CONTRO I MIGRANTI UNA LUNGA CATENA DI STRAGI IMPUNITE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
11450
post-template-default,single,single-post,postid-11450,single-format-standard,cookies-not-set,stockholm-core-2.4.4,select-child-theme-ver-1.0.0,select-theme-ver-9.10,ajax_fade,page_not_loaded,,qode_menu_,wpb-js-composer js-comp-ver-7.6,vc_responsive

CONTRO I MIGRANTI UNA LUNGA CATENA DI STRAGI IMPUNITE da IL MANIFESTO

Contro i migranti una lunga catena di stragi impunite

COMMENTI. L’Occidente opulento e aggressivo, li vive e descrive come minaccia esterna alla propria sicurezza ed ha facile gioco a mobilitare contro di loro i demoni del razzismo

Enrico Calamai  07/03/2023

La strage dei giorni scorsi a Crotone è soltanto l’anello più recente di una lunga catena di storie di profughi iniziata, per l’Italia, nel 1991 con l’arrivo a Bari della nave Vlora con a bordo 20mila disperati cui fa seguito nel 1997 l’affondamento della Kater I Rades, con 120 persone a bordo – in fuga dalla guerra civile in Albania – da parte della corvetta Sibilla della nostra Marina Militare. E che dire della prescrizione – vuol dire nessun colpevole, reati estinti e sostanziale dimenticanza – decisa dal Tribunale di Roma solo nel dicembre 2022 della «strage dei bambini» dell’11 ottobre 2013, quando un barcone partito dalla Libia con 400 persone a bordo affondava in acque rientranti nella zona SAR maltese, ma a poche miglia da Lampedusa? Morirono 268 persone, in prevalenza siriani in fuga dalla guerra, di cui 60 bambini. Fece tanto scalpore ma ora è solo oblio.

È IL CONTROCANTO che da allora accompagna gli inni guerreschi di quello che Bush senior definiva nuovo ordine mondiale: un mondo unipolare in cui l’iperpotenza sopravvissuta alla Guerra Fredda, con il crescente numero di satelliti che le ruotano intorno, riesce a imporre i propri interessi geostrategici, finanziari ed economici sul resto del mondo. Un Occidente trionfante che potremmo rappresentarci come un’aquila a tre teste – semplificando con la classica iconografia imperiale -, con al centro gli Stati uniti e ai lati la Nato e la Ue, artigli capaci di colpire dovunque o quasi, stomaco dalla voracità insaziabile, e, in cauda, testa di ponte in Medio Oriente, Israele, dove il popolo dei campi profughi, i palestinesi, è stato cancellato dalla memoria della comunità internazionale. Un Occidente che ora riceve una risposta altrettanto aggressiva, armata e neo-imperiale da parte della Russia di Putin.

LA GUERRA, PRATICABILE e praticata, anche da parte di quegli Stati la cui Costituzione la ripudia, ne è lo strumento principe, ma non certo l’unico: l’ingerenza nei sistemi politici, la corruzione e il finanziamento di qualunque forma di governo, purché a «noi» favorevole, il saccheggio delle risorse dei Paesi che non sono in grado di difendere la propria sovranità, specie quelle energetiche, la deforestazione, le crisi ambientali, la creazione di movimenti armati, lo scatenamento di guerre civili e ribaltamenti riservati a chi vi si oppone, sono esempi della vasta gamma di interventi possibili. Come se, superata la fase storica della decolonizzazione, con un prodigioso rimontar della corrente fossimo approdati ad un neocolonialismo mondiale, che chiamiamo globalizzazione.

Con un Occidente, area di spreco e privilegio, in cui l’opinione pubblica, quotidianamente sommersa da valanghe di informazioni disinformanti, riesce a non vedere il caos e la desolazione che sempre più da vicino l’assediano: contemporaneamente flagellati da pandemia e crisi economica, crisi climatica e guerra, riusciamo a pensare di cavarcela col nostro benessere.

E I DANNATI DELLA TERRA, che da noi cercano la salvezza, sono l’altra faccia della globalizzazione, quella nascosta, di cui l’Occidente opulento rifiuta di responsabilizzarsi. Anzi, proiettandovi la propria aggressività, li vive e descrive come minaccia esterna alla propria sicurezza ed ha facile gioco a mobilitare contro di essi le opinioni pubbliche, anche a costo di risvegliare i demoni del razzismo che credevamo sconfitti fin dalla II Guerra Mondiale.

NULLA VIENE TRALASCIATO al fine di arginare un fenomeno che non potrà smettere, finché il mondo occidentale continuerà a trasformare in profitto le risorse naturali, umane e ambientali, a rischio di trascinare nell’autodistruzione l’umanità e il Pianeta.

Nulla si risparmia come deterrente: la costruzione di mura, l’esternalizzazione delle frontiere grazie ad accordi con Paesi non democratici, che a cambio di sostegno finanziario, politico e tecnologico, si prestano al lavoro sporco del respingimento, un sistema di campi di concentramento a macchia di leopardo, dove i migranti sono oggetto di tortura, violenza sessuale ed esecuzioni, lavoro forzato e vera e propria schiavitù, l’uso delle forze armate di Paesi terzi e l’omissione di soccorso quando i migranti riescono comunque ad avvicinarsi ai confini e rischiano di varcarli.

LA PARTECIPAZIONE e l’indignazione alle manifestazioni di sabato 4 marzo a Firenze e a Milano ci dicono tuttavia che siamo in molti a percepire che la nota dolente dell’immigrazione ha superato il limite dell’intollerabilità del diritto ingiusto, come diceva il giurista tedesco Radbruch, oltre il quale la magistratura si trova a non poter applicare le norme dell’orrore «goyesco» che un sistema politico può produrre. Che esiste spazio per una resistenza non violenta, espressione di un’etica politica capace di crescere fino a strappare i paraocchi alla miriade di palline da flipper cui le nostre società, un tempo solidali, sono ridotte.

