SERVE IL GIORNO DEI “RICORDI”, PER LA DIGNITÀ DI UN DOLORE CORALE da IL MANIFESTO e DOMANI
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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SERVE IL GIORNO DEI “RICORDI”, PER LA DIGNITÀ DI UN DOLORE CORALE da IL MANIFESTO e DOMANI

«Serve il giorno dei “ricordi”, per la dignità di un dolore corale»

PREDRAG MATVEJEVIC. Dall’archivio. Riproponiamo brani dell’intervista uscita il 9/2/2014 all’intellettuale morto nel 2017

Tommaso Di Francesco  11/02/2024

È sempre critico il giudizio di Predrag Matvejevic – l’autore di Breviario mediterraneo che ama definirsi «jugoslavo» – sull’istituzione del Giorno del Ricordo (10 febbraio 2004).

Che bilancio va fatto di questo “giorno”?
Che non bisogna smettere di raccontare la verità. André Gide diceva: «Bisogna ripetere nessuno ascolta». Ognuno in questa epoca sembra chiuso nella propria sordità. Il bilancio non è positivo, se a celebrare il precedente Giorno della memoria alla Risiera di San Sabba, il lager nazista al confine tra due popoli, accorrono anche i post-fascisti. E ogni anno abbondano fiction e rappresentazioni che invece di raccontare il pathos collettivo che riguarda almeno due popoli, riducono tutto alla sola tragedia delle vittime italiane. Ho scritto sulle vittime delle foibe anni fa in ex Jugoslavia, quando se ne parlava poco in Italia. Ero criticato. Ho sostenuto gli esuli italiani dell’Istria e della Dalmazia condividendo il loro cordoglio nazionale per le vittime innocenti. L’ho fatto prima e dopo aver lasciato il mio paese natio e scelto, a Roma, una via fra asilo ed esilio. Continuo anche ora che sono ritornato a Zagabria. Credevo comunque che le polemiche e le strumentalizzazioni fossero finite. Invece no.

C’è un caso che ricorda?
Il caso del 2008 dello scrittore di confine Boris Pahor che ha fatto della coralità del dolore la sua materia, raccontando la tragedia dei crimini commessi dai fascisti in terra slava e il lascito di odio rimasto. Di fronte all’onorificenza offertagli dal presidente della repubblica Giorgio Napolitano, insorse dichiarando che l’avrebbe rifiutata se dalla presidenza italiana non arrivava una chiara presa di posizione contro i silenzi sugli eccidi di Mussolini.

Che cosa fu in realtà il crimine delle Foibe?
Sì, le foibe sono un crimine grave e la stragrande maggioranza di queste vittime furono proprio gli italiani. Ma per la dignità di un dolore corale bisogna dire che questo delitto è stato preparato e anticipato anche da altri, che non sono sempre meno colpevoli degli esecutori dell’infoibamento. La tragica vicenda è infatti cominciata prima, non lontano dai luoghi dove sono stati poi compiuti quei crimini atroci. Il 20 settembre 1920 Mussolini tiene un discorso a Pola (una scelta non casuale). E dichiara: «Per realizzare il sogno mediterraneo bisogna che l’Adriatico, che è un nostro golfo, sia in mani nostre; di fronte ad una razza come la slava, inferiore e barbara». Ecco come entra in scena il razzismo, accompagnato dalla pulizia etnica.

Gli slavi perdono il diritto che prima, al tempo dell’Austria, avevano, di servirsi della loro lingua nella scuola e sulla stampa, il diritto della predica in chiesa e persino quello della scritta sulla lapide nei cimiteri. Si cambiano massicciamente i loro nomi, si cancellano le origini, si emigra Ed è appunto in un contesto del genere che si sente pronunciare, forse per la prima volta, la minaccia della foiba. È il ministro fascista dei Lavori pubblici Giuseppe Caboldi Gigli, che si era affibbiato da solo il nome vittorioso di Giulio Italico, a scrivere già nel 1927: «La musa istriana ha chiamato Foiba degno posto di sepoltura per chi nella provincia d’Istria minaccia le caratteristiche nazionali dell’Istria» (da Gerarchia, IX, 1927) aggiungendo anche i versi di una canzonetta dialettale già in giro: «A Pola xe l’Arena, La Foiba xe a Pisin».

