PIERO GOBETTI: “L’ANTIFASCISMO È CULTURA” da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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PIERO GOBETTI: “L’ANTIFASCISMO È CULTURA” da IL FATTO

Gobetti editore, 100 anni

L’ANTIFASCISMO È CULTURA – L’intellettuale pubblicò Einaudi e Montale

MASSIMO NOVELLI  20 MARZO 2023

Poco prima di lasciare per sempre Torino per Parigi, nel dicembre del 1925 Piero Gobetti (1901-1926) scriveva allo storico Giustino Fortunato: “Parto per Parigi, dove farò l’editore francese, ossia il mio mestiere che in Italia mi è stato interdetto”. I fascisti glielo avevano impedito dal 18 novembre di quell’anno, quando il questore di Torino l’aveva diffidato “a verbale a cessare da qualsiasi attività editoriale”, in considerazione “dell’azione nettamente antinazionale esplicata dal dott. Piero Gobetti”.

Neanche a Parigi l’autore della Rivoluzione Liberale poté proseguire ciò che si era proposto: “un’opera di cultura nel senso del liberalismo europeo e della rivoluzione moderna”. Gobetti morì verso la mezzanotte del 15 febbraio 1926, dopo che la bronchite da cui era affetto s’era aggravata.

Venne sepolto al Père Lachaise, non lontano dal muro che ricorda i comunardi del 1871.

L’attività editoriale di Gobetti fu breve ma folgorante, come la sua esistenza. Riuscì a pubblicare, mentre il regime mussoliniano si stava consolidando, opere dichiaratamente antifasciste, così come Ossi di Eugenio Montale. Un catalogo che impressiona, dato che venne messo assieme da Gobetti in pochissimo tempo e che comprende tanto Giovanni Amendola e Luigi Einaudi, quanto Francesco Saverio Nitti, Giuseppe Prezzolini, Guido Dorso, Francesco Saverio Merlino, Gaetano Salvemini, Luigi Salvatorelli, don Luigi Sturzo. Fino ad Aniante, Cagna, Tommaso Fiore, Missiroli, Enrico Pea, Sapegno, Tilgher e Curzio Malaparte, allora fascistissimo, di cui stampò Italia barbara.

Lo stesso futuro autore di Kaputt, molto italianamente, gli avrebbe consigliato nel dicembre ’25: “Rimani pure come signor Gobetti, antifascista, se ciò ti fa piacere, ma d’ora in poi, come editore, come ditta, non ti occupare più di politica, non pubblicare più volumi antifascisti, lascia perdere queste porcherie e buttati a corpo morto nel campo letterario e artistico, storico e filosofico”.

Gobetti cominciò a fare l’editore nel corso del 1923, sebbene ci avesse pensato dal 1919, all’epoca di Energie Nove, la sua rivista d’esordio. Poi nel ’23, dopo avere rotto con Arnaldo Pittavino, lo stampatore dei primi libri e della rivista La Rivoluzione Liberale, avviò la “Piero Gobetti Editore”. Volle apporre sui libri il motto “Che ho a che fare io con gli schiavi?”, suggeritogli dal professore e suo collaboratore Augusto Monti e disegnato dal pittore Felice Casorati.

Gobetti editore compie cento anni. Il Centro studi Piero Gobetti di Torino dedica al centenario una serie di manifestazioni e d’iniziative: tra queste una nuova edizione di Piero Gobetti. L’editore ideale (Aras edizioni, a cura di Pietro Polito e Marta Vicari), che ripropone il testo del 1966 uscito con la prefazione di Franco Antonicelli. Proprio in quella raccolta è presente lo scritto in cui Gobetti spiegò come intendesse il lavoro di editore. Quattro pagine manoscritte, senza data, accreditate al 1925, in cui scriveva: “Ho in mente una mia figura ideale di editore. Mi ci consolo, la sera dei giorni più tumultuosi, 5, 6 per ogni settimana, dopo aver scritto 10 lettere e 20 cartoline, rivedute le terze bozze del libro di Tilgher o di Nitti, preparati gli annunci editoriali per il libraio, la circolare per il pubblico, le inserzioni per le riviste, litigato col proto che mi ha messo un errore nuovo dopo 3 correzioni, mandato via rassegnato dopo 40 minuti di discussione il tipografo che chiedeva un aumento di 10 lire per foglio, senza concederglielo; aiutato il facchino a scaricare le casse di libri arrivate troppo tardi quando ci sono solo più io ad aspettarlo, schiodata io stesso la prima cassa per vedere i primi esemplari e soffrire io solo del foglio che è sbiancato in una copia, e consolarmi che tutto il resto va bene”.

Era un editore formatosi nella “religione della libertà” di Vittorio Alfieri e di quel Risorgimento piemontese “senza eroi”, dal titolo di un suo libro postumo.

Proseguiva in quel testo del ’25: “Penso un editore come un creatore. Creatore dal nulla se egli è riuscito a dominare il problema fondamentale di qualunque industria: il giro degli affari che garantisce la moltiplicazione infinita di una sia pur piccola quantità di circolante. Il mio editore ideale che con una tipografia e un’associazione in una cartiera controlla i prezzi con quattro librerie modello conosce le oscillazioni quotidiane del mercato, con due riviste si mantiene a contatto coi più importanti movimenti d’idee, li suscita, li rinvigorisce, non ha bisogno di essere un Rockfeller”.

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