“TERZA REPUBBLICHINA” da IL MANIFESTO e IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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“TERZA REPUBBLICHINA” da IL MANIFESTO e IL FATTO

Una presidente estranea alla Costituzione

REGOLE E AMBIZIONI. È tanto assurda e tanto scritta male che non potrà in ogni caso arrivare in porto così come l’hanno presentata ieri, la riforma della Costituzione firmata da Giorgia Meloni. Ma […]

Andrea Fabozzi  04/11/2023

È tanto assurda e tanto scritta male che non potrà in ogni caso arrivare in porto così come l’hanno presentata ieri, la riforma della Costituzione firmata da Giorgia Meloni. Ma proprio perché è così assurda e così scritta male è molto pericolosa e va contrastata da subito.

In mezzo a norme che si contraddicono e a commi che inquinerebbero il rigore della Carta, emerge un unico obiettivo chiaro: elezione diretta, il resto si vedrà. È insieme l’apoteosi ideologica e il fallimento tecnico delle trentennali (almeno) tentazioni verticistiche che hanno accompagnato i più diversi governi italiani. Ci si preoccupa di innalzare un capo o una capa, senza occuparsi troppo del sistema istituzionale che gli sta o le sta accanto.

La maggioranza e i suoi tifosi – anche in cattedra – hanno voglia di dire che «l’equilibrio non cambia, i poteri del presidente della Repubblica non cambiano, il ruolo del parlamento non è sminuito», non è così nella forma e non lo sarebbe per niente nella sostanza.

La vaghezza del contorno esalta i rischi. Se il confine del mandato popolare non è chiaro, si può star certi che tenderà a espandersi. Accade già adesso – in questa Repubblica parlamentare di cui ci si vuole liberare come fosse un ente inutile – nella quale il presidente del Consiglio è un primo tra pari e si racconta e muove invece come un «premier» condottiero, o condottiera.

Nel mezzo di un diluvio di decreti legge, fiducie, stati di emergenza, video alla nazione, invece di preoccuparsi dell’ombrello si chiede ancora altra acqua. Se un parlamento silenziato, una maggioranza obbediente e un esecutivo tutto in famiglia ancora non bastano a far andare «la macchina», non sarà l’elezione diretta a infondere capacità di governo. L’incoronazione a furor di popolo si dimostrerà utilissima, però, a tirare la corda della delega. Non più solo a chiedere, ma stavolta a prendersi i «pieni poteri».

La presidente del Consiglio che viene da una storia estranea al patto costituzionale prova così, maldestramente, a rottamare nella sostanza il patto fondativo della Repubblica. Non si esagera. Nei cinque sgangherati articoli della riforma appare una forma di governo inedita, non solo per l’Italia. È la proposta più pericolosa, perché più estrema, tra quelle, pessime, portate avanti negli anni passati (Berlusconi, poi Renzi) e fermate dal referendum popolare. Ma è anche, come da tradizione, uno straordinario strumento di distrazione dalle tristezze della politica corrente – una legge di bilancio miserella, i primi malumori nella base elettorale della destra, una serie infinita di brutte figure che coinvolgono palazzo Chigi e gli altri ministeri. Come sempre e com’è stato anche per la parte politica opposta, la Costituzione da cambiare è l’alibi preferito di chi non sa o non vuole governare nel suo solco.

Su questo panorama da far paura, si staglia la figura stessa della presidente del Consiglio, erede designata della terza Repubblica a conduzione monocratica. La sua inconciliabilità con gli equilibri costituzionali traspare in ogni mossa e dichiarazione. Come se la pretesa di irrigidire nella Carta il sistema elettorale e il premio di maggioranza al 55% («minimo»), l’introduzione del mandato imperativo per i parlamentari, la non previsione di un limite ai mandati non bastassero, ha spiegato che la sua riforma scolpirà in Costituzione il programma elettorale. Cosi che, ha avvertito solenne, non rispettarlo sarà «incostituzionale».

C’è da piangere, ma anche un po’ da ridere andando a controllare il programma con il quale lei stessa si è presentata alle elezioni. Prometteva l’elezione diretta del presidente della Repubblica, non questo premierato «all’italiana». Prendendola in parola, dunque, anche la sua riforma è incostituzionale. E lo è in effetti, anche se Meloni non ha capito il perché.

Le mani di Giorgia sulla Carta: sarà premier assoluto

LA “MADRE” DELLE RIFORME MELONI – Le novità. Elezione diretta, bonus di maggioranza scritto in Costituzione e norma (soft) anti ribaltoni

LORENZO GIARELLI  4 NOVEMBRE 2023

Con un’espressione non proprio originale, Giorgia Meloni la definisce “la madre di tutte le riforme”, una “priorità” per il Paese a la “Terza Repubblica”, nonché una novità che garantirà ai cittadini “il diritto di decidere da chi farsi governare”. Progetti ambiziosi e non privi di retorica, ma la portata del testo approvato ieri in Consiglio dei ministri impone di non sottovalutare nulla della legge di modifica costituzionale sul premierato che inizia così il suo iter.

