ANOMALIA DI UN PAESE SENZA UNA SINISTRA POPOLARE da IL MANIFESTO e IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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ANOMALIA DI UN PAESE SENZA UNA SINISTRA POPOLARE da IL MANIFESTO e IL FATTO

Anomalia di un paese senza una sinistra popolare

SOCIETÀ. Non è emersa alcuna possibilità/capacità di restituire una dimensione popolare e di massa ad un’idea radicale di sinistra: andiamo dalla sopravvivenza alla testimonianza.

Gianfranco Nappi  08/10/2022

Era già evidente nel 2018, ma dopo cinque anni lo è ancor di più: il Pd si ritrova disossato strategicamente e, sembrerebbe, muto di fronte allo choc del voto, salvo il preannuncio di un altro giro di segretario con annessi pretendenti.

Alla sua sinistra, da Art.1 a Up, passando per SI e Verdi, non è emersa alcuna possibilità/capacità di restituire una dimensione popolare e di massa ad un’idea radicale di sinistra: andiamo dalla sopravvivenza alla testimonianza.

La Cgil ha compiuto una scelta di attraversamento della campagna elettorale in una sostanziale neutralità che, in un tempo non lungo, renderà probabilmente questa decisiva e autonoma organizzazione del mondo del lavoro e (si può ancora dire?), della sinistra, più esposta alla cruda realtà di un governo di destra e della crisi della rappresentanza sindacale del mondo del lavoro che non è meno forte della crisi di rappresentanza politica che investe i partiti.

I 5 Stelle – a cui pure è andato un voto di protesta e di disillusione di settori espliciti di sinistra – sono aperti a più possibili evoluzioni: se sapessero assumere nella sua interezza la centralità della questione sociale e del lavoro, potrebbero aspirare a una funzione più generale ma non ci sembra essere nella loro intenzione come non lo è nella loro cultura politica.

Il voto ha confermato dunque l’anomalia italiana di un paese dove non vive una sinistra politica, popolare e critica, radicata nel mondo del lavoro, in tutte le sue sfaccettature e capace di animare una critica di massa, attiva e nutrita di una ricchezza di pratiche; un conflitto dai caratteri concreti, vitali direi, e generale, ideale e perfino ideologico, nei confronti di una società del capitalismo contemporaneo che ha rotto argini e remore per consegnarci un mondo sempre più sull’orlo di una crisi di portata storica: pace e guerra, crisi ambientale, ingiustizia sociale mai così esasperata e forte.

È lo stato delle cose del mondo e sono i livelli insopportabili di disuguaglianze che evocano una domanda di cambiamenti profondi, rotture inedite, ardite, nuove costruzioni, alternative di modelli e sistemi di sviluppo, nuove connessioni popolari, ampie spinte partecipative e conflittuali con propri pensieri e proprie pratiche.

Questo vuol dire immaginare una sinistra che di nuovo sia capace di animare un conflitto profondo nel corpo vivo della società e lì di costruire alleanze, solidarietà, sensi comuni nuovi. È di questo che stiamo parlando? È questa la ricerca che si pensa di mettere in campo? Dagli esiti per nulla scontati, difficilissimi, asperrimi.

Ma la sfida è questa per un Paese che sta andando incontro ad una spaccatura e a elementi di frantumazione tra disillusione e rabbia – i terreni propri su cui la destra pasce, sempre.
Questo Paese, la trova la sua sinistra e questa sinistra, ritrova il suo paese e i suoi mondi? Il confronto o si pone a questo livello, oppure andiamo verso l’anomala normalità di un paese senza sinistra politica e di mille esperienze e conflittualità, che pure ad essa si potrebbero ricondurre, vive nella società, che rimangono senza politica, e quindi largamente ininfluenti.

Il “dal basso” è decisivo. Ma siamo in uno di quei momenti in cui è non meno decisivo il “dall’alto”, la forzatura soggettiva, la messa in campo di iniziative che superino questo tran tran di chiacchiericcio politico inconcludente, e investano energie presenti in tutte le forze che alla sinistra si richiamano e molto oltre, fuori di esse.

Ed è qui che si parrà la virtude di tutti quelli che guardano a sinistra. Nasca, da parte di chi è cosciente, una iniziativa che punti a delineare un orizzonte nuovo, che diventi il punto di riferimento di un attivo per quanto frantumato e disperso, popolo; che ridesti passione lì dove si è ritratta; che avvii un processo di aggregazione federativa dei mondi vitali organizzati nella società.

E si dia un percorso Costituente, un’ambizione di reinsediamento nella società, di unificazione dei conflitti. E, insisto, con il manifesto a svolgere il compito di snodo formativo e informativo, voglio volutamente usare le parole del Pietro Ingrao , che sia a disposizione di un inedito processo aggregativo.

Non ditemi che è difficile. Ditemi se è giusto. Se, pur giusto, non è realizzabile, allora, come si dice a Napoli, si nu’ vulimm’ fa e scarpar’, nu’ scassamm’ o c…e semmenzell! (Se non vogliamo fare i ciabattini, i creatori di cose nuove, almeno, non rompiamo le scatole ai chiodini corti dalla ‘capocchia’ larga e piatta, e semmenzell, usati per suolare le scarpe.

