DISCUTIAMO DEI POPOLI IN VIAGGIO da IL MANIFESTO e IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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DISCUTIAMO DEI POPOLI IN VIAGGIO da IL MANIFESTO e IL FATTO

Discutiamo dei popoli in viaggio

I BAMBINI CI PARLANO. La rubrica settimanale in ascolto della voce dei piccoli. A cura di Giuseppe Caliceti

Giuseppe Caliceti  26/01/2023

In queste settimane abbiamo studiato la storia dei popoli della Mesopotamia…. Abbiamo visto che tante volte i popoli si spostano, si mettono in viaggio…. È così dal tempo dei tempi, come si dice…. Anche adesso è così…. Mi spiegate con parole vostre perché?

«Secondo me si mettono in viaggio se stanno male. Perché abbandonano un posto per trovarne uno migliore e vivere meglio con la loro famiglia».

«Anche io, per esempio…. Prima mio padre è venuto qui in Italia dall’Egitto. Dopo, quando ha trovato il lavoro e la casa, ha chiamato anche la sua famiglia, cioè noi e la mamma. E adesso siamo tutti qui insieme ad abitare in Italia».

«Io sono rimasto colpito che sono 240 milioni le persone che oggi migrano nel mondo perché io pensavo che erano meno… Invece c’è un grande movimento… Questo, per me, vuol dire che tutti vogliono stare bene e trovare un posto migliore da vivere, ma non so se lo trovano….».

Chi mi sa dire bene le ragioni per migrare…

«Sono tanti, ma per me quasi tutti migrano perché nel loro Paese non c’è abbastanza lavoro. Senza lavoro non hanno soldi e senza soldi non possono avere una casa, sposarsi, fare dei figli…. Allora non possono vivere, non possono fare niente… Per questo se ne vanno in cerca di fortuna, per stare meglio e vivere meglio sia loro sia le loro famiglie».

«In Italia ci sono molti stranieri, mi ha detto mio zio, ma lui dice che in Francia e in Germania ce ne sono di più che da noi….».

«Per me alcuni scappano dal loro Paese perché c’è la guerra, per esempio. Oppure ci sono troppe montagne e poche pianure e allora non si riesce ad avere abbastanza cibo per tutti. O anche la guerra: se cadono delle bombe non puoi vivere bene, hai sempre paura che muori tu o uno della tua famiglia, per questo se ne vanno in cerca di posti migliori dove abitare».

«Nella lettura c’era scritto che il 20 Giugno è la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato».

«Anche i miei genitori, in Sicilia, non riuscivano a trovare lavoro, allora sono venuti qui in Emilia per lavorare e farsi la casa e la famiglia. Se loro non potevano venire, magari non avevano il lavoro e non nascevo neppure io».

«Ci sono tanti motivi perché uno deve andare via dal suo Paese, anche se secondo me tutti vorrebbero restare a vivere nel Paese in cui sono nati. Per esempio, ci può essere la carestia, cioè che non c’è più da mangiare per tutti e puoi morire di fame. O per il lavoro. O per il clima troppo freddo o troppo caldo».

«Ci sono anche i terremoti, gli uragani, gli tsunami che possono distruggere tutta la tua casa e allora dopo devi andartene per trovare del lavoro e costruirtene un’altra».

«Io ho capito che la cosa più importante per me è il lavoro perché se non hai il lavoro fai fatica a vivere in ogni parte del mondo. Infatti se non c’era il lavoro qui in Italia, o se magari tra un anno o due non c’è, noi ce ne andiamo via anche dall’Italia. Anche se io sono nato in Italia e loro in Marocco. Magari possiamo andare in Francia o in Svizzera, non lo so. Se invece c’è il lavoro, noi rimaniamo a vivere qui».

«Molti vengono in Italia da Paesi più poveri, perché dipende anche dalla povertà o dalle ricchezze, anche dal mangiare. Se in alcuni Paesi non c’è più da mangiare, allora cosa ci stai a fare?».

«Sì, è vero, perché l’euro costa di più di altre monete. Anche per questo ci sono tanti migranti che vogliono andare a vivere nei Paesi come l’Italia».

«Sì, è vero. L’euro è famoso. Altre monete hanno un nome che non mi ricordo».

«Ci sono anche tanti ragazzi che muoiono di fame. Noi facciamo sempre la raccolta per aiutarli, in parrocchia, la raccolta di soldi. Anche le scuole: non tutti vanno a scuola, molti bambini vanno a lavorare da piccolissimi e in tanti muoiono».

«I migranti sono uomini, donne, bambini e bambine che da soli, o in gruppi, lasciano il Paese dove sono nati, il loro Paese di origine, per andare ad abitare in Pesi diversi dove sperano di vivere una vita migliore».

«Anche alla tv io ho visto molti che migravano, cioè venivano in barca fino in Italia, dall’Africa, dal Marocco, dalla Tunisia…. con barche molto piccole… E tante volte alla tv dicono che loro sono morti, non sono riusciti ad arrivare qui da noi in tempo perché c’era il mare infuriato e sono annegati».

ANONIMO SENZA IDENTITÀ

MASSIMO FINI 25/01/2023

 “In un mondo dove il male è di casa e ha vinto sempre/ dove regna il capitale, oggi più spietatamente”(Sancho Panza in “Don Chisciotte” di Francesco Guccini).

