L’UNIVERSITÀ È UN DIRITTO? NO! E LE TOPPE DI STATO NON BASTANO da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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L’UNIVERSITÀ È UN DIRITTO? NO! E LE TOPPE DI STATO NON BASTANO da IL FATTO

L’università non è un diritto: le toppe di Stato non bastano

LUSSO D’ÉLITE – Pochissimi fondi per l’educazione terziaria, le borse sono ai minimi. Si laurea il 29% ma la media Ue è al 42

ALESSANDRO BONETTI  20 NOVEMBRE 2023

Andare all’università in Italia è sempre più costoso e difficile. Il diritto allo studio è uno dei grandi assenti dalle politiche del governo Meloni, che continua il business as usual degli interventi tampone e si limita ad “accompagnare” le misure del Pnrr a firma Draghi. Il risultato? Perpetuare il sottofinanziamento dell’università, con danni per gli studenti e per l’economia.

Un sistema inceppato

In Italia gli iscritti all’educazione terziaria (corsi triennali, magistrali o professionalizzanti) sono il 35,4% della popolazione nella fascia 20-24 anni, poco sotto la media Ue (36,1%, dati Eurostat). I numeri peggiorano drammaticamente se consideriamo la quota di laureati nella fascia 25-34 anni: 29,2%, contro il 42% della media Ue. Non tutti, infatti, finiscono gli studi e chi ci riesce spesso emigra all’estero. Pesano le condizioni difficili dell’università, oltre alle scarse opportunità per i laureati (come spiega il professor De Martin nell’intervista accanto).

A gettare luce sul caro studi è un recente rapporto di Federconsumatori e Unione degli universitari (Udu). Ne emerge un quadro sconfortante. In media, uno studente in sede ha bisogno di 9.300 euro l’anno, un pendolare di 9.800 e un fuorisede di 17.400. Negli ultimi due anni i costi sono aumentati in media di circa 5mila euro, una somma da capogiro.

Come sottolinea il rapporto Federconsumatori, “questo non fa altro che accrescere le disparità tra chi può permettersi di mantenere un figlio fino al livello più alto di istruzione e chi, invece, non può sostenerne i costi”. A fronte dei rincari l’azione del governo rimane timida. Secondo Alessia Polisini (che fa parte dell’esecutivo nazionale Udu) con la nuova legge di Bilancio “ancora una volta si sceglie di sottofinanziare il diritto allo studio in Italia, di non investire strutturalmente in edilizia e residenzialità”.

Borse di studio incerte: missione fallita

Nell’anno accademico 2021/2022 gli idonei alla borsa di studio erano 240.600 (il 13% degli universitari). Il Pnrr stanziava 500 milioni di euro con l’ambizioso obiettivo di portarli a 300mila entro il 2023. Ma la missione è fallita. Nel 2022-2023 sono state coperte solo 250mila borse, appena 10mila in più rispetto all’anno prima. E se si estende lo sguardo ai quattro anni precedenti, il ritmo di crescita è ancora più basso: appena 7.500 nuove borse all’anno. Troppo poco per un Paese che soffre di un cronico deficit di laureati rispetto alle altre grandi nazioni europee e di tassi elevati di abbandono degli studi. Se fra il 2015 e il 2019 “il tasso di abbandono tra il primo e il secondo anno delle lauree triennali era sceso al minimo storico di circa il 12%”, nel 2020, complice la pandemia, è tornato a salire, toccando il 14,5%. L’aumento “è particolarmente evidente tra i diplomati provenienti da istituti professionali”, si legge nel rapporto, dove arriva al 26,8%. Oltretutto, neppure con il Pnrr si è eliminato l’annoso problema di chi è idoneo alla borsa ma non ne può beneficiare per insufficienza di fondi pubblici: quasi 5mila studenti nel 2022-2023, un dato praticamente invariato rispetto all’anno prima. Questa volta si è riusciti a mettere una toppa, finanziando le borse “mancanti” con fondi di emergenza (17,4 milioni) avanzati dal decreto Energia e da altre voci di spesa del Pnrr. Ma il sottofinanziamento strutturale è rimasto.

Secondo il rapporto, le borse restano insufficienti a coprire i costi degli studi. È il caso, in particolare, dei beneficiari che studiano in sede o come pendolari. Per queste due categorie, in media, le spese necessarie a una vita dignitosa da studente superano l’importo della borsa rispettivamente di 5.767 e 4.972 euro, lasciando scoperto il 68% delle spese per gli universitari in sede e il 56% per i pendolari. Per quanto riguarda i fuorisede beneficiari, le borse sono più generose. Resta comunque scoperto il 41% delle spese (assumendo oltretutto che sia garantito un alloggio in residenza studentesca).

