SE CREDIAMO NELLA DEMOCRAZIA TENIAMOCI STRETTI QUESTO CSM da IL FATTO
Se crediamo nella democrazia teniamoci stretto questo Csm
Antonio Patrono 6 Febbraio 2026
I sostenitori della riforma del Csm insistono che la lotta al correntismo sarebbe la nobile causa alla base della modifica costituzionale che vuole rivoluzionare l’organo di governo autonomo della magistratura, pensato dai costituenti con l’intento di farne un argine a presidio della sua indipendenza dal mondo della politica, con argomenti che appaiono in verità poco convincenti.
L’effetto deleterio del correntismo, da costoro denunciato con grande enfasi e che intendono combattere, è il favoritismo per qualcuno, spesso in danno di qualcun altro, che, tradotto in ciò che avviene all’interno della magistratura, significa sostanzialmente che qualche magistrato sia preferito a qualcun altro per determinati incarichi per comunanza di corrente, o per amicizia personale o altro. Queste, come è evidente, sono problematiche tutte interne al corpo della magistratura, che determinano disillusione dalle ambizioni di carriera per qualcuno, talvolta anche giustificata, ma praticamente nessun danno per la collettività. Ma allora è davvero credibile che una così larga parte del mondo della politica si sdegni così tanto da modificare la Costituzione, subire un referendum popolare e sopportarne gli inevitabili rischi politici, solo perché talvolta accade che il posto di presidente di un tribunale o altro ufficio giudiziario sia ricoperto da Mevio invece che da Sempronio, che avrebbe forse qualche titolo in più del concorrente? Può darsi che sia così, non vogliamo fare il processo alle intenzioni, ma diciamo con chiarezza le cose come stanno e poi ognuno ne tragga le conseguenze.
Il Csm ha due compiti fondamentali, uno dei quali è appunto l’applicazione delle norme di ordinamento giudiziario (nomine, promozioni ecc..), ma l’altro è quello di assicurare, con il peso della sua autorevolezza istituzionale, l’indipendenza della magistratura intera e singolarmente di ogni magistrato da qualsiasi interferenza indebita che voglia influenzare il suo operato. È così da sempre, innumerevoli sono gli esempi che si possono ricordare. Il Csm ha difeso magistrati del pubblico ministero da ispezioni volte a intimidirli quando stavano indagando su personaggi importanti, ha difeso magistrati giudicanti da campagne di stampa volte a orientare le loro decisioni in direzioni più consone al sentire della piazza, ha aperto moltissime pratiche a tutela di magistrati, inquirenti e giudicanti, ingiustamente attaccati per il loro operato indipendente. Ha evitato trasferimenti di magistrati per incompatibilità ambientali artificiosamente costruite a tavolino per liberarsene, e ha denunciato con i suoi pareri le magagne e incoerenze di proposte di legge che avrebbero vulnerato l’efficacia e la coerenza dell’attività giudiziaria. E tutto ciò, bisogna riconoscerlo, è avvenuto anche grazie alla compattezza della sua componente togata, ovverosia dei magistrati che ne fanno parte, divisi è vero in correnti, ma in correnti che, quando è stata in gioco l’indipendenza di tutti o di qualcuno, sono sempre state capaci di trovare un accordo e creare un fronte comune.
È questo il correntismo all’interno del Csm, stavolta commendevole, che forse qualcuno, al di là delle intenzioni manifestate, vuole combattere? Ma, se è così, questo tipo di correntismo è invece il caso di difendere oggi che è messo in pericolo dalla riforma a causa del nuovo metodo di selezione dei suoi componenti, ovverosia il sorteggio sia dei magistrati che dei laici che dovranno comporlo.
