STRAGI CONTIN”UE” da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
12605
post-template-default,single,single-post,postid-12605,single-format-standard,cookies-not-set,stockholm-core-2.4.4,select-child-theme-ver-1.0.0,select-theme-ver-9.10,ajax_fade,page_not_loaded,,qode_menu_,wpb-js-composer js-comp-ver-7.6,vc_responsive

STRAGI CONTIN”UE” da IL MANIFESTO

Strage al largo della Grecia: 79 morti, centinaia i dispersi

LUTTO UNIVERSALE. Si ferma il motore e il barcone stracarico si ribalta. I migranti partiti da Tobruk. «Necessario come non mai un sistema di pattugliamento in alto mare», dice Flavio Di Giacomo (Oim). Dalla Ue le solite espressioni di cordoglio, ma la strategia è ostacolare i viaggi sostenendo i libici

Giansandro Merli  15/06/2023

Rischia di essere uno dei più grandi naufragi della storia quello avvenuto nelle prime ore di ieri al largo delle coste del Peloponneso, una quarantina di miglia nautiche a sud-ovest di Pylos. Mentre scriviamo sono stati recuperati 79 cadaveri e tratte in salvo 104 persone. Non esistono numeri certi sui dispersi, ma si tratta di centinaia di persone. E non ci sono speranze di trovarle in vita. Inizialmente le autorità greche avevano parlato di 400 migranti a bordo. Più tardi il governatore della regione Panagiotis Nikas, citando testimonianze dei sopravvissuti, ha dichiarato che sul peschereccio viaggiavano circa 750 migranti.

UNA CIFRA che corrisponde a quella comunicata dall’attivista Nawal Soufi e dal centralino Alarm Phone (Ap), che martedì avevano ricevuto delle telefonate da bordo. «La nave era sovraccarica, le persone ammucchiate sul ponte. Un numero esatto non può essere dato ma è certamente molto alto – ha detto il portavoce dei guardiacoste di Atene Nikolaos Alexiou – L’esterno era pieno di gente, presumiamo anche l’interno della nave».

Per trovare stragi di queste dimensioni, se il quadro sarà confermato, bisogna andare indietro di sette-otto anni. Il 18 aprile 2015 il più grande naufragio di migranti nel Mediterraneo: tra 800 e mille morti nel Canale di Sicilia. Altri 500 davanti alle coste di Zuwara quattro mesi dopo. Tra 200 e 400 partiti dall’Egitto ad aprile 2016.

SECONDO LE INFORMAZIONI disponibili il peschereccio aveva mollato gli ormeggi da Tobruk, città della Libia orientale. Proprio dalla Cirenaica si è registrato un forte aumento delle traversate: più della metà dei 22/23mila sbarchi provenienti dalla Libia, sul totale di 55mila del 2023, vengono dalla regione controllata da Haftar. «L’aereo di sorveglianza di Frontex ha rilevato l’imbarcazione martedì 13 giugno alle 9:47 e immediatamente informato le autorità competenti», ha twittato ieri pomeriggio l’agenzia europea. Senza specificare a quale autorità si riferisse.

Il ministero della Navigazione ellenico ha comunicato di aver ricevuto la notizia alle 11 (ora greca) dalla centrale operativa di Roma. Alle 13.50 ha fatto partire un elicottero che due ore dopo ha localizzato il barcone. Sono stati dirottati i mercantili che si trovavano in zona affinché fornissero cibo e acqua. Le autorità ribadiscono che il peschereccio «navigava con rotta e velocità costanti» e che ha rifiutato le offerte di assistenza manifestando la volontà di continuare il viaggio verso l’Italia. Alle 22.40 da Creta è partito un mezzo della guardia costiera, che dopo aver raggiunto il peschereccio è rimasto a osservarlo a distanza. All’1.40 il motore si è spento. Alle 2.04 ha iniziato a sbandare e si è ribaltato. Le condizioni del mare non erano proibitive, il vento soffiava a 7 nodi e l’onda era altra mezzo metro. È dunque probabile che terminata la spinta del motore le condizioni di sovraccarico siano state fatali per la stabilità del mezzo. Che a bordo ci fossero centinaia di persone e che questa fosse una condizione di estrema pericolosità, però, era ben chiaro alle autorità di Atene.

