L’ANTI-ANTIFASCISMO E LA STORIA. IL NOSTRO 25 APRILE IN 2 LIBRI. da IL FATTO e FRONTIERE
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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L’ANTI-ANTIFASCISMO E LA STORIA. IL NOSTRO 25 APRILE IN 2 LIBRI. da IL FATTO e FRONTIERE

L’anti-antifascismo e la Storia. Il nostro 25 aprile in due libri

L’ANNIVERSARIO DELLA LIBERAZIONE – Consigli di lettura. Un ideale tramando generazionale tra due giuristi, il 35enne Luca Casarotti e l’ex partigiano Gastone Cottino, da poco scomparso a 99 anni

TOMASO MONTANARI   22 APRILE 2024

Due libri recenti – da regalare in questo 25 aprile così significativo – connettono, in un tramando generazionale, due figure di intellettuali antifascisti. Il primo è di Luca Casarotti (L’antifascismo e il suo contrario, Alegre), giurista universitario: un libro urgente, scritto meravigliosamente e venato di amara ironia. Urgente perché se la seconda carica dello Stato, il cui secondo nome è “Benito”, dice serissimo che la Costituzione non è antifascista, è davvero necessario spiegare cosa sia l’antifascismo: così spiegando anche perché chi non riesce ad aderirvi lo fa per una sola ragione, e cioè per una intramontabile affezione al suo contrario.

Casarotti non si dedica all’anti-antifascismo di chi è oggi al potere: che non ha bisogno di analisi, ma solo di un buon udito e di onestà intellettuale. Si occupa invece di quella paludosa zona grigia che – in nome di una caricatura del liberalismo, di un anticomunismo viscerale, di un programmatico “disimpegno”, della tutela dello stato delle cose – da anni scredita la Resistenza, ne contesta il ruolo di fondamento della Repubblica, nega un diritto di agibilità politica attuale all’antifascismo e difende il diritto dei fascisti di dirsi fascisti (per sempre invece negato dalla Costituzione).

Casarotti analizza, con grande finezza, gli scritti di più o meno fortunati esponenti di quella zona grigia, a partire da quelli del professor Ernesto Galli della Loggia, la cui “fascinazione ultima per il patriottismo di Giorgia Meloni è un esito di impeccabile logica”, perché “il punto di caduta di tutta la sua critica all’antifascismo” è che esso “non va accolto come un patto di mutuo riconoscimento – esteriore quanto si vuole – tra forze pure in reciproca competizione, ma va rigettato perchè rappresenta il lasciapassare per il comunismo nell’Italia democratica”.

L’antidoto proposto da Casarotti a questa retorica ormai mainstream è la capacità di tenere in tensione il discorso pubblico di oggi con una conoscenza diffusa della storia: “L’inquinamento del discorso pubblico si misura dal livello di riduzione della storia a mito. Nazismo, Liberazione, Resistenza … sono luoghi retorici a cui spesso attingono le propagande, in cerca d’una esasperazione dell’emotività: restituire alla Resistenza la sua materialità storica, insieme di nessi causali e dunque processo pluridecennale, è il modo di sottrarla agli usi propagandistici che di volta in volta se ne vogliono fare”.

Ma che rapporto c’è tra la ricerca storica e la coscienza di massa nelle nostre società democratiche? Viene in mente la terribile profezia di Johan Huizinga nel 1929: “Una scienza storica che si appoggia esclusivamente su un’associazione esoterica di eruditi non è sicura; deve invece affondare le sue radici in una cultura storica posseduta da tutte le persone civili”.

In un intreccio commovente, accanto al libro di uno studioso trentacinquenne che riflette sul nostro rapporto con la storia, compare quello (All’armi, son fascisti, Edizioni del Gruppo Abele) di uno studioso che ci ha lasciato a novantanove anni, quattro mesi fa: Gastone Cottino, partigiano protagonista della Liberazione di Torino, anche lui giurista, accademico dei Lincei.

Avendo combattuto per riconquistarsela, Cottino non temeva di usarla, la sua libertà: “La presidente del Consiglio e il suo partito – scrive – sono gli eredi diretti del fascismo di ieri. Lo sono per esplicite rivendicazioni, per i simboli a cui fanno riferimento, per la cultura che esprimono, per il linguaggio che usano, per le immagini del passato che portano con sé. Non ingannino le prese di distanza di maniera né l’inevitabile condanna delle leggi razziali, che avvengono in assenza di una lettura seria e approfondita del fascismo nei suoi fondamenti e nelle sue pratiche: di quel fascismo che è stato la stella polare del Movimento sociale e che continua a esserlo nella fiamma del simbolo di Fratelli d’Italia. E non ingannino neppure le diverse modalità con cui il fascismo di oggi si presenta rispetto a quello di ieri, anch’esse inevitabili, dato il mutare dei tempi”.

Come in un ideale passaggio di testimone, Luca si pone il problema del rapporto col passato, Gastone di quello con il futuro. Scrive quest’ultimo: “Non basta guardare al passato. Bisogna guardare anche al presente. Un antifascismo vero deve estendere il suo impegno a realizzare una società opposta a quella che il nuovo fascismo – in continuità con il vecchio – ci propone: una società in cui si persegua la partecipazione e non il culto del capo, in cui si metta al centro il pubblico e non gli interessi privati, che concentri i suoi sforzi sulla salute e sull’istruzione, che persegua l’uguaglianza e condizioni di vita accettabili per tutti e tutte “senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”, come vuole l’articolo 3 della Costituzione”. Che è poi il più urgente augurio per questo 25 aprile.

