RIFORMA PERICOLOSA. IL VERO NEMICO È LA SEPARAZIONE DEI POTERI da IL MANIFESTO e IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
23377
wp-singular,post-template-default,single,single-post,postid-23377,single-format-standard,wp-theme-stockholm,wp-child-theme-stockholm-child,cookies-not-set,stockholm-core-2.4.6,select-child-theme-ver-1.0.0,select-theme-ver-9.13,ajax_fade,page_not_loaded,,qode_menu_,wpb-js-composer js-comp-ver-8.2,vc_responsive

RIFORMA PERICOLOSA. IL VERO NEMICO È LA SEPARAZIONE DEI POTERI da IL MANIFESTO e IL FATTO


Riforma pericolosa. Il vero nemico è la separazione dei poteri

Luigi Ferrajoli  18/03/2026

Fascio di nervi Se vincesse il sì, la destra cesserebbe immediatamente di associarlo alla separazione delle carriere

Basterebbe il metodo con cui questa riforma è stata approvata a motivare il no al prossimo referendum. Elaborato dal governo, il testo è rimasto inalterato in parlamento durante quattro votazioni, non essendo stato discusso nessuno dei 1.300 emendamenti proposti dall’opposizione. Non è così che si riforma una costituzione. È lo spirito del costituzionalismo che impone che le riforme costituzionali richiedano convergenze e compromessi parlamentari e che su di esse il governo non debba mettere bocca. È chiaro che la riforma blindata ha una sola spiegazione: la volontà di cambiare la paternità della Costituzione repubblicana, attraverso una modifica ostentatamente di parte.

Ad opera di quanti non hanno contribuito a scriverla – tutti gli attuali partiti di maggioranza – a cominciare dal maggior partito di governo, erede del fascismo contro cui essa fu scritta e che in essa, in realtà, non si è mai riconosciuto. Ne è una conferma la richiesta del referendum da parte della maggioranza, che ne deforma il senso, trasformandola nella volontà di ottenere un plebiscito. La nostra Costituzione rischierebbe di non essere più la costituzione antifascista nata dalla lotta di Liberazione.

C’è poi una seconda finalità della riforma, che non ha nulla a che vedere con la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri cui essa è intitolata. Tale separazione è già stata di fatto realizzata, dato che i passaggi da un ruolo all’altro riguardano ogni anno lo 0,4% dei magistrati. Questo insignificante residuo avrebbe potuto essere soppresso con una legge ordinaria o un decreto legge, come ben sanno tutti coloro che invocano il «garantismo» a sostegno del loro incomprensibile sì. In realtà, in nome della separazione delle carriere si vuole compiere un primo passo verso l’indebolimento di una separazione ben più importante: la separazione dei poteri, su cui si basa lo stato di diritto. Non è un’illazione. Ce lo dicono i massimi autori di questa controriforma. Basti ricordare la battuta di Nordio secondo cui la riforma converrebbe anche a Elly Schlein qualora dovesse andare al governo. Ma si pensi, soprattutto, agli attacchi quotidiani della presidente Meloni contro le sentenze da lei giudicate assurde. Dunque un sì al referendum avrebbe, a suo parere, l’effetto di porre fine a queste sentenze «assurde» e darebbe vita a sentenze non ritenute tali dal governo.

È precisamente questo, secondo i suoi stessi promotori, il vero senso e il vero fine della riforma, in accordo, del resto, con l’insofferenza per il controllo giudiziario espresso da tutte le autocrazie elettive nelle quali vanno trasformandosi i nostri sistemi politici. Quando Giorgia Meloni lamenta che i giudici «non collaborano con il governo» esprime una concezione anticostituzionale della democrazia quale onnipotenza della maggioranza, basata sull’idea che la sola fonte di legittimazione dei pubblici poteri sia il voto popolare. Ignora che il fondamento della legittimità sia della giurisdizione che della pubblica accusa è non solo diversa, ma opposta a quella del potere politico, non potendo nessun consenso o dissenso governativo rendere vero ciò che, in assenza di prove, è ritenuto falso, oppure falso ciò che, sulla base di prove, è argomentato come vero. Ignora, soprattutto, che l’indipendenza dei giudici e dei pubblici ministeri e la loro soggezione soltanto alla legge sono la massima garanzia, con paradosso apparente, del primato della politica. Giacché la politica si esprime nella sua forma più alta, prima della commissione del fatto sottoposto al giudizio, nella legge da essa prodotta, alla quale soltanto giudici e pubblici ministeri sono soggetti; mentre sarebbe lesa indebitamente proprio dai condizionamenti governativi che inevitabilmente si produrrebbero, dopo la commissione del fatto, senza una totale indipendenza sia della giurisdizione che della pubblica accusa.