L’articolo 9 del regolamento Frontex 2014 afferma che quando un mezzo in situazione di incertezza, allarme o pericolo – le tre fasi di un caso Sar (ricerca e soccorso) – rifiuta l’assistenza l’unità di salvataggio deve «sorvegliare il natante e adottare tutte le misure necessarie per salvaguardare l’incolumità delle persone». Effettivamente la motovedetta greca ha continuato a seguire il peschereccio, ma andrà approfondito se lo ha fatto predisponendosi a fronteggiare un possibile incidente o solo per monitorare il transito verso la zona di competenza italiana.

INUSUALE È LA ROTTA che i migranti sembrano aver seguito, non proprio la più breve per arrivare in Italia. «A causa dei respingimenti sistematici le barche provano a evitare la Grecia, percorrendo rotte più lunghe», scrive Ap. In questo caso, però, potrebbe aver inciso soprattutto il timore di respingimenti dalla zona di competenza maltese: da lì il 23 maggio scorso 500 persone sono state riportate in Cirenaica.

«Ogni persona alla ricerca di una vita migliore merita sicurezza e dignità», ha twittato il segretario Onu António Guterres. «Questo naufragio è il segno che la nostra politica migratoria non funziona bene al momento. La cambieremo con il nuovo Patto», ha dichiarato la commissaria Ue agli Affari Interni Ylva Johansson. La strategia europea però, più che su evitare i naufragi, è tutta concentrata sulla prevenzione delle partenze attraverso il sostegno alle autorità libiche da cui i migranti fuggono. Del resto è ampiamente dimostrato che ogni nuovo ostacolo ai movimenti di persone aumenta solo i rischi, a mare e in terra, e che nessuna legge può fermare un fenomeno di così ampia portata. La presidente della Commissione Ursula von der Leyen si è detta «profondamente addolorata per la notizia del naufragio» e «molto preoccupata per il numero di persone scomparse». È la stessa von der Leyen che a marzo 2020 parlava di «Grecia scudo d’Europa» mentre la polizia del premier Kiryakos Mitsotakis sparava lacrimogeni sui rifugiati che tentavano di attraversare il confine di terra con la Turchia. E che nulla ha fatto sui tantissimi respingimenti collettivi documentati nell’Egeo.

«L’EUROPA CONTINUA a proteggere i confini e a difendersi da coloro che sono le vittime di un mondo ingiusto. È un’ecatombe annunciata», attacca il centro Astalli. Dure critiche anche dalle Ong attive lungo la rotta centrale. «Questa tragedia mostra due cose – afferma il portavoce per il Mediterraneo dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) Flavio Di Giacomo – È necessario come non mai un pattugliamento in alto mare e bisogna smetterla di ritardare gli interventi: tutti i barconi carichi di migranti vanno soccorsi immediatamente»

«I profughi climatici ci guardano»

 

INTERVISTA. Il 20 giugno è la Giornata mondiale del rifugiato. «Ci affidiamo a distinzioni e casistiche solo per giustificare l’assenza di pietà e di giustizia sociale», dice la presidente del Focsiv Ivana Borsotto

Michele D’Amico  15/062023

Tra il 1970 e il 2021 i fenomeni meteorologici, climatici e idrici estremi hanno provocato 12.000 disastri, con 4,3 miliardi di dollari di perdite economiche dichiarate, e con oltre 2 milioni di morti: il 90% nei Paesi in via di sviluppo. Questi dati della Wmo ( World Meteorological Organization). Milioni di persone sono costrette, infatti, a fuggire a causa della crisi climatica. E per loro, per i profughi climatici, non sembrano esserci diritti. Una questione che non potrà essere ignorata nella Giornata mondiale del rifugiato che si celebra il 20 giugno. «Entro fine secolo, due miliardi di persone – di cui 600 milioni in India, 300 milioni in Nigeria e 100 milioni in Indonesia – vivrà in luoghi con temperature in crescita di +2,7°C, oltre la soglia di calore pericoloso, fissato a 29° medi annui. Lo rivelano numerosi studi.

