ONU: MELONI, L’EQUILIBRIO INCERTO SUL FILO SPINATO da IL MANIFESTO e IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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ONU: MELONI, L’EQUILIBRIO INCERTO SUL FILO SPINATO da IL MANIFESTO e IL FATTO

Giorgia Meloni, l’equilibrio incerto sul filo spinato

ASSEMBLEA GENERALE ONU. Un discorso, quello di Giorgia Meloni all’Assemblea dell’Onu, tra retorica e propaganda, sprovveduto quanto a storia del ruolo occidentale attuale nel dominio del Continente africano e a storia delle guerre […]

Tommaso Di Francesco  22/09/2023

Un discorso, quello di Giorgia Meloni all’Assemblea dell’Onu, tra retorica e propaganda, sprovveduto quanto a storia del ruolo occidentale attuale nel dominio del Continente africano e a storia delle guerre imperialiste, e in paradossale, incerto e ipocrita equilibrio, su un filo spinato, tra ideologia sovranista e richiesta di multipolarismo.

Il tutto suffragato dallo schierarsi incondizionatamente a fianco dell’Ucraina aggredita – proprio mentre stava per arrivare la rottura polacca che ha deciso di non inviare più armi a Kiev -; e dalla riproposizione rassicurante del fantasmagorico “Piano Mattei”, l’Araba fenice che non esiste ma tutti ne parlano.

Al centro, naturalmente, la questione delle migrazioni per le quali l’Italia si fa portavoce, dopo avere inventato su questo una emergenza nazionale. Eppure il nodo tragico è da almeno due decenni già multipolare e internazionale e vede, in Africa e in Asia ma non solo, la vita dei migranti relegata da tempo in strutture concentrazionarie che potremmo definire città fantasma di milioni di persone. Come in Kenya, Ruanda, Somalia, Nigeria, Sudafrica, Medio Oriente, Bangladesh…L’Onu che non basta più, che «o cambia o muore», di queste realtà con l’Unhcr si prende cura per quel che può, dopo che i potenti della terra hanno deciso che lì, nei campi di concentramento vanno relegati. Molti di questi paesi hanno sollevato da tempo il nodo delle migrazioni come decisivo per la loro stabilità e sicurezza.

Giorgia Meloni arriva buon ultima e con la ricetta della «guerra mondiale ai trafficanti» che, è bene ricordarlo, lucrano sulla reale, cogente disperazione di moltitudini di milioni di persone, finché nessuno nell’Occidente che si vuole sviluppato e che conta il proprio benessere sui dati del Pil e della ricchezza, aprirà loro le porte.

Meloni questo non lo vede. Anzi invita letteralmente a «respingere il discorso utopico di un mondo senza confini» – ma non era un passo avanti della nuova Europa il superamento dei confini?

E questo perché al primo posto debbono esserci le «nazioni», le «identità» e le «comunità di destino» care ai neocons, a cominciare dal sodale Steve Bannon. Per Meloni ora il mondo riunito nell’Onu deve ricordarsi che questa istituzione è stata fondata sulla «abolizione della schiavitù» e quindi deve muovere in armi contro la «nuova schiavitù dei trafficanti»; ora poi che la guerra della Russia all’Ucraina, con la quale l’Italia si è schierata – per una guerra che è la polizza assicurativa del suo governo atlantista e senza impegno diplomatico per la pace – arriva con le sue conseguenze alimentari «anche in Africa».

A far capire come la realtà sia ben più complessa, proprio a poche ore dal suo intervento all’Onu il premier polacco Morawiecki – la Polonia è lo snodo decisivo dell’invio di armi della Nato – raccontava un’altra realtà: basta armi a Kiev, «non ne inviamo più», per reazione alla denuncia degli accordi sul grano che imporrebbero importazioni forzate e a prezzo politico, di cereali ucraini a molti paesi dell’Est, non solo quelli di Visegrad, mettendo così a repentaglio il loro export agricolo. Già a fine aprile Varsavia diceva sì all’invio di armi ma no all’importazione di grano: ora salta la solidarietà bellica.

