UNA FRATTURA DA RICOMPORRE, OLTRE IL QUORUM da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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UNA FRATTURA DA RICOMPORRE, OLTRE IL QUORUM da IL MANIFESTO

Una frattura da ricomporre, oltre il quorum

Referendum La frattura tra l’Italia che vota e l’Italia che non vota è una frattura anzitutto sociale (a restare ai margini è un numero crescente di donne, i più poveri, le periferie, i territori del Paese più disagiati). E non si tratta di una patologia esclusivamente nostrana, ma piuttosto dell’esito tenacemente perseguito dall’offensiva neoliberale nel mondo

Claudio De Fiores  11/07/2025

È vero, troppo poco abbiamo riflettuto, in queste settimane, sui risultati dei referendum e sullo stato di narcosi in cui versa l’istituto referendario. E quando lo abbiamo fatto, abbiamo preferito affidarci all’ingegneria costituzionale, indicando al Paese comodi espedienti e facili scorciatoie per uscirne. Mi riferisco al tentativo oggi in atto di imputare tutte le colpe dei fallimenti referendari al quorum, per poi su queste basi addivenire a variegate ipotesi di revisione: quorum zero, quorum mobile, quorum selettivo e altri quorum ancora.

Una soluzione francamente debole, anche perché troppo incline ad accettare lo stato attuale delle cose. Sarebbe come dire che preso atto che la democrazia costituzionale è in crisi e che anche ai referendum abrogativi solo in pochi vanno a votare, sarebbe meglio fare pace con lo “spirito dei tempi”, stabilendo in Costituzione che anche una minoranza di elettori può abrogare una legge.

Anche se non sono pochi coloro che ritengono che l’abrogazione/rimodulazione del quorum sia destinata a incentivare la partecipazione, inducendo la maggioranza dei cittadini a recarsi diligentemente alle urne. Che l’abbassamento del quorum sia destinato a innescare un effetto virtuoso sul piano della partecipazione al voto è tutto da dimostrare. Così come tutto da dimostrare è che nei referendum che ne sono sprovvisti (il riferimento, ripetuto – ma giuridicamente improprio – è ai referendum costituzionali) la partecipazione alle urne è sempre stata “maggioritaria”: nel 2001, in occasione del primo referendum sul nuovo e famigerato titolo V della Costituzione, l’affluenza al voto non andò oltre il 34,1%.

Con ciò non si vuole di certo negare che l’istituto referendario versi oggi in una situazione di grave sofferenza e i recenti risultati ce lo indicano chiaramente. Ma anziché guardare il dito (il quorum) la cultura costituzionalistica, le componenti più sensibili della società civile, le forze progressiste dovrebbero volgere il loro sguardo e riflettere sulle cause, la portata, la matrice sociale che ha, in questi anni, alimentato il crollo della partecipazione.

La frattura tra l’Italia che vota e l’Italia che non vota è una frattura anzitutto sociale (a restare ai margini è un numero crescente di donne, i più poveri, le periferie, i territori del Paese più disagiati). E non si tratta di una patologia esclusivamente nostrana, ma piuttosto dell’esito tenacemente perseguito dall’offensiva neoliberale nel mondo. Le sue origini sono da ricondurre a quelle tecniche di «induzione all’apatia» teorizzate dalla Trilaterale sin dagli anni Settanta e da quella stessa Commissione ostentate per arginare «l’eccesso di democrazia».

Un’offensiva destinata a sterilizzare la politica, la partecipazione democratica, l’immediatezza della sovranità. E cioè l’idea che attraverso il voto sia possibile cambiare la condizione materiale di vita delle persone. Oggi a crederci sono pochi. E la responsabilità non è solo dei Parlamenti deboli. Ma anche dei referendum fragili, nonostante l’alta affluenza al voto: nel 2011 i cittadini italiani andarono a votare in maggioranza per l’acqua pubblica. Ma solo qualche mese dopo, un governo tecnocratico, sorretto da una straordinaria maggioranza parlamentare, disse che questo non era possibile perché altre tecnocrazie, quelle attive nell’Ue, avevano assunto altre decisioni. E a sostenere convintamente quell’esecutivo e quella soluzione erano anche alcune formazioni politiche che avevano aderito alla campagna referendaria. Il crollo dell’affluenza al voto è il punto di condensazione (anche) di queste tendenze e di queste scelte che un ceto politico improvvisato e allo sbando ha in questi decenni alimentato.

In questo quadro, due sono le emergenze che l’esito referendario segnala alla cultura democratica del Paese. La prima investe il «disagio del lavoro» (tornato al centro dell’offensiva politica grazie alla mobilitazione referendaria). La seconda riguarda la condizione degli stranieri. Sulla capacità di tenuta del principio lavorista (art. 1) e dello statuto costituzionale dello straniero (art. 10) in Italia si gioca oggi il futuro della democrazia costituzionale.

Ma per far fronte a queste emergenze dobbiamo anzitutto provare a ricomporre la frattura, consumatasi in questi tempi, tra democrazia diretta e democrazia rappresentativa. E ciò può avvenire solo sperimentando nuovi istituti di partecipazione in grado di riattivare la dialettica democratica tra rappresentanza e referendum, tra mediazione e deliberazione popolare. Mi riferisco – com’è evidente – al referendum propositivo. Un istituto nuovo e in grado di rafforzare l’iniziativa popolare delle leggi e, congiuntamente ad essa, il ruolo del Parlamento. E tutti noi sappiamo quanto vi sia bisogno, in questa fase, dell’una e dell’altro.

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