MIGRANTI: NAUFRAGI, MORTI E “LEGGE VERGOGNA” da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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MIGRANTI: NAUFRAGI, MORTI E “LEGGE VERGOGNA” da IL MANIFESTO

«Questa legge è una vergogna per il nostro Paese»

MEDITERRANEO. Associazioni, cattolici e Ong criticano la misura votata ieri alla Camera e la prassi introdotta a fine dicembre dal Viminale. Forti pressioni dall’Italia sulla Geo Barents: raggiunga Ancona a tutta velocità

Giansandro Merli  16/02/2023

È un coro unanime quello di associazioni e Ong, impegnate nell’assistenza dei migranti a terra o nel loro soccorso in mare, contro la conversione in legge del «decreto Piantedosi». Votata ieri dalla Camera, sarà presto in Senato. «Il giorno in cui arriva l’ennesima notizia di un naufragio davanti alle coste libiche il parlamento italiano, con pessimo cinismo, approva l’ennesimo provvedimento con cui ostacolare i salvataggi delle persone in fuga da morte, violenze, schiavitù. Una vergogna per il nostro Paese», dice Filippo Miraglia, responsabile migranti Arci, nella conferenza del Tavolo asilo e immigrazione (Tai) che si è tenuta ieri a pochi metri da piazza Montecitorio. «La mancanza di vie legali di ingresso in Europa costringe migliaia di persone a rischiare la vita affidandosi ai trafficanti. Non si può continuare a lasciarle morire in mare rimanendo fermi e persino inasprendo le procedure per il soccorso e l’approdo in Italia», afferma invece padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli.

Duri anche i toni delle organizzazioni impegnate nel Mediterraneo centrale. «Dai tempi di Mare Nostrum non esiste un sistema di ricerca e soccorso proattivo e adeguato. Il decreto del governo non interviene su questa lacuna, ma ha come obiettivo limitare la capacità di soccorso delle navi umanitarie. A rimetterci non sono tanto le Ong, ma le persone che affrontano la rotta migratoria più letale al mondo», afferma Juan Matías Gil, capomissione di Msf. Gil si trova a bordo della Geo Barents e denuncia le pressioni che il Centro nazionale di coordinamento del soccorso marittimo di Roma (Imrcc) sta facendo sulla nave affinché si diriga a tutta velocità e senza deviazioni verso il porto di Ancona, assegnato lunedì scorso dopo il soccorso di 48 persone. «Non hanno alcuna considerazione per il benessere dei naufraghi a bordo», dice Gil, che sottolinea la contraddizione tra la richiesta di fare presto e l’indicazione di un porto lontanissimo.

L’Ong Sos Humanity chiede un intervento dell’Ue perché «la nuova legge è contraria al diritto internazionale ed europeo. La Commissione, in qualità di custode della legge, agisca contro queste violazioni di uno Stato membro». Per Sea-Watch si tratta di una «legge propaganda» che «causerà più vittime». «Le morti in mare sono la diretta conseguenza di scelte politiche», accusa la presidente di Emergency Rossella Miccio.

Nella sua presa di posizione Sos Mediterranée pone l’accento anche su un altro aspetto della vicenda: «il “combinato disposto” del decreto e delle prassi di coordinamento applicate alle navi Ong si traduce in una mortale riduzione della capacità di soccorso nel Mediterraneo». La prassi di assegnare porti subito dopo il primo soccorso ma lontani centinaia di miglia nautiche è infatti indipendente dal decreto (e lo precede di due settimane, con le Sea-Eye 4 e Life Support spedite a fine dicembre nella città di Livorno). Le sanzioni previste dalla norma dovrebbero servire a scoraggiare potenziali forme di disobbedienza a queste indicazioni di dubbia legittimità. Finora non ce ne sono state e nemmeno nei casi di soccorsi multipli sono stati applicati fermi o multe. «La legge ha l’obiettivo di svuotare il Mediterraneo dai dissidenti, da coloro che non accettano la logica di morte del regime dei confini – afferma Luca Casarini di Mediterranea – La prassi, però, è molto più avanti: i porti lontani ne sono un esempio. Le vittime di questa guerra sono sempre le stesse: i civili. Donne, uomini e bambini».

Secondo Vittorio Alessandro, ammiraglio in congedo della guardia costiera e membro del comitato per il diritto al soccorso, «questa norma ha una scarsissima valenza applicativa perché dichiara ciò che le leggi italiane e le convenzioni internazionali già prevedono: la necessità di concludere i soccorsi in maniera rapida e tempestiva, l’obbligatorietà delle comunicazioni alle autorità e la possibilità di informare i naufraghi sulle procedure d’asilo». I principali effetti, continua Alessandro, vengono da ciò che non è scritto, come le assegnazioni di porti lontani, e dal piano simbolico, perché «si aggiunge un carico di diffidenza e rancore verso chi esercita attività di soccorso nel Mediterraneo».