Il fatto è che per Giorgia Meloni, guerre, miseria, sfruttamento, crisi climatiche, carestie sono parole, situazioni altrui, non sembrano corrispondere a tragedie concrete e tantomeno alle nostre responsabilità. Da queste fuggono milioni di esseri umani per i quali si preparano, con il governo italiano capofila, nuovi universi concentrazionari nella civile Europa.

Sulle guerre imperialiste poi, insiste Meloni, «avremmo dovuto dimenticarcele nel millennio passato…». In questo millennio, prima dell’aggressione russa all’Ucraina, si sono succedute con nostra diretta responsabilità guerre sanguinose in Afghanistan nel 2001, in Iraq nel 2003, in Libia nel 2011 e in Siria a partire dal 2015. Che hanno violato il diritto internazionale e provocato milioni di profughi, oltre a centinaia di migliaia di vittime civili e crimini per i quali nessun tribunale è mai stato convocato.

E però la presidente del Consiglio italiana scopre che l’Africa «non è un paese povero» ma ricco di materie prime, però «sfruttato». Ma va? Davvero una scoperta. Tacendo il misfatto che a sfruttarla è stato il nazionalismo coloniale occidentale, le «nazioni» a lei tanto care. Con quale arroganza la presidente del Consiglio italiana riscrive la storia dell’Africa cancellando la verità? Per quel riscatto dallo sfruttamento coloniale e neocoloniale, consapevoli della ricchezza rapinata, per dire basta alla «predatoria» attitudine del nostro modello di sviluppo, di produzione e di consumo, sono morti ammazzati tanti leader africani che avrebbero avuto maggiore diritto di parlare all’Onu.

Tranquilli, ora arriva il «Piano Mattei» (forse sarebbe ora di dire com’è morto Mattei), per un nuovo «partenariato paritario». Paritario come? Tecnologia e banche noi, materie prime loro non è paritario, è la depredazione in corso. E con la sola Italia o con Francia, Gran Bretagna e Germania che in concorrenza attivano i loro «piani Mattei», mentre la pragmatica Cina gli investimenti li fa davvero.

Ed emerge un altro interrogativo: ma se i Paesi dell’Africa proponessero loro un «piano Mattei» – magari chiamandolo «Piano Lumumba» o «Piano Sankara» – all’Italia, all’Europa e al mondo, senza intermediazione meloniana? Se insomma fosse l’Africa (meglio, le Afriche) a decidere davvero il proprio modello di sviluppo così centrato e subalterno alle necessità estrattiviste da noi dettate? Un’Africa che, come gran parte della intellettualità dei Paesi subsahariani, non crede più nell’aiuto gentile di nessuno, che sa che tutto questo non aiuta la democrazia, africana e italiana, proprio a fronte di un passivo coloniale mai saldato. Quattro anni fa, un libro che si intitolava “Quanto l’Europa deve restituire all’Africa” – altro che aiutiamoli a casa loro: li abbiamo «aiutati» abbastanza – abbozzando una sorta di “processo di Norimberga” per i misfatti europei del colonialismo e neocolonialismo, stimava per difetto la cifra di 70mila miliardi di dollari, a risarcimento della tratta degli schiavi, delle guerre di aggressione subite, dello scambio ineguale di merci e prezzi fissati dall’Occidente, di genocidi contro le popolazioni inermi o resistenti, fino all’emigrazione attuale. Sarà così il «piano Mattei»? Non pare proprio.

Per ora è solo l’annuncio di accordi, anche militari, – già sull’orlo del fallimento nonostante il timbro Ue – con regimi non democratici e xenofobi, come la Tunisia, e inesistenti come la Libia – secondo il modello Minniti – per la detenzione dei migranti: l’importante è che non arrivino. Per un «profumo» di colonia che si espande, dalla memoria dei campi di concentramento fascisti in Cirenaica alle nuove galere di Tripoli.