 Ricevendo in Vaticano il capo di Confindustria Carlo Bonomi, Papa Francesco ha ricordato che il predecessore dell’imprenditore è il mercante. Ma si è dimenticato, diplomaticamente, che al Tempio Cristo arronzò duramente i mercanti e concluse l’happening prendendoli a frustate: “Voi fate della Casa di Dio un luogo di ladri e di bari”. È più o meno fra il Trecento e il Quattrocento che con i mercanti, divenuti una forte classe sociale, ha inizio la “lunga marcia” che porterà all’odierno capitalismo. Prima i mercanti, in tutte le culture, erano considerati l’ultimo gradino della società, solo poco al di sopra degli schiavi. In Giappone il samurai non solo non può maneggiare denaro, cosa disprezzatissima, ma nemmeno pensare in termini di denaro. Francesco di Marco Datini, il famoso mercante di Prato, per salvarsi l’anima metteva in cima ai suoi precisissimi rendiconti la formula “in nome di Dio e del denaro”. Partita da Firenze la lunga marcia del denaro arriverà nel bobbiese, poi nelle Fiandre. Di pari passo con l’espansione della classe dei mercanti va quella delle banche. In origine, con l’eccezione dei due secoli del cosiddetto “capitalismo antico” in Grecia e in Roma che peraltro era molto lontano da quello moderno, le banche erano semplici istituti di deposito, cioè si faceva custodir loro i soldi per premunirsi dai furti. In seguito, con gli inizi del capitalismo moderno, le banche cominciano a investire i quattrini dei depositanti facendo ricadere una buona parte dei rischi d’impresa sui correntisti, cioè sui risparmiatori, i fessi istituzionali del gran gioco del denaro che non hanno capito che il denaro va mobilitato il più possibile e non tenuto fermo per essere impallinato. Poiché a ogni credito corrisponde un debito e come scrive Vittorio Mathieu in Filosofia del denaro : “i debiti alla lunga non vengono onorati”. Non per nulla i ricchi che di queste cose se ne intendono hanno più debiti che crediti mentre l’uomo comune è obbligato a tenersi stretto il suo risparmio in previsione di qualche accidente, insomma per non vedersi messo sul lastrico da un giorno all’altro. Le banche sono usuraie. Lo ha detto a chiare lettere la scuola di Tommaso D’Aquino e dei suoi seguaci, Alberto Magno, Nicola Oresme, Giovanni Buridano, Gabriel Biel, Molina, De Lugo. Il tomismo ha condotto una lunga, generosa e a volte vincente (perché la Chiesa aveva presa sulle istituzioni pubbliche) battaglia non solo contro l’usura ma contro l’interesse, col sottile argomento che “il tempo è di Dio e non può essere oggetto di mercato”. Inoltre il tomismo si è affannato a cercare il “giusto prezzo”, ma il “giusto prezzo” non poteva che essere determinato dall’incontro della domanda e dell’offerta. Nell’Africa Nera si è cercato di sfuggire a questo meccanismo attraverso il baratto. Ma con l’avvento del colonialismo questo sistema fu sfondato. I colonizzatori misero una tassa su ogni capanna per cui l’agricoltore doveva necessariamente cercare un surplus per onorare questa tassa. Canta un poeta africano: “com’erano belli i tempi in cui se io avevo pepe e tu sale, io ti davo il mio pepe e tu il tuo sale” senza stare a guardare se uno valesse più dell’altro. È in questo modo che abbiamo assassinato l’economia e insieme ad essa la cultura africana. I risultati si vedono proprio oggi. Ai primi del Novecento l’Africa Nera era alimentarmente autosufficiente, lo era in buona sostanza, al novantotto% nel 1968. Cosa è successo nel frattempo? Poiché il modello di sviluppo che chiamiamo occidentale, basato sulle crescite esponenziali che esistono in matematica (tu puoi sempre aggiungere un numero) ma non in natura questo modello è alla perenne ricerca di mercati . E quindi anche l’Africa, per quanto povera ma ricca di abitanti diventava un mercato appetibile e necessario. Da qui il passaggio alla fame nuda e cruda è stato breve quanto inevitabile. Di qui anche le migrazioni, soprattutto verso l’Europa, che tanto ci spaventano. Le navi esistevano anche negli anni Sessanta del secolo scorso, ma non si erano mai visti neri africani affrontare il pericolosissimo deserto della Libia, divenuto tale dopo il brutale assassinio del colonnello Muhammar Gheddafi, pagare taglie agli scafisti che a loro volta le pagano all’Isis, per poter lasciare quelle coste e affrontare su barconi periclitanti, destinati spesso al naufragio, il mar Mediterraneo. La globalizzazione ha esasperato tutti i tratti negativi del neocapitalismo. Nei decenni si assiste a una sempre maggior finanziarizzazione del sistema, oggi la maggiore potenza non è nelle mani degli Usa o della Cina ma del mercato, questo mostro anonimo senza identità. In fondo un dittatore si può sempre sperare di abbatterlo con i nostri fucilini a tappo, mentre non si può colpire il cuore del mercato semplicemente perché non c’è.

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