LA RESISTENZA È FINITA da IL MANIFESTO
La resistenza è finita
Andrea Ricciardi 23/11/20025
L’anniversario Il governo Parri rappresentò una svolta perché fu considerato il governo della Resistenza, creando aspettative in primo luogo fra i partigiani, che vedevano la loro guida militare più rappresentativa al vertice dopo la sconfitta del nazifascismo
Vi sono anniversari poco noti, ma centrali per capire alcune delle cesure più significative della storia d’Italia. Come la caduta del Governo Parri di 80 anni fa, il 24 novembre 1945. Quel governo era il primo dopo la Liberazione ed era nato in un contesto politico-istituzionale difficile, quando il secondo governo Bonomi versava in una crisi irreversibile. Il governo Parri rappresentò una svolta perché fu considerato il governo della Resistenza, creando aspettative in primo luogo fra i partigiani, che vedevano la loro guida militare più rappresentativa al vertice dopo la sconfitta del nazifascismo.
Ma Parri, non immune da errori e dalla tendenza ad accentrare le decisioni, non incise come avrebbe voluto. Sei mesi dopo la nascita dell’esecutivo, il 21 novembre 1945, il partito liberale (Pli) ritirò i suoi ministri, il 24 lo fece anche la Dc non intendendo sostenere un governo di cui non facevano parte tutte e sei le forze del Comitato di Liberazione Nazionale (comunisti, socialisti, democristiani, azionisti, liberali e demosociali). Si ebbe così la fine del sogno della rivoluzione democratica incentrata sui Cln, gli organismi di base del nuovo Stato, fulcro dell’idea di democrazia portata avanti dal partito d’azione di Parri, che comunque sostenne il primo governo De Gasperi (altro governo di coalizione) ma che, indebolito, durante il congresso del febbraio 1946 implose e subì una scissione dell’ala liberaldemocratica di La Malfa e dello stesso Parri.
NELL’ANNO dell’ottantesimo della Liberazione, mentre gli eredi dell’Msi stravolgono regolarmente la storia, è importante riflettere sulla caduta del governo che raccolse l’eredità della Resistenza. Oggi l’estrema destra di governo, con presunte riforme, mira a modificare l’architettura della Repubblica democratica costruita sulla Costituzione, scritta dai rappresentanti dell’antifascismo e non riconosciuta dai neofascisti dell’Msi, dal 1946 erede della Repubblica sociale e antenato di Fratelli d’Italia.
LA CADUTA di Parri, che diede inizio all’era De Gasperi, indicò già allora che l’Italia non era pronta per tagliare i ponti con il fascismo e che l’unità antifascista, che pure avrebbe prodotto la Costituzione, anche per la Guerra fredda era destinata presto a evaporare. Si capì nel 1945 che il tanto evocato rinnovamento radicale del paese e delle sue classi dirigenti (magistratura, esercito, servizi segreti, burocrazia, imprenditoria), compromesse con il fascismo, avrebbe incontrato enormi difficoltà. Per Parri, che aveva accettato l’incarico per senso del dovere, la delusione fu cocente. Il 24 novembre 1945, durante una conferenza stampa, difese l’azione del suo governo e disse che, in quel clima (un’atmosfera decadente colta appieno da Carlo Levi ne L’Orologio), si respiravano segnali d’involuzione autoritaria. Ricordò che i compiti assegnati al governo, sul piano socio-economico, non erano rivoluzionari e che gli Alleati (determinanti nel farlo rilasciare dai nazisti dopo due mesi di prigionia) avevano avuto fiducia nel suo operato conoscendone la storia personale, l’identità politico-culturale, le priorità programmatiche.
Avevano avuto prova della sua affidabilità durante la guerra partigiana, quando con Valiani era stato uno dei loro principali interlocutori. Per Parri, gli Alleati erano diffidenti verso il quadro politico che si stava delineando perché avevano «l’impressione che i nostri governi democratici siano una fragile facciata dietro la quale si riorganizzano movimenti di marca e di mentalità fascista in questa delicatezza di condizioni interne ed esterne non è colpo di Stato il mio tentativo che intendeva salvaguardare gli interessi generali e permanenti del paese; ma se mai è colpo di Stato quello del partito liberale, che rompe un equilibrio così fragile in un momento così grave».
COME PARRI chiarì poi, non vi era stato alcun colpo di Stato. Nel 1972 scrisse su L’Astrolabio che, «caduto ogni risentimento», si poteva parlare del passato «con sereno distacco». Ricordò che Nenni, leader dei socialisti, non era gradito agli Alleati né al Vaticano; che nel partito D’Azione Valiani era stato «il responsabile principale» della sua candidatura; che La Malfa era stato di parere contrario («disse che mi sarei bruciato io, ed avrei bruciato il partito»); che non si era potuto sottrarre all’impegno per «quel certo complesso di “doverismo” che mi ha sempre dominato (e fregato)», sottolineando che la Resistenza aveva profondamente inciso sul suo spirito. Quindi «portare l’esperienza unitaria della lotta di liberazione mi pareva potesse servire per la guida del ministero che doveva preparare la Costituente».
Per la Costituente (e la Consulta che si aprì il 25 settembre 1945) i propositi si tradussero in pratica, sul resto le divisioni interne minarono da subito l’efficacia dell’azione di governo. Prima dell’insediamento, Togliatti aveva scritto a Longo che Parri rappresentava una soluzione di compromesso dopo che Nenni era stato affossato. Senza Parri (il Comandante Maurizio al vertice del Corpo Volontari della Libertà sotto cui le formazioni partigiane erano state unificate), per Togliatti era impossibile un governo del Cln, con «danno notevolissimo al paese». Ma la soluzione di compromesso non poteva durare: come disse poi Foa, gli azionisti avevano sottovalutato il peso dei tre partiti di massa che, già prima della fine dell’unità antifascista per la Guerra fredda, avevano più consenso e altri obiettivi. Parri e il Pd’A volevano l’epurazione e una democrazia basata sulla rigenerazione etica del paese, sulle autonomie e la valorizzazione delle spinte dal basso. Una rivoluzione dai contorni non proprio definiti, ma lontana sia dai desideri della borghesia italiana, del Vaticano e degli Alleati, sia dai partiti operai.
Ma i sogni infranti di Parri, dal novembre 1945, hanno pesato sulla storia dell’Italia repubblicana. Lo dimostrano le incrostazioni del fascismo giunte fino a oggi, figlie di quella rivoluzione democratica che non ci fu.
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