Sui migranti serve più onestà sia da destra, sia da sinistra

 

FRANCO MONACO  22 SETTEMBRE 2023

Sento il bisogno di confessare un mio disagio in tema di immigrazione. Con una premessa: penso ancora che avesse ragione Norberto Bobbio e che, in democrazia, sia cosa buona e giusta dividersi civilmente e competere lealmente tra destra e sinistra, cioè fra sostenitori di soluzioni alternative ai problemi della polis. Ciò detto, onde non essere frainteso, mi procura disagio il cedimento a logiche semplificatrici – partigiane, ideologiche e propagandistiche – a questioni complesse. La propensione a cavalcarle strumentalmente e a ostentare certezze laddove le soluzioni sono sommamente incerte, controverse, discutibili. O forse addirittura non ve ne sono di risolutive.

È il caso della sfida dell’immigrazione. Mi piacerebbe che, prima di dividersi nel giudizio e nelle ricette, si sostasse un attimo riconoscendo che soluzioni facili e sicure non se ne vedono. Sarebbe un’ottima premessa per un approccio informato a onestà intellettuale, rispettoso della portata epocale della sfida, foriero, nei limiti del possibile, di un confronto civile tra le parti e, chissà, di una convergenza intorno a soluzioni praticabili, pur muovendo da visioni e punti di vista diversi. Esemplifico. L’opposto di chi, da destra, alimenta l’illusione che la soluzione sia quella demagogica e securitaria, che semmai trasmette l’idea di una inconfessabile impotenza. Sempre da quel fronte, si accusa la sinistra di teorizzare l’accoglienza indiscriminata e oggettivamente dissennata di tutti e di chiunque. Chi e quando mai? Un’accusa speculare a quella di chi, da sinistra, bolla come per definizione disumano e incivile anche solo un approccio teso a governare il fenomeno, inesorabilmente limitando e selezionando gli accessi. Salvo mettere nel conto tensioni sociali proprio tra i ceti e nei territori (le periferie urbane degradate) più esposti all’impatto di flussi incontrollati. Giusto, da sinistra, polemizzare col mantra demagogico dei porti chiusi e dei blocchi navali impraticabili. Giusto esigere che non si abdichi al dovere di vagliare criticamente il costo, in termini di standard di rispetto di dignità e diritti, delle intese con i governanti (spesso autocrati o dittatori) dei Paesi d’origine. Sbagliato però contestare sempre e comunque che con essi si provi a negoziare forme di cooperazione mirata a contenere i flussi. Per converso, va stigmatizzata la colpevole pigrizia e il “benaltrismo” di chi, da destra, in nome di illusorie soluzioni di contrasto imperniate su muri e barriere, si esime dal dovere di approntare canali di accesso regolari e regolati a un’immigrazione di cui economia e società hanno bisogno. Una pigrizia e una colpevole omissione che spesso sono sostituite dalla retorica e dalla faccia feroce verso i criminali trafficanti di uomini. Non che essi non lo siano. Ma è innegabile che, dietro l’agitazione del loro spettro, spesso si celano l’ipocrisia e la disumanità di chi misconosce l’immane tragedia di uomini, donne, bambini. Di nuovo e reciprocamente la sinistra deve rispondere del peccato di omissione di non aver mai neppure provato a riscrivere la Bossi-Fini, che da più di vent’anni ostacola reali processi di integrazione dei lavoratori immigrati. Ancora: giusto, da sinistra, eccepire contro gli approcci emergenziali a una questione così annosa; sbagliato però esorcizzare la circostanza che si danno momenti (il nostro lo è) in cui il fenomeno conosce punte estreme che vanno contenute e governate. Di nuovo per par condicio: ineccepibile l’appello a una solidarietà europea, ma esso non ci esonera dal dovere di fare intera la nostra parte e di prendere atto realisticamente che, da quel fronte, la cooperazione sarà sempre rapsodica e limitata. Certo, ove più, ove meno, come in Ungheria, Polonia e Nord Europa. Considerato responsabilmente che ricette facili e risolutive non ve ne sono, riconoscerlo e rinunciare ai toni esagitati e propagandistici sarebbe già un primo, utile passo per mostrarsi all’altezza delle dimensioni globali ed epocali della sfida. Più semplicemente per mostrare di essere seri e onesti.

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