LA NOSTRA VITTORIA SUI MIGRANTI COSÌ HA UN PREZZO MOSTRUOSO da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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LA NOSTRA VITTORIA SUI MIGRANTI COSÌ HA UN PREZZO MOSTRUOSO da IL FATTO

La nostra vittoria sui migranti così ha un prezzo mostruoso

SULLA ROTTA DELL’ALTRO MEDITERRANEO – Un viaggio sul fronte dell’odio. Pagliassotti racconta la nostra guerra combattuta per mantenere blindata e inespugnabile la “Fortezza Europa”

TOMASO MONTANARI  27 MARZO 2023

Noi tutti che parliamo dei migranti (contro i migranti, per i migranti) siamo remoti dai migranti. Tra noi e loro c’è un abisso esistenziale, prima ancora che sociale. Abbiamo destini diversi: avuti in sorte senza alcun merito. Ogni volta che provo a misurare la distanza che ci separa, vengo inghiottito dalla vertigine di una ingiustizia infinita. Senza possibile rimedio. Penso che un Dio di giustizia e di amore debba esserci anche solo per questo: per pareggiare i conti, almeno di là. Lo penso con sollievo, per loro. Con terrore per noi: per me. La destra xenofoba, fascista e razzista che ci governa li usa per conquistare il potere: e prima o poi qualcuno gliene chiederà conto. Ma nemmeno noi, noi che la pensiamo al contrario, siamo innocenti: come possiamo, noi, continuare a vivere “nelle nostre tiepide case: noi che troviamo, tornando a casa, cibo caldo e visi amici”?

L’ultimo libro di Maurizio Pagliassotti (La guerra invisibile. Un viaggio sul fronte dell’odio contro i migranti, oggi in libreria per Einaudi) ci costringe a non distogliere lo sguardo. È il mestiere del giornalista, del reporter: e Pagliassotti lo fa davvero. Percorrendo, in buona parte a piedi, i seimila chilometri che vanno da Ventimiglia al confine tra Turchia e Iran: la rotta balcanica, l’altro Mediterraneo in cui spariscono i migranti. Guardando, e raccontando. È un fronte bellico, dice Pagliassotti: i suoi occhi vedono una guerra, la sua scrittura la fa vedere anche a noi. Una guerra “sconosciuta a molti attori del dibattito pubblico e politico, che parlano e twittano sulla base di slogan e luoghi comuni”. Una guerra contro i migranti: per tenerli fuori dalla fortezza Europa. Una guerra che non potremo tenere per sempre lontana da noi. Perché in realtà, scrive, “riguarda noi. Soprattutto quel vastissimo mondo di mezzo che non sa come schierarsi e si dibatte tra un compassionevole ‘Poveretti’ e un preoccupato ‘Ma sono troppi, come facciamo a prenderli tutti. Aiutiamoli a casa loro’. Questo libro vorrei che fosse letto proprio da costoro, ma non per scatenare un senso di pena o un cedimento umanitario, sentimenti a cui non credo più, besì per dire loro che la ferocia che c’è al di là di Trieste prima o poi vi raggiungerà”. È difficile, questo discorso: perché – scrive ancora Pagliassotti – ormai “la parola stessa ‘migrante’ provoca resistenza, perché ormai segregata dentro un cliché semantico che la rende debole e lontana. Ho visto la guerra che stiamo combattendo e vincendo contro i migranti, sebbene con grande fatica e sperpero di risorse, per questo ho deciso di chiamarli nemici in queste pagine. Ma ora, al termine di questo racconto in cui io stesso ho ondeggiato, qualcosa mi appare più chiaro. L’Italia e l’Europa, mi appaiono in questo settembre 2022 lanciate verso un futuro fatto sempre più di rancore mal represso, perché la guerra alla povertà è stata soppiantata dalla guerra ai poveri”. È questa la guerra mondiale: quella dei ricchi contro i poveri.

Ma allora almeno proviamo a guardarli in faccia, questi nostri nemici. Come quelli che Maurizio incontra chiusi in una cantina di Edirne, città turca subito dopo il confine con la Grecia, cioè con noi. “Apro la porta della cantina – scrive – e vengo assalito da un fetore che prende alla gola e mi provoca un conato di vomito, ma resisto e riesco a vedere in una piccola stanza larga due metri e mezzo e lunga tre, dei corpi di alcuni esseri umani seminudi. Ricordo che non ho pensato subito che fossero uomini, bensì un ammasso di stracci dal colore beige, indefinito: c’era poca luce e una singola lampadina era accesa in un angolo. Non hanno scarpe, non hanno pantaloni, alcuni indossano solo delle mutande o una calza, altri sono rannicchiati nudi in un angolo di fianco alla stufa elettrica che emette il calore necessario per non morire assiderati. (…) Tutte le bocche sono sdentate, circondate da labbra secche e spaccate dal freddo. Quello che vedo è l’uomo allo stato bestiale, che si getta sul cibo, pronto a divorare il suo vicino pur di avere un tozzo di pane: sono sporchi, luridi, hanno gli occhi scavati e le barbe lunghe, le mani sono nere e coperte di fango. I loro corpi stanno marcendo da vivi, sono dei morti che vivono in una catacomba, dei morti che ostinatamente non vogliono prendere coscienza della loro condizione. Si rifiutano di uscire da molti giorni, da quando hanno subito la pedagogia del terrore della frontiera turco-greca. Poi gli uomini morti mi vedono meglio e allora si avvicinano come un plotone di zombi mentre masticano e con le mani reggono il cibo che non riescono a spingere in bocca. Allora capita una cosa che non mi era mai successa: vogliono che li fotografi”.

Sull’umiliazione e sulla paura vince la dignità: ché almeno noi europei siamo costretti a vedere il prezzo della nostra vittoria sui migranti. Un prezzo mostruoso.

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