Le foibe sono dunque un’invenzione fascista. E dalla teoria si è passati alla pratica. L’ebreo Raffaello Camerini, che si trovava ai lavori coatti in questa zona durante la seconda guerra mondiale, ha testimoniato nel giornale triestino Il Piccolo (5. XI. 2001): «Sono stati i fascisti, i primi che hanno scoperto le foibe ove far sparire i loro avversari». La vicenda «con esito letale per tutti» che racconta questo testimone italiano, fa venire brividi.

Cosa risveglia il “Giorno del Ricordo” nell’ex Jugoslavia?
La storia (con la S maiuscola) aggiunge altri dati poco conosciuti in Italia. Uno dei peggiori criminali dei Balcani è il duce (poglavnik) degli ustascia croati Ante Pavelic. Il loro campo di Jasenovac è stato una Auschwitz in formato ridotto: lì il lavoro micidiale veniva fatto a mano, mentre i nazisti lo facevano in modo industriale. Il criminale Pavelic con i suoi seguaci, poté godere negli anni Trenta dell’ospitalità mussoliniana a Lipari, dove ricevevano aiuto e corsi di addestramento dai più rodati squadristi.

Le camicie nere hanno eseguito numerose fucilazioni di massa e singole. Tutta una gioventù ne rimase falciata in Dalmazia, in Slovenia, in Montenegro. Senza dimenticare la catena di campi di concentramento, dall’isola di Mamula all’estremo sud dell’Adriatico, fino ad Arbe, di fronte a Fiume. a dove spesso si transitava per raggiungere la Risiera di San Sabba a Trieste e, in certi casi, si finiva ad Auschwitz e soprattutto a Dachau. I partigiani non erano protetti in nessun paese dalla Convenzione di Ginevra e pertanto i prigionieri venivano subito sterminati come cani. E così molti giunsero alla fine della guerra accaniti: infoibarono anche gli innocenti, non solo di origine italiana. Singole persone esacerbate, di quelle che avevano perduto la famiglia e la casa, i fratelli e i compagni, eseguirono i crimini in prima persona e per proprio conto.

La Jugoslavia di Tito non voleva che se ne parlasse. Noi abbiamo cercato di parlarne. Oggi ne parlano purtroppo a loro modo soprattutto i nostri ultra-nazionalisti, una specie di neo-missini slavi. Ho sempre pensato che non bisognerebbe costruire i futuri rapporti in questa zona sui cadaveri seminati dagli uni e dagli altri, bensì su nuove esperienze culturali. Per questo auspico la proclamazione congiunta del «Giorno dei Ricordi».

«Si ammazza troppo poco!»

DAVIDE MARIA DE LUCA   06 aprile 2021

Ottant’anni fa iniziò l’invasione italiana della Jugoslavia, una pagina brutale della nostra storia che ancora fatichiamo a ricordare

Esattamente 80 anni fa, il 6 aprile del 1941, la Germania nazista e l’Italia fascista invasero la Jugoslavia. Nel giro di due settimane il paese venne conquistato e la Jugoslavia fu sottoposto a più di tre anni di brutale occupazione.

È una pagina quasi dimenticata della nostra storia e una di quelle di cui andare meno fieri. Nell’agosto del 1942, ad esempio, il comandante dell’XI corpo d’armata, generale Mario Robotti, scriveva ai suoi sottoposti, tutto in maiuscolo: «Si ammazza troppo poco!». Si riferiva alla sua sorpresa nello scoprire che in un gruppo di 73 prigionieri nessuno era stato ucciso per dare l’esempio. 

Non erano soltanto i generali come Robotti o il suo superiore Mario Roatta a spingere affinché l’occupazione fosse il più severa possibile. La violenza filtrava dagli stati maggiori fino alla truppa, spesso stanca, affamata e circondata da una popolazione ostile in cui abbondavano i partigiani.