Ci dicono che il diritto è l’arma della civiltà e che arriverà il momento in cui forse un giudice all’Aja troverà il coraggio di togliere l’impunità su cui fa affidamento il neoliberismo atlantista delle classi dirigenti che si alternano al potere in Italia e in Europa.

Giovedì il consiglio dei ministri a Cutro. Tutti con Piantedosi, per scelta o per forza

IMMIGRAZIONE. Meloni prova a capovolgere l’immagine cinica del governo senza scaricare il ministro. Mentre la Lega rilancia i «decreti Salvini». La premier ha voluto leggere in anticipo il testo dell’informativa di oggi alla camera

Andrea Colombo

«L’Italia non può rimanere più sola a affrontare l’immigrazione clandestina. Per questo nel consiglio dei ministri giovedì e nel prossimo consiglio europeo il governo continuerà la sua battaglia per fermare i trafficanti di esseri umani e le morti in mare». Giorgia Meloni dà appuntamento giovedì pomeriggio a Cutro, lo scenario dell’orrore, per il consiglio dei ministri «riparatore» convocato lì nella speranza di capovolgere l’immagine cinica e senz’anima che il governo ha proiettato di se stesso. Il ministro degli Interni, nonostante il contemporaneo summit dei ministri Ue, ci sarà, se del caso facendosi rappresentare a Bruxelles da un sottosegretario. La riunione del governo non sarebbe slittata comunque «o rientra prima o si fa senza di lui», facevano sapere ieri dai piani alti del governo e già questo dice tutto sugli umori interni all’esecutivo.

IERI PALAZZO CHIGI ha smentito con una nota insolitamente dura la notizia di una convocazione del ministro da parte della premier: una chiamata a rapporto che chiunque avrebbe tradotto con la parola «commissariamento». Le indiscrezioni sulla convocazione e su «presunte divergenze», recita il laconico comunicato, «sono letteralmente inventate e dunque destituite di fondamento». La smentita era inevitabile: se confermata dai fatti, l’indiscrezione avrebbe sancito una lacerazione quasi irrecuperabile non solo con il ministro ma con l’intera Lega. La tensione però c’è ed è palpabile nonostante la vibrata negazione di un Donzelli più stridulo del solito. La presidente ha chiesto di vedere il testo dell’informativa di oggi alla Camera di Piantedosi. Controlla passo passo il procedere dell’inchiesta a Crotone. Non vuole altre sorprese, né sul piano fattuale né su quello dell’immagine.

OGGI PIANTEDOSI intende svolgere «un’informativa nel senso letterale, puntuale e completa su tutti gli elementi». Insisterà soprattutto sulle norme e dunque sulle responsabilità e sulle diverse competenze. Spiegherà che non c’è stato nulla di scorretto nel mancato soccorso da parte della Guardia costiera. Cercherà così di assolversi a norma di regolamento senza convincere l’opposizione che, pur senza presentare apposita mozione, ne reclama e ne continuerà a reclamare le dimissioni. Non arriveranno. La maggioranza è costretta a difenderlo, anche se con sfumature palesemente diverse: con entusiasmo la Lega che conferma per bocca dello stesso Salvini «assoluta fiducia», con convinzione Fi, se non proprio obtorto collo certo senza passione FdI.

Il confronto vero nella maggioranza non riguarda però il dibattito di oggi ma la riunione del governo a Cutro, dalla quale devono uscire scelte precise sul fronte dell’immigrazione pena il risolversi in un controproducente boomerang. Di certo c’è solo la stretta sulle pene per i trafficanti, decisione ovvia ma di dubbia efficacia, necessaria soprattutto per sostenere la tesi del governo: quella per cui tutto si riduce a una questione di guerra ai trafficanti. Dopo le parole del papa all’Angelus di domenica, «i trafficanti vanno fermati», quella parola d’ordine è stata strillata con toni stentorei da tutti, con Meloni e Salvini a guidare il coro.

DI CERTO NEI GIORNI precedenti c’erano stati colloqui tra il sottosegretario Mantovano, l’anima cattolicissima del governo, e la segreteria di Stato vaticana, ma è molto difficile immaginare un condizionamento del pontefice da parte del governo. La strumentalizzazione delle parole di Francesco non deve essere piaciuta affatto oltre Tevere. Il segretario di Stato cardinal Parolin è infatti perentorio: «La tragedia di Cutro è un monito per le nostre coscienze. Non ci si può ridurre a combattere solo gli scafisti». Lo stesso pontefice è tornato sul tema, chiedendo «un rinnovato impegno nel favorire accoglienza e solidarietà». L’obiettivo di Salvini e Piantedosi era ed è ancora uscire dalla riunione di Cutro con regole molto più rigide sull’immigrazione, il ritorno di quei «decreti Salvini» che il ministro ha già provato più volte a resuscitare. Il miraggio è ancora quello: «Bisogna riadottare i decreti Sicurezza di Salvini», conferma il sottosegretario leghista agli Interni Molteni. Ma Meloni, che ha già congelato le nuove norme proposte da Matteo Piantedosi, non ha alcuna intenzione di fare un simile passo in questo momento. Perché sa che buona parte dell’opinione pubblica non apprezzerebbe. Soprattutto perché scommette molto sul buon esito della sua lettera alla Ue, alla quale Bruxelles ha fatto sapere ieri che risponderà presto. Come viatico per una trattativa con l’Unione europea è difficile immaginare qualcosa tanto controproducente quanto rivangare le politiche sull’immigrazione di Salvini.

No Comments

Post a Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.