PSICOPOLITICA da LA FIONDA
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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PSICOPOLITICA da LA FIONDA

Psicopolitica

Lucrezia Lombardo   17 Nov , 2025|

A partire dall’età moderna si assiste a una trasformazione radicale del modo in cui il potere si esercita sull’essere umano. Se nelle epoche precedenti il dominio politico si fondava principalmente sulla coercizione, sulla minaccia e sull’uso della forza, tra il XVII e il XVIII secolo nasce una forma di potere nuova, che Michel Foucault definisce biopotere. Essa non mira più tanto a “far morire” quanto a “lasciar vivere”: il suo scopo non è l’eliminazione del nemico, ma la gestione della vita, la regolazione dei corpi e delle popolazioni.

Con l’affermarsi del concetto di “salute pubblica”, la medicina, la demografia e le scienze sociali diventano, così, strumenti di governo. Il potere politico s’intreccia con quello scientifico, inaugurando una stagione in cui la vita biologica stessa diviene oggetto di amministrazione. Foucault mostra come il biopotere agisca tanto sul piano individuale – attraverso il disciplinamento dei corpi – quanto su quello collettivo, regolando la natalità e la mortalità (demografia), oltre alla salute della popolazione.

La logica della normalizzazione s’impone dunque come principio generale: la distinzione tra ciò che è “normale” e ciò che è “anormale” diventa il criterio guida per organizzare le società moderne. La scuola, la caserma, l’ospedale, la fabbrica e il carcere non sono che luoghi di esercizio di questo potere disciplinare, che mira a produrre individui docili, efficienti, conformi. L’obiettivo non è punire, ma prevenire; non reprimere, ma addestrare.

La medicina assume, in questa prospettiva, un ruolo centrale. Essa diventa non solo scienza della cura, ma anche strumento di controllo sociale. Il processo di medicalizzazione penetra pertanto in ogni aspetto della vita quotidiana, ridefinendo i confini tra salute e malattia, tra normalità e devianza. L’uomo, fragile e mortale, affida adesso alla scienza la speranza di un’immortalità terrena, trasformando il corpo in un campo di intervento tecnico.

Parallelamente, la demografia – nata nel XVII secolo con gli studi di John Graunt – fornisce al potere uno strumento di regolazione collettiva. Nascite e morti, epidemie e carestie vengono lette come variabili gestibili, subordinate alle risorse disponibili. In questa fusione tra medicina e politica, il controllo della vita biologica si istituzionalizza: la salute diventa affare di Stato, e la scienza si arroga il diritto di intervenire sul destino collettivo. Come osserva lo studioso Andrea Vicini, «la medicina diviene uno degli ambiti della politica sociale, invadendo in modo nuovo lo spazio civile». In questo modo, essa ottiene il potere di decidere “quanto a lungo” gli individui vivono, divenendo così essa stessa demografia.

Il biopotere, dunque, non è più qualcosa che s’impone dall’esterno, bensì un potere che penetra nei corpi, li osserva, li misura, li corregge. Esso si traveste da sapere e, attraverso la scienza, pretende di gestire la vita stessa.

All’interno di questo contesto, a partire dagli anni Sessanta del Novecento, la fiducia nei fondamenti che avevano sostenuto la modernità entra in crisi. Con la postmodernità, secondo la celebre analisi di Jean-François Lyotard, crollano perciò i “grandi racconti”: le ideologie e le narrazioni teleologiche che avevano dato senso alla storia in base alle idee di progresso, di emancipazione e di liberazione si rivelano illusorie. Il mondo postmoderno è dominato, di contro, dall’informazione, dalla frammentazione e dal pluralismo dei punti di vista. Le ideologie vengono così sostituite da dottrine pragmatiche, e la razionalità scientifica, un tempo garante di verità universali, si dissolve in un relativismo epistemologico ed etico. L’intellettuale perde la capacità di proporre visioni alternative al reale liquido, mentre l’arte e la cultura celebrano l’ibridazione, il riuso, la contaminazione.

In questo clima, il cinismo e il disincanto diventano atteggiamenti dominanti. Non più il cinismo classico dei filosofi antichi, bensì una forma d’indifferenza diffusa, che pone il successo personale e l’efficienza al di sopra di ogni valore condiviso. L’individuo postmoderno, immerso nella società dei consumi e delle immagini, privilegia adesso il benessere personale e immediato, la gratificazione, la visibilità.

