AIUTIAMOLI A MORIRE A CASA LORO da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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AIUTIAMOLI A MORIRE A CASA LORO da IL MANIFESTO

Aiutiamoli a morire a casa loro

COMMENTI. Cosa significa «dobbiamo bloccare le partenze»? Significa che milioni di profughi che fuggono dalle guerre, dalla fame, dalla miseria, dalla siccità, dalle inondazioni, devono restare a morire nella propria terra

Tonino Perna  28/02/2023

L’ennesima tragedia dei migranti che muoiono davanti alle nostre coste, che potevano tranquillamente essere salvati prima, ha provocato una reazione unanime nel governo italiano che è stato ben espresso dalla premier addoloratissima per questo ennesimo naufragio: «Basta. Dobbiamo impedire le partenze». Le ha fatto da megafono il ministro Piantedosi: «Non dovevano partire».

Giusto, logico e pragmatico, non fa una grinza. Se nessuno parte su un barcone, gommone o altro mezzo, nessuno muore. Per questa intuizione dovrebbe essere conferito alla presidente del Consiglio, unitamente al suo Ministro degli Interni, uno speciale Nobel per pace, magari con una piccola specificazione: «Per la pace eterna».

Cosa significa «dobbiamo bloccare le partenze»? Significa che milioni di profughi che fuggono dalle guerre, dalla fame, dalla miseria, dalla siccità, dalle inondazioni, devono restare a morire nella propria terra. Ma, stia tranquilla, signora presidente del Consiglio: il 94% dei rifugiati, dei cosiddetti “diplaced people” si spostano all’interno dei loro paesi o in paesi confinanti, come Niger, Congo, Sud Sudan, ecc. Solo il 6% emigra verso altri continenti, non necessariamente in Europa.

Quelli che s’imbarcano per raggiungere le coste del Sud Europa sono quelli che non hanno più niente da perdere. Sono una piccola parte del’1,3 milioni di siriani rimasti intrappolati in Libano in una spaventosa crisi economica che ha generato una forte pressione per rimandarli in Siria dove li attende a braccia aperte Bashar Assad, per dargli l’estrema unzione. Sono i curdi bombardati quotidianamente dal grande «mediatore pacifista» Erdogan, che ricatta persino la Nato per poter giustiziare quei leader curdi che sono rifugiati politici nei paesi scandinavi. Sono tunisini che fuggono dalla miseria che dilaga in questo paese dove le grandi speranza accese dalla Primavera araba stanno definitivamente tramontando. Chi sale, pagando, su un barcone sovraffollato per venire in Italia, sa perfettamente che rischia la vita, ma non ha alternative, non ha una prospettiva diversa, una piccola fiammella di speranza.

Bene. Volete farli morire a casa loro in modo da poter dire «abbiamo salvato tante vite umane da quando abbiamo impedito le partenze verso l’Europa»? Avete ragione: occhio non vede cuore non duole. Infatti, quanti europei o nordamericani sanno che gli ultimi 20 paesi del mondo per reddito pro-capite, aspettativa di vita, livello di istruzione, ecc. , i cosiddetti Last Twenty, sono per oltre i 2/3 paesi attraversati da guerre e conflitti. Guerre alimentate dalle nostre industrie delle armi, fomentate da chi vuole prendersi le risorse di questi paesi, guerre dimenticate che producono fame, devastazione ambientale e migrazioni di massa. Non è la mancanza di investimenti, di risparmio, di know how, di tecnologia, che hanno provocato l’impoverimento di questi paesi, ma le guerre di lunga durata.

E noi cosa facciamo? Aumentiamo la spesa per armamenti fino al 2% del nostro Pil, in modo tale che possiamo continuare ad aiutare questi popoli a casa loro. Se solo spendessimo una piccola parte di questi miliardi per i corridoi umanitari molti rinuncerebbero a rischiare la vita puntando su una futura possibilità di arrivare dignitosamente nel nostro paese. Come già avviene grazie alla Caritas, a Sant’Egidio e alla Federazione delle Chiese Evangeliche, che finanziano i corridoi umanitari dal Libano, dalla Libia, dall’Afghanistan ecc. Si tratta, purtroppo, di piccoli numeri che hanno un grande valore umano – ogni vita salvata ha un valore- ma non possono offrire una risposta adeguata come potrebbe offrirla lo Stato. Ed invece il nostro governo pensa a murare le frontiere, a fare morire in mare i profughi impedendo alla Ong di salvarli, spostando verso Nord i porti autorizzati in modo tale che queste navi umanitarie possano salvare il meno possibile; intanto le nostre industrie cercano disperatamente manodopera che non trovano più, devono ridurre le attività per mancanza di personale. Ma, neanche i richiami di Confindustria riescono a incidere su un governo così spietato, cinico, crudele, come non l’avevamo mai visto. Se non ci sarà una ribellione di massa, se la maggioranza degli italiani resterà indifferente rispetto a queste stragi di migranti, allora avremo perso definitivamente la nostra umanità.

