LA PALESTINA, IL DDL DELRIO E LA REPRESSIONE DEL SAPERE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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LA PALESTINA, IL DDL DELRIO E LA REPRESSIONE DEL SAPERE da IL MANIFESTO


La Palestina, il ddl Delrio e la repressione del sapere

Nicola Perugini  09/12/2025

Antisemismo secondo Ihra La questione palestinese, affrontata in molteplici campi disciplinari, diventa tabù. Gli studi postcoloniali e decoloniali in Italia si ritroverebbero con una museruola. E si parla apertamente di un controllore «preposto alla verifica delle azioni», aprendo a scontri interni agli atenei sulla base di segnalazioni distorte di antisemitismo

Nelle discussioni in corso sulla potenziale trasformazione della screditata definizione IHRA (International holocaust remembrance alliance) di antisemitismo in strumento sanzionatorio, che i quattro ddl finora presentati aspirano ad applicare a quasi tutti gli ambiti della vita civica nazionale – polizia, manifestazioni, piattaforme online, scuola e università – si aggira un fantasma.

È quello di cosa potrebbe essere definito come antisemitismo in relazione a Israele sulla base della definizione e delle sue ripercussioni. In ambito universitario e negli spazi di produzione del sapere italiani, le conseguenze sarebbero gravissime.

PROVIAMO A FARE chiarezza. In realtà, i vari documenti di «Strategia nazionale di lotta all’antisemitismo» prodotti dai coordinatori nazionali e dai gruppi di lavoro tecnici – documenti che i disegni trasformano in linee guida – offrono già un senso molto chiaro di quali comportamenti, atti linguistici e produzione e circolazione di conoscenza siano in violazione dell’IHRA.

Nel 2022, la strategia nazionale guidata da Santerini include tra le forme di antisemitismo quelle forme di «antirazzismo» e «anticolonialismo» che definiscono il regime israeliano come un regime di oppressione della popolazione palestinese volto alla conquista di terre. Non è un caso che alcuni sostenitori del decreto Delrio esplicitino come il ddl andrebbe a mettere fine alla possibilità di parlare di colonialismo in relazione a Israele.

Sempre nella strategia nazionale del 2022, gli esperti e studiosi del tavolo di lavoro includono tra i fenomeni di antisemitismo i «boicottaggi politici, economici, accademici o culturali» di Israele. Questo criminalizza un dibattito ormai molto diffuso e una pratica di resistenza non violenta basata sul rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani, ormai adottata anche da alcuni Stati europei, come mostrano i recenti ritiri di Spagna, Irlanda, Olanda e Slovenia da Eurovision.

Nel 2024, il coordinatore nazionale Angelosanto, in una audizione presso la Commissione straordinaria per la lotta al razzismo, dipinge le università come il principale covo dove si sta sviluppando il «nuovo antisemitismo». Include le commemorazioni della Nakba (la pulizia etnica della Palestina nel 1948, quando due terzi della popolazione venne espulsa nel processo di creazione di Israele) tra i fenomeni di antisemitismo. Lo fa insieme alle letture delle politiche di Israele come forme di «imperialismo e colonialismo occidentale».

Queste strategie nazionali, così come la maggior parte dei progetti di legge presentati sinora, si basano su studi non accademici compiuti da entità come il Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea (Osservatorio antisemitismo). Questi, sulla base della IHRA, fanno coincidere completamente sionismo come movimento politico e semitismo, come se non esistesse un ebraismo antisionista che rifiuta l’identificazione con Israele.

NEL SUO REPORT del 2024, su cui si basa ampiamente la strategia nazionale del governo Meloni del 2025, il Cerd dipinge come antisemita il movimento Bds (Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni) tout court. Include anche «documenti di disumanizzazione», brevi manuali che usano la parola «apartheid» o addirittura titoli come «Unrwa: i Paesi occidentali stanno tagliando il sostegno per i rifugiati palestinesi». Della serie: l’Onu è antisemita.

Sulla base dell’interpretazione IHRA, accostare il genocidio di Gaza al genocidio europeo degli ebrei e di altre popolazioni – un accostamento spesso operato anche da prominenti studiosi ebrei e israeliani – e definirli «due tragedie disumane» costituisce antisemitismo. Per concludere, il Cerd include il «Processo al governo di Israele per genocidio al tribunale dell’Aja» (la Corte di Giustizia internazionale) nella lista di eventi che scatenano antisemitismo.