Migranti, naufragio nel Mediterraneo: almeno 70 morti

Il barcone partito da una località a 75 chilometri da Tripoli con 80 persone a bordo: 11 i corpi recuperati, 62 i dispersi

Alfredo Marsala  16/02/2023

I cadaveri sono stati adagiati sulla piaggia sabbiosa, dominata da una costa rocciosa. La gente li osservava, mentre i soccorritori della Mezzaluna Rossa libica li coprivano con dei teli o con quello che sono riusciti a recuperare. Sono undici corpi, probabilmente africani: dieci uomini e una donna. Per ora senza nome. Sono le vittime della nuova strage del mare. Da qualche parte però ce ne sarebbero altre sessantadue: i loro corpi il mare non li ha ancora “riconsegnati”. Ufficialmente risultano dispersi. Ma per l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) sono morti.

SIAMO NELLA ZONA di Qasr Al-Akhyar, uno dei sobborghi costieri a 75 chilometri dalla capitale Tripoli, che si estende da Ghanima fino a Qarabulli, a sud di Msallata. Da qui sarebbe partito il barcone diretto verso il sud dell’Europa. A bordo una ottantina di persone, almeno questo è il numero indicato dai sette sopravvissuti, che sono stati salvati e portati in ospedale in condizioni gravi. Da parte delle autorità libiche non è stato rilasciato alcun commento sul tragico naufragio. Come nessuna notizia ufficiale è arrivata dalle autorità marocchine sulla denuncia fatta dalla Ong Caminando Fronteras riguardo alla scomparsa di settanta migranti, tra cui 12 minori, lungo la rotta spagnola.

DUE NAUFRAGI avvolti nel mistero. Trentaquattro persone, secondo la ricostruzione della Ong basta sulla raccolta delle testimonianze dei sopravvissuti, si trovavano a bordo di una barca, 36 in un’altra. La prima sarebbe partita il 4 febbraio con 65 migranti; sarebbe stata soccorsa alla deriva da un peschereccio e condotta verso Laayoune, una delle province controllate dal Marocco nel Sahara occidentale, dove è approdata sei giorni fa. «C’erano solo 31 superstiti, tutti i bambini salvo uno erano morti», sostiene la Ong. La seconda barca, con 56 persone, sarebbe salpata sei giorni fa da Cap Boujdour, a nord del Sahara occidentale, tra le regioni Saguia el Hamra e Rio de Oro. L’imbarcazione sarebbe naufragata poco dopo la partenza. «In questo caso sono morte 36 persone, tra cui cinque bambini», denuncia la Ong spagnola.

«DALL’INIZIO dell’anno sono morte oltre 130 persone, una media di oltre 3 al giorno», spiega Flavio Di Giacomo, portavoce dell’Oim. «È evidente come continui a mancare un sistema di pattugliamento efficiente nel Mediterraneo». Secondo il Missing Migrants Project dell’Oim, nel 2022 su quella rotta hanno perso la vita più di 1.450 migranti. I numeri sono impressionanti. Dal 2014 sono stati registrati più di 17 mila persone morti o scomparse. Per l’Oim «questa situazione è intollerabile» e c’è bisogno di intervenire: «È necessaria un’azione concreta da parte degli Stati per aumentare la capacità di ricerca e soccorso, stabilire meccanismi di sbarco chiari e sicuri, nonché percorsi sicuri e regolari per ridurre i viaggi pericolosi». E a largo della Libia, sempre ieri, la nave Ocean Viking ha soccorso 84 persone, tra cui 58 minori non accompagnati, che erano a bordo di un gommone. «Molti sopravvissuti soffrono di disidratazione e ipotermia», ha riferito l’Ong marsigliese. «Le persone continuano a partire dalla Libia perché la situazione è così instabile, le violenze sono così forti che decidono di farlo a prescindere dalla presenza o meno di salvataggi in mare», afferma Di Giacomo. «Purtroppo – aggiunge il portavoce dell’Oim – continuiamo a vedere questa dinamica per cui si scambia spesso la presenza di navi in mare come un pull factor, mentre in realtà esiste solo un fattore di spinta: le violenze di cui i migranti sono ancora vittime in Libia. Finché non si farà di più per salvare vite purtroppo questi naufragi continueranno».

E GLI ATTIVISTI di Alarm Phone hanno lanciato su twitter un’allerta per un’imbarcazione con 33 persone che è alla deriva al largo di Sfax in Tunisia, a sole quattro miglia dalla costa. «Le persone ci hanno detto che la barca è alla deriva, ma la Guardia costiera tunisina non è riuscita ad individuarla», sostiene Alarm Phone, che ha invitato le autorità tunisine a proseguire nelle ricerche.

A LAMPEDUSA sono stati soccorsi tre barchini con 118 migranti. Sui primi due, avvistati e a circa 80 miglia dalla costa, c’erano 38 e 43 persone, sul terzo, intercettato a un miglio, altri 37 migranti tra cui sette donne. Sono stati portati tutti nell’hot spot, dove la notte prima erano stati condotti altre 170 persone salvate in quattro operazioni differenti in mare, sempre al largo dell’isola delle Pelagie.

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