Un giovane alpino italiano scrisse questo resoconto di un’azione di rappresaglia: «Dopo aver passato a Podgorica un paio di giorni ci siamo mossi verso un passo poco lontano  dove i partigiani hanno attaccato una delle nostre colonne. Trentotto veicoli erano stati distrutti, i guidatori e la scorta massacrati – tutti quanti! I loro corpi erano mutilati. Un ordine viene fatto circolare: due giorni di carta bianca. Abbiamo distrutto o almeno siamo presenti mentre viene distrutta qualsiasi cosa incontriamo sulla nostra strada. I nostri “veci” sono i principali esecutori. Noi siamo scioccati e inorriditi dalle grida dei soldati e dal terrore degli abitanti impotenti…Questa è la prima indimenticabile esperienza di una realtà che ci fa vergognare come uomini».

Durante l’occupazione, italiani e tedeschi commisero ogni sorta di atrocità e crimine di guerra, spesso sfruttando le divisioni etniche e religiose che attraversano il paese. I partigiani jugoslavi, comunisti e nazionalisti, rispondevano con quasi altrettanta brutalità. Dopo che in una zona erano passati i croati alleati dei fascisti a bruciare i villaggi dei serbi ortodossi, spesso arrivavano i partigiani, che bruciavano i villaggi croati o quelli dei loro alleati bosniaci musulmani. 

La violenza etnica scatenata dall’invasione fu uno dei fattori a mettere in moto i meccanismi che nel 1943 e poi nel 1945 portarono alle rappresaglie contro gli italiani, collettivamente ricordate come “le Foibe”. In tutto, si stima che almeno un milione di jugoslavi morirono nell’occupazione e nella guerra civile, quasi o più del doppio di tutti gli italiani, i francesi, i britannici o gli americani morti nel conflitto.

Ma mentre in Jugoslavia la memoria di quegli eventi è stata serbata a lungo, nel bene e nel male, e ha costruito le basi delle profonde rivalità che sarebbero sbocciate mezzo secolo dopo con il conflitto che avrebbe definitivamente diviso il paese, in Italia il periodo dell’occupazione venne rapidamente dimenticato.

Ufficiali come Roatta o Robotti vennero prosciolti o non furono mai processati, mentre si diffuse il mito degli “italiani brava gente”: soldati al servizio del regime fascista, certo, ma animati da uno spirito bonario e caritatevole che gli avrebbe impedito di commettere i crimini compiuti dai tedeschi.

Soltanto negli ultimi anni storici e divulgatori, tra gli altri Eric Gobetti e Carlo Greppi, hanno iniziato un difficile lavoro per riportare questi eventi alla memoria, lottando contro una versione della storia parziale e assolutoria che dipinge gli italiani esclusivamente come vittime.

Anche grazie al loro impegno, qualcosa sta iniziando a cambiare. Lo scorso luglio, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il suo omologo sloveno Borut Pahor, hanno visitato insieme il memoriale di Basovizza, dove hanno ricordato i morti italiani nelle Foibe e le vittime slovene dello squadrismo e del regime fascista.

Ma la strada da percorrere per rimarginare definitivamente le ferite della storia è ancora lunga. Centoquaranta storici italiani hanno firmato in questi giorni un appello promosso da Gobetti per chiedere al presidente della Repubblica di esprimere una «netta condanna» e una «presa di distanza radicale» dell’invasione e dell’occupazione della Jugoslavia.

Né la condanna né la presa di distanze sono ancora arrivate. Nel frattempo, un’istituzione come la Marina Militare, per cui la tutela delle sue responsabilità in tempo di guerra dovrebbe essere fondamentale, ha celebrato proprio in questi giorni una serie di azioni militari compiute proprio nei giorni dell’invasione della Jugoslavia, senza nemmeno tentare di problematizzarle o di fornire loro un adeguato contesto storico.

La verità è che la vicenda del confine orientale e quella della Seconda guerra mondiale più in generale sono ancora materia politicamente incandescente, con una parte della destra, non solo quella neofascista, che continua ad utilizzarle come un’arma di lotta politica. In questo modo, la ferita continua a restare aperta e sanguinante. Soltanto le cure pazienti degli storici possono rimarginarla.

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