L’obiettivo di rispettare il limite di 1,5° fissato a Parigi è forse irraggiungibile. E gli effetti negativi colpiranno le persone che vivono nei Paesi meno responsabili in termini di emissioni pro capite, nei territori in cui le emissioni sono meno della metà di quelle globali» – spiega Ivana Borsotto, presidente Focsiv (Federazione degli organismi di volontariato internazionale di ispirazione cristiana). «Se limitassimo a +2° il riscaldamento globale, si potrebbero salvare 980 milioni di persone dallo stress termico. Ma non solo il clima, anche le guerre, le discriminazioni, le carestie, la fame, la ricerca di libertà provocano l’aumento di sfollati, profughi e migranti. Mettiamoci nei panni di chi fugge dall’Afghanistan, di chi attraversa il Sahara o il Mediterraneo con i barchini, di chi si trova dietro i fili spinati della rotta balcanica, nei Lager della Libia, nei tanti campi profughi di tanti, troppi Paesi e nei nostri incivili Cpr».

Ivana Borsotto, l’accoglienza di chi fugge a causa delle crisi climatiche è una questione sopratutto etica?

Ci affidiamo spesso a distinzioni e casistiche soltanto per giustificare l’assenza di pietà e di giustizia sociale, come meschini burocrati della sofferenza. È giunto il momento di assicurare a tutti il diritto di muoversi, e a chi vuole restare il diritto di vivere a casa propria. Ma per evitare di alimentare sfiducia, risentimento, ostilità e conflitti, occorre moltiplicare di almeno quattro volte gli investimenti globali per lo sviluppo. Bisogna cambiare paradigma, perché viviamo in un mondo dove le forze del mercato si propongono come soluzione ai problemi che lo stesso mercato ha determinato, dove le democrazie sono fragili a causa delle disuguaglianze. Al contempo sono necessarie risorse economiche per l’accoglienza e l’integrazione di tutti i migranti, profughi e sfollati, di cui abbiamo bisogno. Ci aiutano a casa nostra e chiedono condizioni di vita dignitose.
Ci sono delle chiare relazioni fra crisi energetica, accesso al cibo e guerra. E ciò che sta accadendo in Ucraina è soltanto un esempio…
Sì, la guerra mondiale a pezzi lo dimostra: siamo in presenza di un effetto a valanga in cui diventano armi il grano, le medicine, l’energia, l’informazione. In questo modo aumentano le guerre, si fomentano gli scontri culturali e religiosi. Assistiamo, poi, a uno scambio di accuse sulle responsabilità per i danni ambientali attuali, si cerca chi li ha prodotti, chi deve pagare e chi deve rinunciare a qualcosa. La questione climatica è attualmente una cartina di tornasole per ogni politica di giustizia e di uguaglianza, ed è parte integrante del nostro impegno nella cooperazione internazionale, che si traduce nella difesa dei popoli e delle comunità meno responsabili dei disastri ambientali.

A proposito della difesa delle popolazioni fragili. Focsiv riconosce l’importanza dei Corpi Civili di Pace. In che modo possono favorire la giustizia climatica?

