PER UN RISVEGLIO DELLA RAGIONE DAVANTI ALLE MACERIE DEL CONFLITTO da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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PER UN RISVEGLIO DELLA RAGIONE DAVANTI ALLE MACERIE DEL CONFLITTO da IL MANIFESTO

Per un risveglio della ragione davanti alle macerie del conflitto

Con la guerra a Hamas Israele non distruggerà il consenso e la capacità di attrazione del terrorismo, che al contrario saranno potenziati dagli orrori del massacro in corso a Gaza. Occorre subito un cessate il fuoco – non la «tregua» – e la fine dei raid aerei, perché alla catastrofe umanitaria si contrapponga il rispetto della vita di ogni essere umano

Luigi Ferrajoli  07/11/2023

Dopo un mese la risposta della guerra ai crimini di Hamas del 7 ottobre non sta provocando soltanto migliaia di morti innocenti, decine di migliaia di feriti, le povere case di Gaza rase al suolo, le bombe sugli ospedali, le scuole e le ambulanze, la fame e la sete di un milione di sfollati senza tetto né tutele. Con paradosso apparente, essa ha anche enormemente aggravato la minaccia alla sicurezza futura di Israele. I suoi effetti politici sono tutti disastrosi: la sempre più improbabile liberazione degli ostaggi, la crescita vergognosa dell’antisemitismo nel mondo, il pericolo di un allargamento del conflitto, il rafforzamento di Hamas sia all’interno del popolo palestinese che all’interno del mondo islamico. Il solo effetto che non sarà raggiunto sarà la distruzione, proclamata da Netanyahu, del terrorismo jiadista e criminale di Hamas.

Potranno essere uccisi tutti i capi militari di Hamas scovati nel territorio di Gaza, ma non lo saranno i suoi capi politici che vivono al sicuro nel Qatar o in Iran o in altri paesi islamici. Tanto meno saranno distrutti il consenso e la capacità di attrazione del terrorismo, che al contrario saranno potenziati dagli orrori della guerra: dal massacro di innocenti uccisi, in gran parte bambini, dalla crescita dell’odio e della volontà di vendetta, che non potranno non allevare nuove generazioni di terroristi.

E’ questo il risultato della risposta autolesionista, ottusa e simmetrica, della guerra e dei bombardamenti sulle popolazioni civili all’aggressione atroce del 7 ottobre. Che non è stata un atto di guerra, essendo la guerra solo tra Stati ed eserciti regolari, bensì un crimine orrendo al quale occorreva rispondere con il diritto, cioè con un intervento diretto a colpire i soli colpevoli.

La risposta della guerra è stata invece esattamente ciò che volevano i terroristi: l’annullamento dell’asimmetria elementare tra guerra e violenza criminale, perché è come “guerra santa”, diretta a distruggere Israele, che essi concepiscono, legittimano e vogliono che siano riconosciuti e temuti i loro eccidi. Ovviamente la distinzione tra crimine e atto di guerra è una convenzione stipulata dalla nostra civiltà giuridica. Ma è una convenzione indispensabile a porre un limite alla guerra e a preservare la necessaria asimmetria tra l’inciviltà del crimine e la civiltà del diritto.

Ben altra sarebbe stata l’efficacia di una lotta al terrorismo ove questo fosse stato riconosciuto e perseguito come fenomeno essenzialmente criminale: innanzitutto l’identificazione, ovviamente con un uso adeguato della forza e con la mobilitazione solidale di tutte le polizie dei paesi civili, dei terroristi, della loro rete clandestina e soprattutto dei loro capi, molti dei quali non vivono a Gaza; in secondo luogo la prova di superiorità morale e politica che Israele avrebbe dato ai criminali e al mondo intero; in terzo luogo la netta distinzione, che dobbiamo tutti pretendere, tra Hamas e la povera popolazione di Gaza; in quarto luogo l’apertura di una prospettiva di pace ed anche, finalmente, di una soluzione politica della questione palestinese. Senza la quale la guerra non finirà mai, cresceranno gli odi, la disumanizzazione reciproca e la volontà di distruzione che accomuna entrambe le parti in conflitto. Biden, in un momento di sincerità, aveva avvertito il governo israeliano: non fate il nostro stesso errore, quando chiamammo atto di guerra il crimine dell’11 settembre e ad esso rispondemmo con due guerre che produssero centinaia di migliaia di morti innocenti, la nascita dell’Isis, gli attentati terroristici in mezzo mondo e la crescita dell’odio contro l’occidente.

Il risveglio della ragione sarebbe ancora possibile. Occorrerebbe la cessazione del fuoco – non una semplice tregua – e soprattutto dei bombardamenti dal cielo. Per non provocare una catastrofe umanitaria, ma anche per contrapporre ai terroristi il rispetto della vita e della dignità di persona di ogni essere umano, Israele dovrebbe inoltre aprire un varco nel suo confine con Gaza, onde prestare soccorso quanto meno ai bambini e alle donne e offrire cure mediche ai malati e ai feriti. Sarebbe, questa, un’iniziativa tanto costosa e generosa quanto inaspettata e vincente, che oltre a salvare migliaia di vite umane varrebbe a ristabilire l’asimmetria tra uno Stato che si vuole democratico e la brutalità fanatica del terrorismo. Sarebbe il miglior antidoto al veleno dell’antisemitismo. Indebolirebbe radicalmente il terrorismo jiadista, soprattutto di fronte al popolo palestinese. Faciliterebbe una trattativa e la liberazione degli ostaggi. Porrebbe fine, almeno da parte israeliana, alla logica della vendetta e del nemico da annientare, il cui superamento è il presupposto di qualunque soluzione politica.