Il sorteggio dei magistrati tende a portare al Csm (anzi ai Csm, duplicati per dividere ancor di più la magistratura) tante monadi, isolate e senza legami tra loro, che in teoria potrebbero avere più difficoltà a coagularsi quando ciò fosse necessario a tutela dell’indipendenza di tutti o di qualcuno. Ciò, probabilmente, non accadrebbe tanto facilmente perché i magistrati sono tutti legati a qualche corrente e naturalmente i sorteggiati si aggregherebbero secondo le rispettive affinità, ma indubbiamente il rischio esiste, e potrebbe essere reso ancora più concreto qualora il metodo di sorteggio dei componenti non togati, nominati dal Parlamento, che ancora non appare delineato, consentisse che un terzo pieno dei due Csm fosse composto da persone appartenenti alla medesima area politica, ovviamente della maggioranza contingente, che a fronte di una componente togata troppo frammentata avrebbe un peso sempre maggiore.
Per una volta citiamo anche noi Churchill, che disse che la democrazia, nonostante tutti i suoi difetti, è la miglior forma di governo che sia mai esistita. È così anche per il nostro Csm, non privo di difetti, ma nessuno ne ha mai inventato uno migliore per la libertà dei magistrati e, quindi, dei cittadini. Meglio tenercelo così com’è.
Immoral suasion
Marco Travaglio 6 Febbraio 2026
Con questo governo di buoni a nulla capaci di tutto, la situazione è sempre grave ma mai seria. Il nuovo dl Sicurezza ricorda gli Stati di polizia persino a La Russa. Ma non a Mattarella, che riceve in processione gli emissari del governo – prima Salvini, poi Mantovano – per mercanteggiare pezzi di norme da togliere o da aggiungere e poi dà il via libera alla boiata. Una prassi spacciata per moral suasion, ma del tutto sconosciuta alla Costituzione. Articolo 74: “Il presidente della Repubblica, prima di promulgare la legge, può con messaggio motivato alle Camere chiedere una nuova deliberazione”. Quanto ai decreti (art. 87) li “emana” se li condivide, o non lo fa e decadono. Nessun potere di intervenire su leggi o decreti mentre vengono scritti. Altrimenti – come osservavano i costituzionalisti quando criticare il Quirinale non era ancora lesa maestà – diventa coautore della norma e, al momento di firmarla o di respingerla, non può che avallare un testo che ha collaborato a scrivere. Come già avvenne negli anni infausti di Napolitano e B. col “decreto salva-liste” delle Regionali nel Lazio, avallato dal Colle e bocciato neppure dalla Consulta, ma dal Tar. La prassi corretta fu seguita dai presidenti fino a Scalfaro, che nel 1993 respinse il decreto Amato-Conso “salva-ladri”, e a Ciampi, che nel 2003-’06 rinviò alle Camere la legge Gasparri, l’ordinamento giudiziario Castelli e la Pecorella sull’inappellabilità delle assoluzioni. Il governo decreta, il Parlamento legifera e solo dopo il presidente si pronuncia.
Ora invece Mattarella è coautore di una baggianata a mezzadria fra Vogliamo i colonnelli e un film di Mel Brooks: gli agenti avranno licenza di sparare senza rischiare di essere indagati e, perché non si dica che vengono discriminati gli altri cittadini, si regala lo “scudo” anche a loro: così si spareranno a vicenda raccontandosi che devono difendersi gli uni dagli altri. Ma attenzione: la legittima difesa dev’essere “evidente”. E chi lo decide? Non più il pm, che non potrà iscrivere gli sparatori nel registro degli indagati, ma dovrà segnarsi i loro nomi su un foglietto. Poi chiederà a loro: “Le sembrava evidente la sua legittima difesa?”. “A me sì”. “Ah beh allora…”. Invece il famoso “fermo preventivo” di uno che non ha fatto nulla, ma il poliziotto-medium prevede che farà qualcosa, si chiamerà “accompagnamento in ufficio” (questura o caserma) e potrà essere subito annullato dal pm. Proprio come il “fermo di indiziato” già previsto dal Codice di procedura penale per chi si pensa abbia fatto qualcosa, mentre quello di chi non ha fatto nulla non esiste in nessuna democrazia (neppure negli Usa di Trump): solo nelle autocrazie. Ma l’Italia sfugge a entrambe le categorie: ormai siamo una pagliacciocrazia.
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