POTERE O DOMINIO? da LA FIONDA
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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POTERE O DOMINIO? da LA FIONDA

Potere o dominio? Attualizzare Danilo Dolci nell’età degli algoritmi

 Giuseppe Gagliano    29 Set , 2025

Dalla gabbia al feed

“Ammaestrare” è facile: ieri era la bacchetta sul banco, oggi è il feed che dosa premi e punizioni con like e demonetizzazioni. Ma ammaestrare non è esercitare potere: è dominio. Il potere vero nasce da una relazione di influenza reciproca, dove chi comunica cresce insieme all’altro. La violenza – fisica, linguistica, digitale – può sembrare “risolutiva” nell’immediato, ma in prospettiva produce scarto, rancore, deserto. I valori non si “inculcano”: si praticano, si condividono, si rendono desiderabili. Chi “inculca” non educa: addestra inferiori immaginari.

Stato, capitale e la “ragione di Stato” 2.0

Il Novecento ha allargato il suffragio e la protezione sociale, ma ha anche costruito l’apparato tecnico-poliziesco che oggi si amplifica con la sorveglianza dei dati. Lo Stato contemporaneo, persino quando si proclama democratico, tende a diventare una macchina che risponde a interessi concentrati: il grande capitale finanziario-tecnologico, i campioni nazionali, gli oligopoli dell’informazione. La “ragione di Stato” resta la stessa: non un criterio razionale, ma la giustificazione del dominio. I suoi strumenti sono noti: segreto, “collection” senza trasparenza, emergenze permanenti, minoranze di potere che impongono la loro agenda a maggioranze stanche. Non scandalizza la forza che protegge i deboli; ripugna la forza che li rende muti.

Scuola e media: caserme gentili

Costruire scuole non è di per sé un bene se diventano gabbie. Criminale è spegnere la curiosità naturale, trasformare l’errore in colpa, la valutazione in stigma. Oggi la “caserma gentile” passa anche dai media e dalle piattaforme: ritmi di apprendimento decisi dall’algoritmo, attenzione tritata in clip, creatività ridotta a prestazione. L’educazione, se vuole essere pubblica e civile, deve restituire tempo lungo, domande difficili, laboratori che mettano in relazione saperi e comunità. Non c’è socializzazione senza partecipazione: programmare il tempo insieme, ascoltare, perfino giocare. È così che il ragazzo capisce di essere amato e diventa cittadino.

Conflitti senza nemici assoluti

Guerre e crisi sociali mostrano il fallimento dell’idea che “il successo” definisca il bene. Se il criterio politico è solo l’obiettivo raggiunto, allora il clientelismo e la mafia – che gli obiettivi li raggiungono – diventano modelli legittimi. L’alternativa è quella indicata da Gandhi, Einstein e formalizzata da Johan Galtung: diagnosi precisa delle cause, coinvolgimento nonviolento delle parti, creatività dei mezzi. La nonviolenza non è mitezza: è competenza strategica, capacità di spiazzare il ciclo azione-reazione, di costruire spazi dove l’avversario possa cambiare senza umiliarsi. Nel mondo delle sanzioni a catena, degli embarghi tecnologici e delle campagne d’odio coordinate, è l’unica via che non lascia macerie morali.

Etiche professionali o licenze morali?

“Etiche speciali” che permettono al boia di uccidere o al politico di mentire per mandato non sono etiche: sono esenzioni. La democrazia perde senso quando istituzionalizza l’eccezione e chiama “necessità” ciò che non osa chiamare per nome. Non esiste pubblica utilità fondata sul crimine. Esiste semmai un dovere di verità, che non coincide con la forza né con il denaro. La verità non si misura a chili, a pugni o a bilanci trimestrali.

Laboratori di mondo

Come la fisica delle particelle illumina la cosmologia, micro-laboratori educativi e civici possono chiarire le leggi di relazione che fanno crescere una società. Ogni comunità può diventare un luogo di sperimentazione: assemblee di quartiere che progettano servizi, scuole che co-creano curriculum con studenti e famiglie, media locali che rendono pubblico il dietro le quinte delle decisioni, imprese che legano i profitti a indicatori sociali verificabili. L’etica, se è creativa, non detta galatei: disegna principi progettuali, misura gli effetti, corregge gli errori.

Distinguere potere da dominio

Il nodo è tutto qui. Potere è responsabilità condivisa, dominio è riduzione dell’altro a mezzo. Potere è trasparenza, dominio è segreto. Potere è conflitto regolato e fecondo, dominio è guerra latente e paura. Potere è educazione che accende desiderio e intelligenza, dominio è addestramento che fabbrica obbedienza. Quando le società confondono i due piani, la violenza riempie il vuoto lasciato dalla politica.

Una bussola per il presente

Attualizzare queste intuizioni significa tre scelte operative:

  1. Mettere sotto controllo democratico i luoghi del segreto: sicurezza, dati, algoritmi. Nessuna “collection” senza mandato, log e contraddittorio pubblico.
  2. Rifondare la scuola sull’esperienza: tempo lungo, lavoro di gruppo, valutazioni narrative, apprendimenti di comunità. Dalla caserma gentile al laboratorio vivo.
  3. Istituzionalizzare la nonviolenza: mediazioni stabili nei territori, budget partecipativi vincolanti, criteri etici per investimenti e appalti, meccanismi di trasparenza radicale.

Non c’è riforma che valga senza questa rivoluzione tranquilla: distinguere potere da dominio, restituire voce a chi non è ascoltato, ricucire la politica con l’etica del quotidiano. È il modo più semplice per disinnescare la violenza che nasce dalla disperazione di non essere riconosciuti. Ed è, oggi come ieri, la più concreta delle politiche.

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