Presentando il testo in conferenza stampa, la presidente del Consiglio esulta: “Metterà fine alla stagione dei ribaltoni, del trasformismo e dei governi tecnici che sono passati sopra la testa dei cittadini. E chi viene scelto dal popolo potrà governare con un orizzonte di legislatura”. Meloni si mostra ben più prudente rispetto a Matteo Renzi, il quale si schiantò proprio sulla riforma costituzionale stroncata dagli italiani: “C’è chi si è dimesso dopo aver detto: ‘Se perdo il referendum mi dimetto’; ma in questo caso io ho detto una cosa molto diversa. Ho detto che ho fatto quello che dovevamo fare e che era scritto nel programma. Sono gli italiani che decidono e questo non ha nulla a che fare con l’andamento del governo”. Tradotto: se, come più che probabile, il Parlamento approverà la riforma senza la maggioranza dei due terzi e quindi sarà necessario un referendum, Meloni eviterà di personalizzare la competizione.

Il colle.
“Adesso la palla passa al Parlamento”, dice la premier, che afferma di aver avuto contatti con il Colle durante l’elaborazione del testo: “C’è stata un’interlocuzione con gli uffici del presidente, come sempre avviene, a maggior ragione su queste materie”. Il punto non è secondario, anche perché nei giorni scorsi la premier aveva specificato che il presidente il carica non avrebbe dovuto dimettersi in caso di ok alla riforma. Dal Quirinale fanno capire che si è trattato di un’interlocuzione “tecnico-costituzionale”, non certo “politica”. Significa che la responsabilità della riforma resta in capo “a chi l’ha proposta”. Il Colle ci tiene a evidenziare l’atteggiamento “assolutamente neutrale” di Sergio Mattarella. Impossibile, quindi, che Meloni possa contare sulla legittimazione del Quirinale.

La ministra per le Riforme Maria Elisabetta Casellati giura poi che la riforma “preserva i poteri del Capo dello Stato”. Assunto vero dal punto di vista formale, anche se poi i rapporti di forza tra Parlamento, governo e Quirinale si sbilanciano in favore dell’esecutivo. Per capirlo basta leggere i cinque articoli della legge.

L’elezione.
La principale novità è l’elezione diretta del presidente del Consiglio “per la durata di cinque anni”. Attraverso “un’unica scheda elettorale”, si scelgono quindi un partito e un candidato premier, che a differenza di oggi sarà esplicitamente indicato da ogni lista. La riforma esprime un principio generale: “La legge disciplina il sistema elettorale delle Camere secondo i principi di rappresentatività e governabilità e in modo che un premio, assegnato su base nazionale, garantisca il 55 per cento dei seggi nelle Camere alle liste e ai candidati collegati al presidente del Consiglio dei ministri”. Significa che il partito o la coalizione che otterrà la maggioranza relativa, anche solo di poco superiore al 30 per cento (come accaduto al M5S nel 2018), potrà contare su un enorme premio di maggioranza che le consegnerà il 55 per cento dei seggi.

Definita la ratio, i dettagli saranno poi chiariti con una legge elettorale su cui Casellati promette “un confronto con le opposizioni”. Possibile, come anticipa Meloni, che venga previsto un ballottaggio tra le coalizioni o le liste più votate, come già nell’Italicum poi stroncato dalla Consulta: “Il tema del ballottaggio non è stato introdotto e non è stato escluso. Io sono laica, riguarda la legge elettorale”.

I Ribaltoni.
Resta responsabilità del presidente della Repubblica nominare i ministri, su proposta del presidente del Consiglio. Su questo, Meloni si lancia in un’argomentazione che suona come una forzatura: “Già oggi se vado da Mattarella a spiegare perché uno dei miei ministri non è compatibile con l’attività di governo, non avrò grandi problemi a farlo revocare”. Quel che viene stravolto, invece, è il meccanismo di formazione dei governi. Dopo il voto viene scelto come premier il più votato. Se ottiene la fiducia alla Camera e al Senato, inizia il proprio mandato, altrimenti il Capo dello Stato “procede allo scioglimento delle Camere” (non potrà più scioglierne una sola). La novità più rilevante riguarda il caso in cui il presidente del Consiglio eletto non abbia più la fiducia. In quel caso, “il presidente della Repubblica può conferire l’incarico di formare il governo al presidente del Consiglio dimissionario o a un altro parlamentare che è stato candidato in collegamento al presidente eletto”. Nessun tecnico, quindi, ma un parlamentare “per attuare le dichiarazioni relative all’indirizzo politico e agli impegni programmatici su cui il governo del presidente eletto ha ottenuto la fiducia”. Cioè per continuare lo stesso programma del predecessore, anche se appare complicato immaginare un controllo costituzionale in merito da parte del Quirinale.