Stanza cercasi disperatamente

Solo il 5% degli universitari italiani vive in studentato, contro una media europea del 17% (dati Eurostudent). “L’offerta pubblica di alloggi per studenti non c’è, mentre l’offerta privata è assorbita da turismo e affitti brevi, soprattutto nelle grandi città”, dice al Fatto Luca Scacchi, responsabile docenza universitaria della Flc Cgil. “Così, nell’ultimo decennio, grandi fondi internazionali e nazionali hanno individuato un mercato. Un esempio è Camplus, ormai presente a Roma, Milano, Firenze. Certo, le stanze sono vicine alle università e magari godono di vari servizi, ma i prezzi possono raggiungere facilmente mille euro”. Il Pnrr aveva stanziato 960 milioni per aumentare la copertura dei posti letto per universitari, ma anche qui sta fallendo. Entro fine 2022, il governo avrebbe dovuto realizzarne 7.500, ma non ci è riuscito. Secondo la Commissione europea, infatti, il governo ha assegnato posti letto già esistenti, quindi non conteggiabili nel finanziamento del Pnrr. Oltre al fatto che, secondo gli studenti, gli alloggi avrebbero prezzi eccessivi. L’obiettivo, ora, è di realizzarne 60mila entro il 2026. Il problema è che manca un vero piano di residenzialità pubblica: il governo (Draghi prima e Meloni poi) ha fatto troppo affidamento sulla “collaborazione” dei costruttori privati.

Quali alternative ci sono? Scacchi sottolinea che “in altri Paesi, come la Francia, ci sono contributi agli affitti, ma la soluzione economicamente migliore sarebbe costruire appartamenti pubblici”. D’altronde, il contributo all’affitto non è altro che un sussidio a chi investe nel mattone, come spiegano in un rapporto del 2022 per i Verdi europei gli economisti Daniela Gabor e Sebastian Kohl. Secondo Scacchi “il punto è riportare la residenzialità universitaria nel concetto di diritto universale, non di semplice servizio”. Ma in Italia uno degli ostacoli a una maggiore programmazione pubblica è la “parcellizzazione” del diritto allo studio, come la definisce Federica Laudisa, ricercatrice dell’Ires Piemonte: gli enti per il diritto allo studio sono decine, senza un coordinamento centrale, a differenza di Francia e Germania.

Gli studenti tartassati e i fondi che vanno ai ricchi

Nel 2017 la legge di Bilancio introdusse la no tax area, un esonero totale per gli studenti con Isee più basso. Negli anni la soglia massima è stata alzata a 22mila euro, con un esonero parziale fino a 30mila euro. Ma la situazione relativa alla tassazione resta confusa: non ci sono linee guida nazionali sugli importi standard e le università usano algoritmi e criteri diversi, con una selva di incentivi per meritevoli e disincentivi per fuoricorso o non meritevoli. E c’è un altro paradosso. “Nonostante l’innalzamento della no tax area nel corso degli anni”, spiega Scacchi “a livello nazionale gli introiti delle tasse sono diminuiti di soli 50 milioni”. Com’è possibile? “Perché le singole università hanno aumentato molto le tasse su chi le può pagare. Così hanno colpito anche le famiglie di classe operaia o media che però hanno un Isee sopra la soglia di esenzione totale. C’è poi un altro fattore. Lo Stato ridistribuisce agli atenei i mancati introiti dovuti alla no tax area. Le università nelle aree più ricche del Paese hanno meno studenti in no tax area, ma più studenti in assoluto. Così, paradossalmente, le università delle aree più ricche riescono a riavere dal fondo statale proporzionalmente più soldi rispetto agli atenei di quelle più povere, come Catania o Bari”.

Infine, i fondi del Pnrr, sono una tantum. E la legge di Bilancio 2024 prevede una variazione poco significativa dello stanziamento per il Fondo di finanziamento ordinario dell’università. Il tutto a fronte di un previsto aumento delle spese per inflazione e rinnovi contrattuali. “Per recuperare i fondi”, dice Scacchi “dovranno aumentare le tasse universitarie, ma ciò comprimerà ulteriormente il diritto allo studio”. Che in Italia è ormai una terra straniera.

“L’Italia è tornata classista. E ai laureati paghe basse”

PROFESSORE AL POLITECNICO TORINO – “La politica ha scelto di non investire come gli altri grandi Paesi europei”

ALE. BON.  20 NOVEMBRE 2023

Se il diritto allo studio venisse promosso con più coerenza, l’intero Paese ne trarrebbe beneficio. Ne è convinto Juan Carlos De Martin, professore ordinario di ingegneria informatica al Politecnico di Torino. Da tempo impegnato nel dibattito sulla trasformazione dell’università italiana, è candidato a rettore del Politecnico per il mandato 2024-2030.