Governo colpevole, nega il principio universale del salvataggio in mare

COMMENTI. «Non speculate su questi morti»: ecco la sensibilità colpevole di Giorgia Meloni contro chi riflette sui reali confini della democrazia, da non confinare alla frontiera russo-ucraina

Raffaele K. Salinari *  28/02/2023

Con la sensibilità estrema che lo caratterizzava il poeta R. M. Rilke esprimeva in un sonetto il concetto che qualunque morte ingiusta, quella di un innocente in particolare, emanava una sorta di eco che doveva colpire la nostra sensibilità ottusa da una quotidianità fatta di gesti meccanici, indifferenti a ciò che accade oltre la nostra materialità.

Riflettere sulla morte di chi rischia la vita per una vita migliore, di chi mette in gioco ciò che ha di più caro, i propri figli, il futuro, per ricavarsi uno spazio, seppur angusto, di autodeterminazione, non è speculare sui morti, come ha dichiarato, con colpevole sensibilità, il presidente del Consiglio in queste ore dopo il naufragio sulle coste calabresi, bensì riflettere ancora una volta sui reali confini della democrazia che noi vorremmo non confinata alla frontiera tra Russia e Ucraina ma senza confini, sconfinata ed inclusiva, a partire da chi chiede aiuto in nome dell’articolo 1 della Dichiarazione Universale dei Diritti: tutti gli esseri umani nascono eguali in dignità e diritti.

Questi sono non i confini ma le radici della democrazia, che non si difendono solo manu militari ma attivando ogni giorno, con scelte politiche, quelle possibilità di renderla percorribile da tutti e per tutti. I naufraghi annegati nel nostro mare, sul bagnasciuga italico da difendere dalle invasioni barbariche, vengono da zone in cui i diritti umani fondamentali sono più che negati, e si imbarcano su vascelli di fortuna gestiti da una criminalità organizzata che, anche mercé il Decreto Piantedosi contro i salvataggi in mare ad opera delle Ong, ha rialzato la cresta, avendo capito che adesso può fare affari d’oro sulla pelle di chi cerca una vita dignitosa.

Le logiche del proibizionismo sono note e sono sempre le stesse: basta rendere illegale qualcosa di necessario ed ecco che il prezzo si alza, e dove ci sono soldi le mafie agiscono con efficienza ed efficacia. Non a caso ciò che produce la plusvalenza maggiore sono le armi, le droghe, e il traffico di esseri umani. D’altra parte, come ha mostrato bene la cosiddetta guerra alla droga degli annoi’80 e ’90 del secolo scorso, il suo indotto produce benefici politici per tutti coloro che vogliono militarizzare una intera società, con la motivazione che certe libertà civili e politiche devono essere ridimensionate per via dello stato di eccezione. Ecco, allora, che il quadro generale si chiarisce ancora di più: non sono certo le Ong il pull factor che si invocava per scoraggiare i migranti dal tentare la sorte, ma intanto si è manomesso un principio universale, quello del salvataggio in mare. Era questo il vero obiettivo, come pure quello di mettere la sordina a chi denuncia le ingiustizie legate ad una iniqua distribuzione delle risorse su scala globale, oggi tacciandoli di voler speculare sui morti in mare.

Ma è difficile negare il fallimento delle politiche di contenimento delle messe migranti, il fatto che i miliardi dati al regime autocratico di Erdogan, che rischia di sbriciolarsi come i palazzi crollati nel terremoto, potessero veramente fare da argine a ciò che mai si potrà impedire, come dimostra questa ultima tragedia.

E allora, di fronte alle vite perdute, vogliamo non solo esprimere il nostro cordoglio ma altresì ricordate come questi drammi sono il frutto malato della crescente insensibilità mostrata da molte nazioni europee e da certi governi in particolare, di fronte ai problemi che affliggono i paesi più esposti alle guerre ed alla povertà. La gestione dei flussi migratori con una logica da ordine pubblico internazionale o, come nel caso dell’Italia, di supposta difesa dei confini nazionali da paventate invasioni straniere, apre naturalmente la strada alla criminalità organizzata che lucra sui divieti alle migrazioni regolari e sull’assenza dal mare e sui confini terrestri delle Ong impegnate nel sostegno ai migranti.

La visione di una «Europa fortezza», ottusa e demagogica, impegnata a difendere i propri privilegi blindando le frontiere, non è solo eticamente inaccettabile ma rappresenta anche la risposta sbagliata all’inverno demografico che attraversa tutto il Continente. La democrazia si costruisce attraverso il rispetto dei Diritti umani, e quello di una migrazione sicura rientra tra quelli fondamentali. Per questo abbiamo lanciato insieme ad un largo gruppo di associazioni la «Campagna 070» per aumentare la quota del nostro Paese destinata alla cooperazione allo sviluppo e, come Ong internazionali impegnate nel rispetto della Carta dei diritti delle Nazioni Unite e degli Obiettivi per lo sviluppo sostenibile, continueremo la nostra opera al fianco di quanti si appellano alla fratellanza, alla giustizia e alla libertà di scegliere il proprio avvenire.

* Portavoce CINI (Coordinamento Italiano ONG Internazionali)

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