Tutte queste distorsioni, frutto della trasformazione dell’IHRA in uno strumento di diplomazia politica, se applicate agli spazi del sapere, avrebbero conseguenze disastrose. Trasformerebbero la questione palestinese, affrontata in molteplici campi disciplinari – le scienze umane e sociali, il diritto, le scienze politiche, la letteratura – in una «questione eccezionale» e inaffrontabile, in un tabù.

La figura del palestinese, studiata da molte discipline come lente di lettura delle ingiustizie del secolo scorso e di quello nuovo, diventerebbe ancor più una minaccia nazionale. Infatti, Angelosanto propone di affrontare l’antisemitismo in chiave IHRA come «minaccia alla sicurezza nazionale». Si trasformerebbe una definizione di antirazzismo in uno strumento per coltivare forme di razzismo antipalestinese negli spazi di produzione del sapere.

INTERI CAMPI di studio, come i Palestine Studies, che hanno mostrato nel tempo come la Nakba del 1948 costituisse un atto di razzismo di stato fondante, quindi una «catastrofe», risultante dall’incontro tra imperialismo britannico, antisemitismo europeo e un movimento autodichiaratosi coloniale come il sionismo, verrebbero spazzati via insieme alla possibilità di immaginare un futuro di pace a partire dalla comprensione della relazione tra Olocausto e Nakba. Studi che hanno dimostrato come le strutture di spossessamento di stato israeliane si siano evolute, nel nome della conquista di terra dal mar Mediterraneo al fiume Giordano, in un regime di apartheid sino all’accelerazione genocidiaria contemporanea, verrebbero proibiti.

Gli studi postcoloniali e decoloniali in Italia si ritroverebbero con una museruola se volessero parlare di Palestina. Secondo le interpretazioni dell’IHRA dei commissari nazionali, parlare di «colonialismo» in relazione a Israele – uno Stato che costruisce colonie illegali e ha leggi discriminanti contro i palestinesi dal Mediterraneo al Giordano, come mostrano le più grandi organizzazioni palestinesi, israeliane e internazionali per i diritti umani – costituirebbe antisemitismo.

Immaginate, spiegare a uno studente che uno Stato che costruisce colonie non è coloniale e che accostare la parola coloniale o razzista a uno Stato di questo tipo costituisce una forma di razzismo antisemita.

Nel campo del diritto e degli studi sui genocidi, termini come «apartheid» e «genocidio», se apparissero in scritti o articoli di studiosi, in eventi universitari o in discussioni tra studenti e docenti italiani, verrebbero presumibilmente messi al bando. Questo creerebbe analfabetismo intellettuale e politico in questi e altri campi, che fanno degli strumenti comparativi la loro forza.

La proposta Delrio parla apertamente di creazione di un soggetto speciale, un controllore «preposto alla verifica e al monitoraggio delle azioni» sulla base della definizione e dei suoi undici esempi. Gasparri addirittura vorrebbe obbligare le università a corsi di cultura israeliana e di familiarizzazione con l’IHRA, combinata con meccanismi sanzionatori.

IMMAGINATEVI che tipo di scontri interni una figura di questo tipo genererebbe, istigando guerre all’interno del corpo docente e tra il corpo docenti e il corpo studenti sulla base di segnalazioni distorte di antisemitismo secondo l’IHRA. Si entrerebbe in un caos totale, alimentato dal desiderio di reprimere la produzione e circolazione critica del sapere, così come l’intero movimento di solidarietà con la popolazione palestinese sviluppatosi in questi due anni, che trova nelle università uno dei suoi fulcri.

Si andrebbe a soffocare lo spazio epistemico e di ricerca in cui prominenti studiose e studiosi italiani stanno analizzando le responsabilità giuridiche e politiche per crimini che corti e indagini Onu hanno definito fondati su discriminazione razziale, colonizzazione illegale e apartheid, costituitosi storicamente come struttura di stato attraverso cui Israele ha governato la popolazione palestinese sin dal 1948.

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