Finchè ci sono stati gli assolutismi il controllo sociale era ottenuto con la violenza.

Oggi, in democrazia, si ottiene con l’ottundimento di menti e coscienze e la guerra tra poveri.

Il fascismo è il braccio armato del capitalismo.

LA LOGICA DEL BRANCO

Maria Micaela Bartolucci  18 Aprile 2024 

Il branco è il porto più protetto che esista per tutti gli insicuri, è l’omologazione per antonomasia, la ratifica del gruppo passivo, del difetto, la negazione del pensiero critico.  Un non-luogo che diventa polo d’attrazione del non-essere, l’assenza dell’io pensante. Non a caso è la primigenia forma di aggregazione giovanile.

Il branco non è tale se non segue un leader, un capobranco, un dominante che non ammette defezioni, né opinioni discordanti perché non ammette l’autonomia di pensiero, nega il confronto, emargina e distrugge, per prevalere, piuttosto che mettere in discussione le proprie idee per costruire.

Tanti gregari che seguono il puro, l’intoccabile che rimane tale almeno anche quando qualcuno ne metta in discussione la presunta primazia. Generalmente il capobranco è un narcisista e, come tale, agisce e pensa, mosso non dal sentirsi un primus inter pares ma piuttosto spinto dal considerarsi un primo tra coloro che egli reputa inferiori a sé ma che, per mero calcolo, fa sentire importanti, pur tenendoli sotto e non permettendogli di crescere, di migliorarsi, negandogli, anzi, ogni possibilità di arricchirsi.

Normalmente gli slogan vuoti e le parole d’ordine sono le costanti che caratterizzano le esternazioni degli egocentrici, lo slogan è breve, fa colpo perché è d’impatto immediato, contrariamente al ragionamento che è complesso e richiede attenzione e studio per essere seguito e compreso. Il capobranco non riuscirà mai ad andare oltre la frase ad effetto, non è avvezzo al ragionare e non gli interessa, poi, in finale, non ne ha alcun bisogno; per il suo scopo, il mostrare quanto sia superiore, non serve alcun ragionamento, che potrebbe contenere fallacie attaccabili, bastano quattro parole d’ordine ben scandite al momento giusto, se, poi, vengono declinate in modo diverso, non sembrano neanche le stesse.

Il capobranco sa essere ironico ma quando si tratta di distruggere gli altri diventa perfino feroce, quasi spietato ma è pietoso con i seguaci, esalta la loro mediocrità, fino al paternalismo, ma guai a ribellarsi: questo non è contemplato. Se mai accade che qualcuno manifesti un’autonomia di pensiero, lo sventurato verrà tagliato fuori dal cerchio magico, emarginato e reietto diventerà il Nemico e la furia distruttrice del capobranco si abbatterà su di lui. Il branco non ammette dissenzienti ma solo consenzienti non senzienti.

Il capobranco è bravissimo a puntare il dito su tutti coloro che, per qualche ragione, riescono ad emergere e ad esprimere un’opinione interessante e peculiare, se si dovesse dare il caso che costoro, in aggiunta, abbiano una maggiore fluidità dialettica, maggiore spessore culturale o, semplicemente, primeggino per una qualsiasi dote di cui egli non sia provvisto, parte il bombardamento a tappeto perché il capobranco non ammette l’esistenza di “migliori” e solleverà la marmaglia dei subalterni seguaci affinché partecipino all’emarginazione per denigrazione e lui possa continuare a regnare, incontrastato, sul nulla che ha creato.

Ogni azione che si discosta dalla canonicità, senza macchia e senza peccato, del capobranco è percepita, e bollata, come tradimento ed i social diventano il posto in cui sputtanare l’altro “pubblicamente”, anche questo fa parte della patologia del narcisista che, normalmente, essendo privo di qualsivoglia base di reale urbanità, e freno inibitorio, fa leva sul silenzio, dettato da semplice buonsenso e garbo, di chi è preso di mira che, quasi mai, si abbasserà al livello di pescivendolo da mercato rionale che, al contrario, il capobranco non disdegna.

Qual è il fine delle sue scellerate azioni? Il capobranco non si pone questa domanda, il fine per lui è continuare a potersi sentire superiore senza doverlo provare. È da questa certezza apodittica che trae la sua forza, che non sia mai che venga percepito come umile. Il capobranco non sbaglia mai e, comunque, quando accade, non lo ammette ed anzi, rincara la dose.

Il branco è l’opposto della condivisione, è la sua negazione, è prevaricazione basata sull’impotenza.

Questa è l’epoca del branco, è il momento dei seguaci, il vuoto di pensiero è terreno fertile per questo tipo di aggregazioni omologanti che si formano attorno a personalità prive di contenuti ma ricche di frasi fatte, è l’era del nulla, dell’assenza della politica, ridotta a pettegolezzo, e della visione del mondo, ridotta ad opinione, punto di vista sul pettegolezzo.  Siamo nel regno incontrastato della miseria di pensiero, si rifugge lo scontro dialettico perché, semplicemente, le argomentazioni sono assenti, il pensare è un’abitudine che va alimentata continuamente, un’abitudine che si sta perdendo.

La debolezza di pensiero diventa forza distruttrice, la mediocrità si fa eccellenza, la banalità è eretta a peculiarità, il motteggio è assurto a teoria politica, la miseria intellettuale diventa ricchezza, l’incapacità è trasformata in virtù: un mondo al contrario, come nel romanzo orwelliano, in cui vige l’opposto che si fa norma ed è tramutato in valore.

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