Il governo sembra poco attento ai problemi dell’università. Cosa manca nella consapevolezza della politica?

C’è un problema di fondo: storicamente la classe dirigente italiana non ha scelto di investire nell’università in modo paragonabile agli altri grandi Paesi europei. Ci sono stati momenti di maggiore speranza, ma non abbiamo mai colmato il divario e, al mutare dei governi, la politica di fondo non è cambiata in modo strutturale.

In questo contesto cosa rappresenta il Pnrr?

Un’iniezione di risorse importante, ma temporanea. Andrà gestito il picco di assunzioni di ricercatori precari. A fine Pnrr servirebbe un piano straordinario per far sì che le università includano quelli più portati per la carriera accademica, e che le imprese e la PA assorbano questi giovani competenti e formati. Altrimenti il rischio è che vadano ad arricchire Francia, Svizzera, Germania, lasciando l’università italiana perennemente sottodimensionata.

Come al solito…

È un problema strutturale almeno dalla crisi del 2007-2008. Esportiamo sistematicamente non solo giovani e laureati, ma anche ricercatori, con una perdita economica annuale nell’ordine di miliardi di euro. La Commissione Ue stima almeno 50mila ricercatori italiani in giro per l’Europa. La questione politica cruciale è: perché l’Italia non investe nell’università, per portarla in linea almeno con la media Ue, mentre per altri scopi riesce a trovare le risorse?

Di che cifre si parla?

L’università riceve dallo Stato poco più di 9 miliardi l’anno. Per aumentarne il bilancio del 50% – nell’arco di alcuni anni – ci vorrebbero 4,5 miliardi, una cifra certo importante, ma di un ordine di grandezza consueto per iniziative di interesse nazionale. È una questione di volontà politica: evidentemente si preferisce investire risorse in altre direzioni.

Questo tocca anche il diritto allo studio.

È un tema fondamentale, anche perché in Italia la quota di giovani nella fascia universitaria che vanno all’università è tra le più basse dei Paesi Ocse. Una prima spiegazione è che andare all’università spesso non conviene: il mercato del lavoro non retribuisce adeguatamente i laureati rispetto ai diplomati, diversamente dall’estero. La seconda è che l’università italiana è purtroppo tornata a essere classista. La disponibilità di alloggi per fuorisede e di un sostentamento durante gli studi è quindi decisiva. Terzo motivo: in Italia l’istruzione terziaria professionalizzante è meno diffusa rispetto a molti altri Paesi. Negli Usa ci sono i community college, nei Paesi di lingua tedesca le Fachhochschulen. In Germania su 3 milioni di studenti terziari circa 1 frequenta queste scuole. Sono i nostri Its, ma con numeri irrisori. Servirebbe investire su una vera rete nazionale di università professionalizzanti.

Aumentare i laureati di prima generazione è un punto del manifesto della sua candidatura. Perché?

Sei un laureato di prima generazione se nella tua famiglia nessuno si è mai laureato prima di te; io stesso lo sono. Questo dato è correlato con l’appartenenza a fasce sociali medio-basse. Oggi, se guardiamo le statistiche di chi riesce a laurearsi, c’è una correlazione forte con l’appartenenza ai ceti medio-alti. Per rendere l’università meno classista è importante aumentare i laureati di prima generazione, con il diritto allo studio e con una politica di medio-lungo termine che incoraggi i ragazzi a studiare fin dalle medie.

Bisogna per forza aprirsi di più ai privati o si possono immaginare politiche diverse?

Negli ultimi 40 anni l’università è stata vista come istituzione quasi solo dedicata a sostenere sviluppo economico ed imprese. È un ruolo importante, particolarmente per un Politecnico ma, come ho scritto nel libro Università futura, limitarsi a ciò è riduttivo e distorsivo. Ribadisco che il problema è strutturale. Dato che esportiamo molti laureati, provocatoriamente potremmo dire che (nonostante siamo agli ultimi posti per laureati in rapporto alla popolazione) ne abbiamo comunque troppi per il nostro sistema produttivo e la nostra PA. Che fare? Semplificando, ci sono due opzioni: continuare a esportare laureati come negli anni 50 esportavamo minatori; o aumentare il tasso di conoscenza del sistema produttivo, in modo che risulti attraente assumere più laureati, con grande beneficio per il Paese.

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