Il sorteggio dei componenti dei tre organi nei quali viene smembrato il Csm, si sostiene, è diretto a sopprimere il potere delle correnti, non a caso sempre avversate dalla destra. Occorre allora ricordare che l’Associazione magistrati fu sciolta dal fascismo e rifondata dopo la Liberazione; che le correnti nella quale è divisa sono il segno del suo carattere anti-corporativo; che l’associazionismo giudiziario e il pluralismo delle correnti sono stati, storicamente, il maggior fattore di democratizzazione della magistratura; che infine le correnti assicurano la trasparenza e la responsabilità dell’operato dei membri togati del Csm. Se passasse questa controriforma, sarà facile domani, per la componente governativa dei due futuri Consigli, coinvolgere nelle sue scelte i magistrati estratti a sorte, che non rappresentano nessuno e quindi non devono rispondere a nessuno.

Infine il terzo scopo. Se vincesse il sì, la destra cesserebbe immediatamente di associarlo alla separazione delle carriere.

Interpreterebbe il sì come un via libera a tutte le controriforme da essa progettate: dall’ancor più grave riforma costituzionale consistente nell’introduzione del premierato elettivo all’assurda riforma elettorale già ipotizzata, con gigantesco premio di maggioranza, fino alla soppressione della dipendenza della polizia giudiziaria dalla pubblica accusa, già progettata da Antonio Taiani, e magari alla collocazione del pubblico ministero, una volta estromesso dall’area della giurisdizione, alle dipendenze del potere esecutivo. È in gioco, in breve, il futuro della nostra democrazia.

Il “Sì” crea pm poliziotti e triplica i costi del Csm

Antonio Patrono  18 Marzo 2026

Chi non è un tecnico del diritto ed è comunque chiamato a votare per il referendum del 22 e 23 marzo può ragionevolmente avere oggi, al termine della campagna referendaria, se possibile le idee ancora più confuse di quanto non le avesse all’inizio, avendo sentito dire tutto e il contrario di tutto circa l’utilità della riforma della Costituzione che si chiede di approvare.

È bene quindi chiarire subito cosa non ci si deve aspettare da tale riforma se fosse approvata. Non ci si deve aspettare, innanzitutto, che i processi penali diventino più veloci, nonostante questo sia oggi il vero problema della giustizia. Lo ha ammesso anche in più dichiarazioni pubbliche lo stesso ministro della Giustizia, proponente la riforma, e su questo non è quindi più il caso di tornare. Non ci si deve aspettare nemmeno che svaniscano come per incanto gli errori giudiziari, come invece i sostenitori della riforma dichiarano in continuazione. Chi ha cercato di convincere l’opinione pubblica che con la riforma non si avrebbero più casi come quello di Garlasco o quello dei “bambini nel bosco”, per la verità additati come gravi errori giudiziari piuttosto prematuramente perché ancora non è stato dimostrato che siano tali, non ne ha mai spiegato la ragione né avrebbe potuto farlo, perché non c’è una sola nuova previsione che potrebbe avere questo effetto. I pubblici ministeri e i giudici, anche se assunti con separati concorsi e amministrati da separati Csm, continuerebbero a fare lo stesso mestiere, ad applicare le stesse norme di procedura, a valutare le situazioni di fatto nello stesso modo, nulla quindi sarebbe destinato a cambiare.

È bene anche chiarire cosa non ci si deve aspettare se invece la riforma non fosse approvata, perché anche su questo si sono sentite affermazioni davvero azzardate. Non si deve avere paura che stupratori, pedofili, rapinatori e spacciatori di droga siano tutti scarcerati, chissà poi perché visto che tutto rimarrebbe come oggi. E, se pure si ritiene che oggi tutti costoro siano scarcerati troppo facilmente, non si capisce come separare le carriere dei magistrati o creare due Csm invece di uno solo possa a ciò porre rimedio.