La bussola del lavoro contro derive pericolose

SINISTRA. Il mercato liberato dalla presenza ingombrante dello Stato ha finito in realtà per limitare la crescita, acuendo le tendenze alla stagnazione secolare come l’hanno definita gli economisti, ovvero un periodo prolungato di riprese deboli e depressioni che si alimentano a vicenda.

Andrea Ciarini  08/10/2022

Le ultime elezioni politiche hanno segnato una cocente sconfitta per la sinistra italiana, divisa e incapace di intercettare il malessere che cova, non solo tra gli strati sociali più marginali, ma anche in pezzi di ceto medio impoverito. Eppure, le differenze tra destra e sinistra ci sono. Basta guardare ai programmi.

Sul Reddito di Cittadinanza la linea è già chiara. Se non la sua eliminazione, si punta al ritorno della distinzione ottocentesca tra poveri meritevoli a cui è riservata l’assistenza e poveri non meritevoli, ovvero abili al lavoro, nei confronti dei quali c’è solo il lavoro, qualunque esso sia, senza però alcuna forma di integrazione e trasferimento contro la trappola della povertà.

C’è da scommettere invece che ci saranno gli incentivi alle assunzioni, a patto però di avere lo spazio fiscale sufficiente. E qui arrivano i problemi. Perché non solo si tratta di trovare le risorse per gli sgravi ma anche per le promesse di riduzione delle tasse. Senza considerare la flat tax della Lega (illusoria, oltre che sbagliata), anche nelle versioni più edulcorate richiedono risorse che certo non potranno venire dal Reddito di Cittadinanza.

È facile piuttosto prevedere che i tagli riguarderanno la sanità e la scuola in parallelo a privatizzazioni mascherate da spending review. Il Movimento 5 stelle ha dato risposta a un bisogno di protezione che attraversa la società, nelle fasce più marginali e nei territori in cui la crisi è da anni una condizione strutturale. Restano aperti e ancora in cerca di una adeguata offerta politica i grandi temi del lavoro e del modello di sviluppo.

Viviamo oggi in società al centro di radicali trasformazioni (digitalizzazione, transizione green per citarne alcune) nei confronti delle quali le vecchie ricette del neoliberismo (deregulation, austerity e tagli delle tasse ai ricchi) non solo non funzionano più come si è visto di recente in Gran Bretagna con il taglio delle tasse ai ricchi annunciato e poi subito ritirato per il panico scatenato sui mercati. Sono dannose per la stessa economia.

Il mercato liberato dalla presenza ingombrante dello Stato ha finito in realtà per limitare la crescita, acuendo le tendenze alla stagnazione secolare come l’hanno definita gli economisti, ovvero un periodo prolungato di riprese deboli e depressioni che si alimentano a vicenda. Mai come in questo momento le questioni legate alla sostenibilità, sociale, ambientale, economica, sono strettamente legate ai problemi che impattano sul modello di sviluppo. Ma quale sviluppo? Quale lavoro? Il lavoro purchessia come è nelle ricette tatcheriane del workfare? O il lavoro al centro di un modello di sviluppo, non solo sostenibile sul piano ambientale, ma anche su quello sociale?

Per la sinistra italiana, attesa a un profondo ripensamento, la risposta dovrebbe essere facile. Ma così non è se si guarda alle ricette che da alcuni vengono riproposte, pur di fronte ai loro fallimenti. L’oscuramento della politica industriale, dello Stato (da affamare nella vulgata del neoliberismo dominante per anni), della domanda interna come motore di crescita e più in generale l’idea che il lavoro vada tutt’al più incentivato date le richieste del mercato (qualunque esse siano) sono i lasciti di una fase lunga da superare definitamente.

Come scriveva Karl Polanyi ne La Grande Trasformazione, le tensioni scaturite dal mercato auto-regolato portano sempre a reazioni sociali e alla formazione di contro-movimenti. Questi possono rafforzare l’emancipazione e la solidarietà, come è stato per le prime forme di mutuo-aiuto sindacale e per il decollo dei moderni welfare state. Ma possono portare anche a chiusure xenofobe e nazionaliste che difendono la supremazia di alcuni gruppi contro altri come è stato per l’ascesa dei fascismi in Europa e oggi con i rigurgiti populisti in molte parti d’Europa.

Prima ancora delle candidature o dei nomi cui affidare le sorti dei partiti, dovrebbe essere questa la cornice della discussione che attende la sinistra italiana, da un lato rimettendo al centro dell’agenda politica gli interessi del lavoro, dall’altro allargando il campo delle alleanze a chi nei territori sperimenta nuove forme di auto-organizzazione per creare lavoro, costruisce percorsi di inclusione e contrasto alle disuguaglianze, promuove il recupero industriale (come è nell’esperienza delle fabbriche recuperate) e una transizione ecologica sostenibile socialmente, in grado cioè di guidare gli impatti non solo sull’ambiente ma anche sul lavoro che ci saranno e andranno gestiti.

