QUEI FRONTI CONTRAPPOSTI E UN LESSICO POLITICO PER LE LOTTE DEL PRESENTE da IL MANIFESTO
Quei fronti contrapposti e un lessico politico per le lotte del presente
SCAFFALE «Nella Terza guerra mondiale», a proposito del volume di Connessioni precarie pubblicato da DeriveApprodi
Maurizio Lazzarato 07/06/2025
Il libro di Connessioni precarie Nella Terza guerra mondiale. Un lessico politico per le lotte del presente (DeriveApprodi, pp. 113, euro 15) si propone di costruire un lessico comune delle lotte contro la guerra che superi il campismo che rischia di bloccarle o indebolirle. La guerra non può essere un riferimento della lotta di classe perché riduce la molteplicità delle sue espressioni a un dualismo che fissa, riduce e semplifica i rapporti sociali. Due ipotesi fondano il lessico: l’affermazione della Terza guerra mondiale come quadro che regge i diversi livelli di scontro e il rifiuto, molto utile, della geopolitica. Mentre quest’ultima si concentra nell’analisi dello scontro tra Stati e la lotta per l’egemonia sul mercato mondiale, il lessico mette al centro della sua analisi il comando sul lavoro vivo nel mercato mondiale. Si privilegia la lettura della guerra dal punto di vista del «lavoro vivo» e della sua azione «transnazionale» che non può essere ridotta a semplice resistenza perché così ci si posiziona all’interno della guerra, invece di cercare di elaborare un progetto di liberazione collettiva (transnazionale piuttosto che internazionalista, perché vuole travalicare i confini dello Stato-nazione).
UNO DEGLI OBIETTIVI fondamentali è allora definire il concetto di lotta di classe a partire dal «lavoro vivo» transazionale, che non può semplicemente iscriversi all’interno della dialettica di amico-nemico perché il punto di vista schmittiano fissa i fronti contrapposti, «sospendendo qualsiasi giudizio su ciò che accade all’interno del proprio fronte». Questo non vuol però dire assumere la pace intesa come assenza di conflitti, né come pacifismo «a ogni costo». L’opposto della guerra è allora la lotta di classe che pone il problema della pace nei termini della mobilità e differenziazione del lavoro vivo (salariati, migranti, donne) approntando processi organizzativi che valorizzino al massimo le sue potenzialità politiche.
I concetti di Imperialismo e antimperialismo non colgono fino in fondo il funzionamento transnazionale del capitalismo che riduce e limita la capacità d’azione degli Stati. Il crescere dell’autoritarismo della loro governamentalità è interpretato non come un punto di forza, ma al contrario come una difficoltà / impossibilità del suo comando politico di rispondere al disordine del transnazionale.
«Gli studi sulle catene globali del valore, sulla finanza, sulle supply chain, sulla logistica, sulle infrastrutture, sull’estrazione, su cloud e digitalizzazione hanno mostrato l’eccesso dei processi capitalistici di valorizzazione rispetto a una loro direzione secondo logiche politiche. Dopo aver contribuito a rompere il simulacro di una società internazionale o di un ordine mondiale, questi processi continuano a esistere contro ogni tentativo politico di rinazionalizzazione o regionalizzazione, oggi variamente nominati come reshoring, friendshoring, nearshoring».
Ma è possibile separare la produzione del valore, dall’azione dello Stato? Nella più grande economia del mondo, la cinese, la costruzione delle catene del valore ha forse ecceduto lo Stato e il partito comunista? Il capitale non può fare a meno dello Stato come centro di potere che stimola altri centri di potere economici, monetari, finanziari, a costituirsi in capitalista collettivo per definire strategie economico-politiche globali.
IL GOVERNO POLITICO globale delle dinamiche capitalistiche e di controllo del lavoro vivo si è dimostrato «instabile e impossibile». Sembra non si possa dire altrettanto dell’uso del monopolio della forza che può spingersi fino alla guerra e al genocidio. Più il controllo politico del mercato mondiale sfugge ai promotori della globalizzazione, più la guerra sembra l’unica soluzione a loro disposizione.
Il libro si confronta con praticamente tutte le categorie della storia del movimento operaio tranne una, il concetto di «rivoluzione», che materializza sempre la sua possibilità dentro lo scoppio di crisi sistemiche, guerre e guerre civili. Lo «sciopero transnazionale» avrebbe la pretesa di costituire una valida alternativa alle rotture radicali che hanno caratterizzato la Prima guerra mondiale (Rivoluzione sovietica) e la Seconda guerra mondiale (Rivoluzione cinese e le rivoluzioni contro il colonialismo).
L’obiettivo del lessico vuole fornire categorie per la «connessione» della dispersione e frantumazione del «lavoro vivo» transnazionale. È possibile limitarsi a una coordinazione orizzontale anche transnazionale, senza porre il problema dell’intensificazione delle sue forme di lotta? Sembra affiorare quello che Mario Tronti chiama la paura del «due», evitare cioè di porre il problema del rapporto tra molteplicità e dualismo.
La pace per cui lottare deve assumere fino in fondo il carattere mobile e differenziato del lavoro vivo contemporaneo e, per favorire la sua stessa costituzione, approntare processi organizzativi transnazionali.
MA COM’È POSSIBILE pensare e costruire questa valorizzazione alternativa «fuori» dalla Terza guerra mondiale, quando questa chiude tutti gli spazi politici con nuove forme di fascismo interne? Spostando opportunamente il centro del dibattito dalla geopolitica al lavoro vivo e al suo comando globale, questo libro apre la possibilità di un confronto molto utile per cercare insieme soluzioni politiche alla guerra che nessuno possiede.
* Le prossime presentazioni: 11 giugno (ore 19) a Bologna all’Archivio Storico dei Movimenti sociali di via Avesella, con Sandro Mezzadra e Laboratorio Crash! Il 15 giugno (ore 18.30) a Lecce, alla Biblioteca Bernardini, Paola Rudan discute con Fabio De Nardis e Gianluca Nigro.
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