con modalità diverse, lo sconfittismo del centrosinistra sono Ancona e Pisa.

Dopo aver consegnato la Regione ai fratelli di Meloni, il centrosinistra ha lavorato per provare a perdere anche il capoluogo, capace di resistere agli assedi della sua lunga storia, ma indifeso di fronte al masochismo della sinistra. I candidati sindaci di Ancona erano 6: uno di destra e 5 ben divisi a sinistra tra Pd, 5Stelle, 2 liste civiche, verdi. L’ultima speranza è strappare il ballottaggio. Forte l’istinto a privilegiare le spinte divisive su quelle unitarie anche a Pisa dove pure Pd e 5Stelle hanno fatto fronte comune, ma non sufficiente a strappare la città ai meloniani perché l’ala sinistra dell’opposizione ha trovato nel congruo, meritato pacchetto di voti dell’attivista Ciccio Auletta la crepa perché la torre continuasse a pendere verso destra.

Perseverare nel tirare ciascuno l’acqua al proprio mulino produce poca farina, che sempre meno elettori sono disposti a comprare per impastare il cambiamento.

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