Sono questi gli anticorpi da promuovere. L’alternativa è che siano le destre a occuparsene, ma in direzione o del conservatorismo compassionevole o peggio della reazione dei penultimi contro gli ultimi.

 

Il rinnovamento del Pd? Io non vedo margini di manovra

Pierfranco Pellizzetti  7 OTTOBRE 2022

Il dibattito sulla rifondazione del Pd esprime un tasso di grottesco perfino superiore a quello raggiunto nelle puntate precedenti, ovviamente inconcludenti quanto l’attuale; nell’apoteosi del luogo comune: “definizione dell’identità”, “progetto”, “mettersi in ascolto”, “dare risposte ai cittadini”. E via andando col repertorio politichese-elusivo di cui – in questa fase successiva al naufragio elettorale del 25 settembre – il suo migliore interprete risulta il governatore emiliano Stefano Bonaccini, che lo ripropone con vivo sprezzo del ridicolo avendo come scopo non parlare al corpo elettorale, bensì rassicurare le tribù che popolano i circuiti interni del partito: se lo voteranno segretario, la garanzia di un cambiamento di facciata senza toccare logiche e pratiche consolidate.Difatti, il succitato dibattito è pronto ad affrontare i massimi sistemi (oscar del tragicomico, lo studente fuori corso Andrea Orlando, in posizionamento labiale a sinistra, che esce dalla seduta di autocoscienza di dieci ore indetta da Enrico Letta dichiarando ai telegiornali l’urgenza di riflettere sull’attuale fase del capitalismo), persino alcuni cenni sull’universo, ma guardandosi bene dal dire la verità. Ossia che il Pd non è riformabile stante il livello di cacicchismo presente nel suo dna: non essere mai stato né “partito” né – tantomeno – “democratico”, quanto un conglomerato di cacicchi, di notabili capicorrente impegnati a presidiare il proprio tesoretto. Inteso come potere di co-gestire la formazione degli organigrammi pubblici a vantaggio proprio e dei propri adepti; difeso con le unghie e coi denti dai vari Franceschini, Guerini e lo stralunato Orlando, sinistra ai testaroli.

Del resto questi dissipatori della politica non producono un’idea che sia una. Però hanno sviluppato un istinto a livello animale per il potere, sicché sanno bene quali sono le compatibilità che rendono puro illusionismo il richiamo ai contenuti. Difatti tale sesto senso li guida alla consapevolezza che l’attuale quadro non è modificabile, se – come loro – sei sprovvisto di coraggio e spirito di iniziativa. La presa d’atto che gli attuali equilibri sono immodificabili, se non a prezzo di drastiche rotture; non certo alla portata delle animucce ai vertici del Pd.

Uno sbarramento che ha iniziato a prendere forma nel corso degli anni Settanta, quando iniziò a manifestarsi la rivolta della ricchezza nei confronti dell’economia mista del dopoguerra e prese avvio il divorzio tra il capitale e la democrazia; che metteva in discussione il ruolo della politica come governo del fatto economico e procedeva alla liquidazione del patrimonio di diritti civili e sociali lascito dei decenni precedenti. Qui inizia la crisi fiscale dello Stato, finito in balia degli investitori privati (i misteriosi “mercati”), pronti a investire nel deficit pubblico i capitali accumulati grazie all’evasione legittimata dal ceto politico (con precise responsabilità di una Sinistra inebetita dalle ricette suicide della Terza Via di Blair, Clinton, Schröder. E poi – dalle nostre parti – prima Massimo D’Alema e a seguire Matteo Renzi).Nel frattempo l’Ue diventava il catalizzatore di questa “liberalizzazione” del capitalismo europeo, culminata nell’operazione della moneta unica come realizzazione del sogno alla Hayek di sgravare il processo di accumulazione capitalistica da qualsivoglia correttivo politico. L’assetto che i socio-economisti definiscono delle “porte girevoli”: il segreto di Pulcinella che nasconde l’immensa partita di giro dello scambio squilibrato tra Nord e Sud della Confederazione. Il meccanismo perverso di cui si diceva: l’immenso imboscamento di ricchezza attraverso l’evasione fiscale verso i cosiddetti mercati, attuato dalla parte agiata dei cittadini nell’area mediterranea, contrae l’area tassabile e prosciuga le risorse dei rispettivi Stati, i quali sono costretti a indebitarsi con il sistema finanziario internazionale che realizza – così – affari redditizi, mentre le industrie esportatrici del Nord hanno la garanzia di solvibilità degli acquirenti al Sud dei propri prodotti.

Tra l’altro, a garanzia che i “nordici” non dovranno correre il rischio di fare a capocciate con Paesi – come Italia, Grecia, Spagna o Portogallo – tornati a difendersi attraverso politiche protettive dalla maggiore produttività delle economie del Nord, quali le periodiche svalutazioni monetarie dell’epoca pre-Euro.

Un segreto di Pulcinella che rende il dibattito sui contenuti nel Pd totalmente velleitario. E sta facendo capire alla Meloni che il suo destino è fare come Draghi.

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