Vediamo invece cosa ci si può aspettare se la riforma della Costituzione fosse approvata. I magistrati del pubblico ministero sarebbero praticamente autogestiti da un Csm composto in maggioranza da loro stessi e quindi apparentemente avrebbero maggiore potere di oggi, ma solo per poco perché ovviamente seguirebbero, sulla spinta del successo elettorale e sulla considerazione che ciò sia inammissibile in un sistema democratico, nuove modifiche che già sono state anticipate, la prima delle quali sottrarre loro la direzione e l’impulso delle indagini preliminari e tramutarli sostanzialmente negli avvocati della polizia giudiziaria. È bene chiarire, per chi non lo sappia, che l’ordinamento di tutti gli organi di polizia (in parole povere, la loro carriera) già oggi dipende dal potere esecutivo, controbilanciato soltanto dalla direzione funzionale dei pubblici ministeri. Sparita questa, l’unico interlocutore della polizia giudiziaria rimarrebbe il governo. È facile immaginare quali indagini andrebbero avanti e quali no. Certo, i magistrati giudicanti rimarrebbero sempre liberi e indipendenti, ma per giudicare ben poco, e certamente non quello che potrebbe dare fastidio ai governanti di turno.

Cambiando registro, e passando dall’ideale al venale, una cosa è certa, ed è che questa riforma costerebbe, e tanto, ai cittadini. Oggi il Csm ha un bilancio che supera i 45 milioni di euro per le spese, tutte ovviamente a carico dello Stato. Con la riforma tali spese si dovrebbero triplicare, più o meno, perché a un unico organismo se ne sostituirebbero tre, i due Csm e il nuovo giudice disciplinare. Non vogliamo proprio triplicarli, diciamo per prudenza 100 milioni invece di 45? E tutti gli anni, questo solo per la gestione, senza contare la ricerca e l’uso di tre palazzi invece di uno solo, a meno che, per risparmiare, non si voglia lasciarli tutti nello stesso posto, a vivere e lavorare insieme, parlarsi e fare amicizia tutti i giorni, magari fidanzarsi tra loro, consiglieri giudici e consiglieri pubblici ministeri, con grande scandalo dei nuovi Costituenti!

Insomma, rischi tanti, costi ingenti, utilità nessuna. Tutto sommato meglio il ponte di Messina, su quello almeno, se rimanesse in piedi, ci si potrebbe passare sopra.

Referendum giustizia, quel mistero dei reazionari che arrivano da Pci-Pds-Ds

Isaia Sales  17 Marzo 2026

Mi chiedo spesso: come è stato possibile che da un partito come il Pci si siano prodotti alcuni dei più autentici conservatori della politica italiana? E che, pur esprimendo un pensiero così contrario agli interessi del mondo da cui provengono, hanno continuato e continuano a rappresentarlo ai massimi livelli e ad assumere ruoli importanti in assemblee elettive, in società ed enti pubblici? Un mistero, questo, che viene confermato dal sostegno al sì nel prossimo referendum sulla giustizia di diversi parlamentari e dirigenti del Pd di provenienza comunista e che non ha trovato ancora, almeno per me, una spiegazione accettabile. Sostegno che viene mantenuto anche quando il referendum si presenta come uno scontro duro con uno dei governi più reazionari della nostra storia recente. Si dirà: si nasce incendiari e si finisce pompieri, a volte anche reazionari.

Succede, certo, ma come si fa a manifestare un pensiero e una politica di conservazione e continuare a rappresentare i progressisti? In verità, la cosiddetta “sinistra per il sì” si è distinta anche su altri fronti dalle posizioni del Pd: in politica estera, in quella economica, sul fronte dei diritti dei lavoratori precari, mostrando una specie di orrore per il conflitto sociale, una predisposizione a “governare a prescindere” e ad ampie convergenze con la destra. Chi siede nelle istituzioni grazie ai voti di elettori di sinistra dovrebbe almeno tenere conto dei loro “sentimenti”. O no? Se ciò non avviene vuol dire che c’è un cortocircuito, una scissione tra gli ideali della stragrande parte dei militanti e gli interessi di alcuni dirigenti. Insomma, il Pci e poi il Pds e il Pd hanno scelto spesso persone non in sintonia con il mondo che dovevano rappresentare e ha continuato imperterrito a farlo anche quando si è visto che i conservatori, dovunque si manifestino, più che fare gli interessi degli ultimi, si mettono d’accordo con i primi della società e ne sposano i valori.

Insomma, si può fare in modo che le mele stiano con le mele e le pere con le pere? Che i conservatori vadano da una parte e i progressisti dall’altra? Se le opinioni sono in contrasto permanente con il mondo che si deve rappresentare, ciò è un serio problema politico non una questione di tolleranza di idee diverse.

No Comments

Post a Comment

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.