Naturalmente, in politica, ciò che è razionale non è quasi mai reale e ciò che è reale non è quasi mai razionale. Naturalmente Israele sconfiggerà i terroristi che si trovano a Gaza, al prezzo di altre migliaia di morti innocenti. Ma non vincerà la guerra, ormai endemica e permanente, come ha scritto domenica 29 ottobre Tommaso Di Francesco. Dovrà, per sopravvivere, accentuare la politica violenta di oppressione nei confronti dei palestinesi, la quale a sua volta rafforzerà Hamas o altre formazioni terroristiche, costringerà la popolazione israeliana a vivere in uno stato di crescente insicurezza e paura e produrrà, inevitabilmente, nuove tragedie, in una spirale senza fine.

Il silenzio le parole e la politica

IN UNA PAROLA. La rubrica settimanale a cura di Alberto Leiss

Alberto Leiss  07/11/2023

«Parliamo, parliamo, parliamo; e la rete ci consente di farlo più che mai, come non mai. Con presunzione, con prepotenza. Ci illudiamo che le nostre parole abbiano un valore, un potere, ma in realtà non ne hanno. È questo che succede quando le parole scaturiscono dal rumore, anziché dal silenzio, e non risultino iscritte in un noi che le faccia respirare, che dia loro aria: succede che tutto passa, tutto è uguale, tutto è vano».

Una amica femminista mi ha regalato alcune copie (“così le dai ai tuoi amici”) di un libretto da cui è tratta la citazione: credo di aver capito che lei lo ha apprezzato perché via ha scorto la riflessione di un uomo che giunge a conclusioni sul linguaggio, sulle relazioni e sulla politica vicine a certe scoperte e pratiche del femminismo. Ma seguendo una strada “sua”.

Il libretto, poco più di 80 pagine, è uscito recentemente da Mimesis, e ho scoperto che qui esiste una collana intitolata “Accademia del silenzio”. Il titolo riprende questa indicazione: Il silenzio del noi. L’autore, Niccolò Nisivoccia, che i lettori di questo giornale conoscono per suoi scritti su opere di poesia (lui stesso è anche poeta) parte da una citazione di Camus: «La tragedia non è essere soli. Ma non poter esserlo. A volte, darei tutto per non essere più in alcun modo legato al mondo degli uomini. Ma io sono parte di quel mondo e la scelta più coraggiosa è di accettarlo e di accettare contemporaneamente la tragedia».

Frase di acuta attualità. Di fronte agli orrori che ci circondano e ci attraversano la tentazione di ritrarsi, sottrarsi, esodare verso qualche altrove è ben presente. Qualcuno sostiene che proprio questa resta l’unica alternativa “politica” possibile. Viviamo in un momento in cui la politica – è il titolo di uno dei capitoletti – «ha smarrito la sua ragione d’essere».

C’è la traccia di una genealogia, maschile, perché ritorna l’evocazione di un “silenzio dei padri” che si accompagnava alla passione collettiva per una politica fatta di scambi e parole “vere”, non viziate e nullificate dall’affermazione di un “io” che insieme è la grande conquista della libertà soggettiva moderna ma anche l’involuzione di un individualismo che ha generato forme di idolatria.
Qui ho avvertito il rischio di qualche luogo comune e un interrogativo sul significato di quel silenzio paterno che non fa parte della mia esperienza – forse un fatto generazionale? – e che quindi non rimpiango. È sulle parole e suoi comportamenti di mio padre, e qualche altro maschio che ha contato nella mia vita, che torno a riflettere.

Mi ha colpito altro. Il racconto del silenzio molto parlante nell’incontro imprevisto, vent’anni dopo, tra Marina Abramovic e il suo vecchio compagno Ulay, in una performance dell’artista nel 2010, al MoMa di New York. E l’idea di un «impegno politico minimo…nella vita di tutti i giorni, senza distinzione fra pubblico e privato». Dimensione in cui il «privato diventa pubblico o, se si preferisce, nella quale il personale diventa collettivo». Un girare intorno al detto femminista “il personale è politico”: per distanziarsene o per arrivarci?

Il testo chiude con la prospettiva che la “cura” del silenzio e di parole più vere – la cura di sé e degli altri – possa costruire una “ideologia” più leggera, non – direi – un programma di partito di vecchio stampo, una rigida “visione del mondo”, ma un «pensiero accomunante, all’interno del quale il nostro io possa tornare a parlare in nome di un noi». Con la «visione di un’utopia…il sentimento di fraternità laica o, se si preferisce, di solidarietà umana e terrena».

Parole che avrebbero anch’esse bisogno di essere risignificate? Forse bisognerebbe provarci.

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