L’uomo dei nostri giorni scopre pertanto che ogni verità è relativa e che l’unico fondamento rimasto è se stesso. Da qui nasce un nuovo nichilismo: non più tragico, ma quotidiano, pratico, interiorizzato. La libertà diventa consumo e l’identità, performance.

Entro tale contesto postmoderno e tecnologico, tipico degli ultimi decenni, la forma del potere conosce, perciò, un’ulteriore metamorfosi. Il filosofo coreano Byung-Chul Han definisce psicopolitica la modalità contemporanea del biopotere. Se quest’ultimo si esercitava sui corpi, la psicopolitica si rivolge invece alla psiche, colonizzando l’interiorità dei soggetti.

Nell’epoca della connessione digitale e della sorveglianza volontaria, il potere non ha più bisogno di imporre dall’esterno ordini o divieti, ma sono gli individui stessi a interiorizzare spontaneamente gli imperativi sociali, convincendosi di agire liberamente mentre, in realtà, riproducono le logiche dominanti. Il controllo si trasforma in autodisciplina e la coercizione in consenso.

La logica dell’efficienza, del successo, della prestazione diventa una norma interiorizzata. Tant’è che il soggetto non è più costretto a essere produttivo: sceglie di esserlo, identificando la propria autostima e realizzazione con la capacità di rispondere alle aspettative sociali. Quando fallisce, non accusa il sistema, ma se stesso.

Han mostra così come il potere contemporaneo si basi su una forma di libertà paradossale: una libertà che coincide con la massima disponibilità al controllo. Gli individui si autosorvegliano, si espongono volontariamente sui social – mostrando vita privata, intimità, corpi nudi – e misurano la propria efficienza tramite algoritmi e metriche digitali. La mente, più del corpo, diventa così il nuovo campo di battaglia del potere.

Un esempio emblematico è costituito dall’imperativo estetico alla magrezza ed eterna giovinezza per le donne: valori presentati come scelte individuali, ma in realtà prodotti da modelli culturali imposti. L’adesione a tali modelli genera, tuttavia, frustrazione, senso di colpa e conformismo nel femminile, eppure le donne non riescono a smarcarsi da essi. Ciò che appare come libertà diventa allora, nella psicopolitica odierna, il meccanismo più efficace di dominio.

Le tre forme di potere descritte – biopotere, postmodernità e psicopolitica – dunque non si susseguono semplicemente nel tempo, ma s’intrecciano tra di loro. Il biopotere segna l’inizio di un’epoca in cui il politico e la vita si confondono. La postmodernità, con il suo disincanto e il suo relativismo, crea invece il terreno ideale per la diffusione della psicopolitica, che porta alle estreme conseguenze il controllo sulla soggettività.

Le scienze, in particolare la medicina, la biologia e la psicologia, mantengono, in tale contesto, un ruolo centrale nell’evoluzione delle società contemporanee. Il valore attribuito alla salute, al benessere, alla performance fisica e mentale alimenta, infatti, un immenso sistema economico – quello del biocapitalismo – che trasforma la vita in merce e il corpo e la mente in investimento.

Il potere, così, non ha più bisogno d’imporsi dall’alto, ma opera dall’interno, attraverso il desiderio, l’identificazione, la partecipazione volontaria e la paura (paura di invecchiare, paura di fallire, paura di ingrassare, ecc.). L’individuo postmoderno non è più suddito né cittadino, ma imprenditore di se stesso: un soggetto che gestisce la propria esistenza e il proprio corpo come un capitale, convinto di essere libero mentre non è mai stato tanto profondamente condizionato.

Dalla nascita del biopotere alla diffusione della psicopolitica contemporanea, il percorso del potere moderno mostra pertanto un progressivo spostamento dall’esteriorità all’interiorità, dal controllo sui corpi a quello sulle menti. Tant’è che non è errato affermare che il dominio non passa più attraverso la coercizione, ma attraverso l’autodisciplina e l’adesione spontanea agli imperativi sociali. Il risultato è un nuovo tipo di soggetto: autonomo in apparenza, ma intimamente governato e conformista; libero solo nella misura in cui accetta di modellarsi secondo logiche sociali dell’efficienza, della produttività, della bellezza e della visibilità. Quel potere che un tempo si esercitava sulla vita abita adesso la vita stessa e ne assume le forme, i desideri, le emozioni. In questo modo, la psicopolitica non è che l’ultima tappa di un lungo processo di interiorizzazione del dominio da parte degli individui. Costoro, difatti, sono ormai divenuti i sorveglianti di se stessi.

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