I Corpi Civili di Pace sono il tentativo di realizzare una difesa civile, non armata e non violenta in situazioni di conflitto e di emergenze ambientali. In Italia abbiamo coinvolto 500 giovani, a partire dal triennio 2014-2016, in vari campi di azione: dai processi di democratizzazione alla promozione delle capacità di azione della società civile, dal monitoraggio del rispetto dei diritti umani alle attività umanitarie, dall’educazione alla pace al sostegno della popolazione che fronteggia emergenze ambientali. Focsiv, con i suoi soci, ha realizzato 18 i progetti nella seconda annualità della sperimentazione CCP. In Europa, in America Latina: Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Colombia, Ecuador e Perù; in Africa: Senegal e Tanzania; in Medio Oriente, Libano e Palestina ed in Italia. In ciascuno di questi progetti è fondamentale la partecipazione alla vita delle comunità locali, con analisi dei rischi ambientali e delle condizioni di vita delle popolazioni, mappatura dei conflitti causati dall’inquinamento ambientale, attività di educazione ambientale, promozione di comitati di villaggio, formazione nel campo delle tecniche colturali, elaborazione di piani di riforestazione e di promozione delle biodiversità, sistemi di accesso all’acqua, promozione di piccole imprese agricole o agroalimentari, campagne di advocacy e pressione istituzionale, assistenza legale. Piccoli passi, ma fondamentali per il nostro futuro.

Dalla cura della terra dipende la qualità della nostra vita e la convivenza pacifica. Con il Rapporto «I Padroni della Terra» di Focsiv avete denunciato gli effetti negativi del fenomeno del land grabbing e quello dell’urban grabbing.

Grabbing vuol dire prendere, accaparrarsi. Vuol dire proprietà, rendita fondiaria, sfruttamento intensivo, governo del cibo. Ma anche rendita urbana, governo dell’abitare, prezzi e affitti sempre più salati, gentrificazione ed esclusione. Le terre sono al centro della geopolitica, dei conflitti di potere: oggi nel Donbass come in Palestina, nel canale di Suez come a Panama, a Taiwan come in Armenia, nel Kosovo come in tante parti del mondo, dove i pastori si scontrano con gli agricoltori. Perché la terra fertile, che potrebbe diminuire, è una risorsa finita. Mentre le città, che possono crescere, anche in altezza, sono energivore, a spese della natura. L’Onu stima che la popolazione mondiale sarà di 10 miliardi nel 2050. Di questi il 75% vivranno nelle città e saranno 7,5 miliardi, oggi sono 4 miliardi. Come possiamo assicurare il cibo, le case, nuove città e nuovi quartieri per quelle persone? Crescerà inoltre il water grabbing, con effetti altrettanto nefasti. E la guerra, prodotta anche dal land grabbing e dall’urban grabbing, ne è un acceleratore e un moltiplicatore, con città e campagne devastate, e milioni di sfollati, di profughi, di migranti.

L’Onu ha assunto l’impegno di dedicare lo 0,7% del RNL alla cooperazione internazionale. Questa risorsa economica riguarda anche lo sviluppo sostenibile delle comunità locali?

Riguarda la valorizzazione delle specificità territoriali, con politiche e progetti su misura in campo economico, sociale e ambientale. La prospettiva è quella dell’enciclica Laudato si’. È necessario che l’Italia mantenga la parola data nel 1972, in sede Onu, di dedicare lo 0,70 % del suo reddito nazionale lordo agli aiuti pubblici allo sviluppo e alla cooperazione internazionale. Impegno ribadito dalla Agenda 2030, sottoscritta nel 2015 da 193 paesi membri dell’ONU. Oggi siamo allo 0,32%, quota inferiore alla media europea (0,57%), a quella della Francia (0,50%), della Germania e dei Paesi scandinavi, che hanno già raggiunto quel traguardo. Questo è il senso e l’obiettivo della Campagna 070, promossa da AOI, CINI, LINK 2007 e FOCSIV, con il patrocinio di ASviS, Forum Terzo Settore e Caritas. È un banco di prova che riguarda noi (il legislatore ha riconosciuto alla Cooperazione internazionale con la Legge 125/2014 il compito di parte integrante e qualificante della politica estera) e l’Italia, per la sua credibilità e per la sua affidabilità internazionale.

No Comments

Post a Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.