Se anche il secondo presidente del Consiglio non avesse più la fiducia, a quel punto si tornerebbe al voto. E qui emerge una contraddizione notata dal costituzionalista Stefano Ceccanti, già parlamentare Pd: “Il secondo premier è più forte del primo perché solo la sua caduta porterebbe al voto anticipato, non quella dell’eletto direttamente”. Altro punto critico è l’assenza di limiti di mandato per il premier, come spiega tra gli altri dal presidente di Anci, Antonio Decaro: “Non si capisce perché il limite debba restare solo per i sindaci”.

Senatori a vita.
Infine, la riforma abolisce la possibilità di nominare nuovi senatori a vita. Il motivo lo spiega Meloni in conferenza: “Vengono aboliti i senatori a vita, salvo gli ex presidenti della Repubblica, misura necessaria in particolare dopo il taglio dei parlamentari, perché l’incidenza dei senatori a vita è molto aumentata”. Cinque su 200, ma evidentemente troppi.

Riusciranno i nostri eroi a fare una “madre della Repubblica”?

 

FRANCO MONACO  4 NOVEMBRE 2023

A dispetto dell’enfasi sul proposito della Meloni di assurgere a improbabile madre della Repubblica (addirittura la Terza), troppi equivoci incombono sul dossier riforme, a cominciare da interrogativi del tipo: fanno sul serio o solo ammuina? È una carta propagandistica o la manovra diversiva di chi mette le mani avanti al fine di precostituire un alibi per lo scarto sempre più evidente tra promesse e realizzazioni del governo? È il sigillo sul mediocre scambio politico tra FdI e Lega su premier eletto-autonomia differenziata? Tuttavia, sarebbe un errore sottovalutare la minaccia; merita vigilare, aprire gli occhi alla pubblica opinione onde contrastare uno sbrego e un imbroglio.

Materia complessa quella costituzionale, di non facile, immediata comprensione per i non addetti ai lavori. Potrebbe persino accadere che, apprezzando Mattarella, gli italiani si lasciassero convincere che sarebbe bello avere la possibilità di scegliersi direttamente con il proprio voto l’altro presidente. Come è evidente, un clamoroso abbaglio, perché, senza nulla togliere alla concreta persona di Mattarella, il largo consenso di cui egli gode è connesso anche alla terzietà della istituzione Presidenza della Repubblica e un premier eletto dai cittadini rappresenterebbe l’avallo a un assetto istituzionale che manifestamente la depotenzia e la delegittima. Va smascherata la balla dell’“intervento chirurgico”. È palese che, del Capo dello Stato, sarebbe minato il potere di nomina del premier (già designato), così come la giusta discrezionalità nella gestione delle crisi e – forse ciò che è più grave – l’effettivo potere di scioglimento del Parlamento. Poteri concreti e decisivi ancor più compromessi da una ben diversa efficacia nell’investitura e dunque nella base di legittimazione delle due figure. L’una espressione del corpo elettorale, l’altra del Parlamento, che ne risulterebbe soggiogata. Sotto questo profilo, meglio il presidenzialismo Usa o il semipresidenzialismo francese. Con l’elezione diretta della figura apicale dello Stato ma corredata da reali bilanciamenti. Il premier eletto segnerebbe anche una chiara mortificazione del Parlamento, un cedimento alla disintermediazione parlamentare, un sistema nel quale il capo del governo si rapporta al popolo in presa diretta. Come se il nostro Parlamento non fosse già oggi abbondantemente umiliato nella funzione legislativa e di controllo dell’azione del governo.

Consapevoli del doppio problema del vulnus ai poteri del Presidente della Repubblica e del Parlamento, nonché dell’eccesso di rigidità di un sistema che stabilisca un automatismo tra sorte del premier e interruzione della legislatura, i geniali autori della proposta governativa contemplano una teorica possibilità di avvicendamento in caso di crisi del governo. Come dire: rendendosi conto della distorsione, non hanno il coraggio di essere conseguenti nella logica che li ispira (quella del simul stabunt, simul cadent di premer e Parlamento) e dunque pasticciano, non escludendo in assoluto l’eventuale sostituzione del premier in corso di legislatura. Col risultato di contraddire la ratio della riforma e di imbrogliare gli elettori. Non è un caso che non esistano nel mondo esperienze assimilabili.

A suggellare il pasticcio, di nuovo siamo in presenza di una riforma costituzionale a colpi di stretta maggioranza politica, per di più figlia di una minoranza nel Paese. Come già Berlusconi e Renzi. Naturalmente ci si affanna a smentire, ma sono pronto a scommettere che, se disgraziatamente passasse la riforma, a seguire si leverebbero voci a invocare le dimissioni di Mattarella. La sedicente nuova Terza Repubblica può portarsi dietro il presidente di quella vecchia?

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