LA LUNGA FRATTURA-2 da INFOAUT
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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LA LUNGA FRATTURA-2 da INFOAUT

Palestina: la crisi del comando e la resistenza

Ciò che per lungo tempo è stato rappresentato come “normalità” – la continuità produttiva, la governabilità garantita, la distanza protettiva dai teatri del disastro – si rivela oggi per quello che è sempre stato: un’eccezione costruita sulla stabilizzazione violenta di tutto ciò che si trovava al di fuori. Oggi la crisi si manifesta anche nel cuore delle metropoli globali, sotto forma di instabilità politica, polarizzazione sociale, impoverimento di massa e smottamento delle forme stesse della soggettivazione. Non è dunque sorprendente che una parte crescente della popolazione si ritrovi preda di un sentimento diffuso di spaesamento e impotenza: non più semplicemente per l’incertezza del futuro, ma per l’assenza stessa di un linguaggio condiviso per pensarlo. Quando non si trasforma in un’adesione difensiva allo status quo, questo spaesamento si esprime nella nostalgia per un passato idealizzato o nella ricerca di ancore identitarie rassicuranti, mentre la realtà si frammenta sotto i colpi della ristrutturazione globale.

Ma è proprio da questa condizione, segnata dalla disarticolazione del comando imperiale e dalla frattura del suo immaginario, che possono emergere nuove possibilità di lettura e di azione. Ci sembra che alcuni segnali inizino a delineare uno spazio possibile per ripensare il conflitto, la solidarietà, la trasformazione. Uno di questi segnali, forse il più evidente e radicale, è ciò che sta accadendo in Palestina. 

Lo Stato d’Israele è da lunghi anni la sintesi di molte delle contraddizioni del sistema di dominio in cui viviamo ed è in parte la prefigurazione dei dispositivi politici e tecnici che il capitale potrebbe mettere in opera (o ha già messo in opera) anche da noi. Ma anche lo Stato di Israele soffre la crisi del sistema di dominio in cui viviamo, sistema di cui è l’emanazione in Medio Oriente: una crisi che, pur assumendo forme diverse nei vari segmenti della geografia imperiale, rimanda sempre allo stesso nodo, cioè la crescente difficoltà del capitale globale a mantenere il proprio comando sulla riproduzione sociale su scala planetaria.

Prima del 7 ottobre, il regime israeliano in Palestina operava come una sofisticata macchina di comando in cui apartheid, assedio e sorveglianza formavano un dispositivo integrato di governo coloniale. Gaza era ridotta ad uno spazio di confinamento assoluto e veniva gestita come laboratorio necropolitico, mentre in Cisgiordania la frammentazione territoriale e il controllo capillare governavano l’accesso della popolazione palestinese alla vita e al suo inserimento all’interno delle catene produttive israeliane secondo una logica di disciplinamento e contenimento. Questo regime non era solo puro esercizio di forza, ma una forma di dominio che si presentava come amministrazione tecnica della normalità e di fronte alla cui inamovibilità e progressione la testimonianza di solidarietà alla Palestina a cui eravamo abituati alle nostre latitudini si dimostrava sempre più incapace di incidere.  

Ad altre latitudini, invece, qualcosa si muoveva eccome. A partire dalla resistenza palestinese, che ha dimostrato una capacità di costruzione organizzativa e militare passata clamorosamente sotto il radar delle forze d’intelligence israeliane – dimostrazione concreta di un vecchio assioma di ogni insorgenza anticoloniale, intriso anche di un certo portato simbolico: quello che vede un esercito straccione, eppure altamente determinato, colpire il cuore delle forze occupanti, nonostante la loro schiacciante superiorità tecnologica e militare. Ma anche altri attori della regione – a cominciare da quelle forze nazionali e confessionali, di segno conservatore e teocratico, storicamente impegnate nella costruzione di un rapporto di forza da opporre all’egemonia indiscussa israelo-statunitense in Medio Oriente – hanno saputo intercettare il momento e cogliere l’occasione. Il 7 ottobre è arrivato in un momento in cui gli Stati Uniti apparivano visibilmente impantanati nel teatro ucraino, mentre lo Stato d’Israele era attraversato da profonde convulsioni generate dalla competizione interna tra diverse forme e gerarchie del comando: da un lato Netanyahu che cercava di vincolare l’esercito e lo Shin Bet al progetto apertamente suprematista rappresentato da Ben Gvir e Smotrich, dall’altro un progressismo israeliano ancora legato ai suoi feticci democratici e all’insediamento produttivo dei kibbutz che tentava di contenerne la «deriva».

A partire dal 7 ottobre 2023, questa crescente difficoltà di Israele e, tramite esso, del capitale globale a mantenere il proprio comando sulla Palestina e sul Medio Oriente si è, dunque, manifestata nella sua forma più nuda e brutale. Ciò che abbiamo visto è una crisi del comando non solo in senso militare, ma soprattutto sul piano della sua funzione ordinatrice: della capacità del capitale di stabilire una narrazione egemonica e di modulare il conflitto sociale entro forme gestibili o neutralizzabili. E quando questa capacità si frattura, il capitale non esita a mostrare il volto più feroce del suo dispositivo disciplinare: le bombe, le recinzioni, l’assedio, i droni, i media asserviti, l’accusa sistematica di antisemitismo come perimetrazione e costruzione del nemico, la delegittimazione completa di qualsiasi meccanismo di giurisprudenza e diritto internazionale, che ancora una volta sono costretti a mostrare umiliantemente la loro subordinazione al comando capitalista.

Ma è proprio nel cuore di questa crisi del comando che si aprono delle fessure, delle possibilità. In mezzo al terrore sistemico e alla ristrutturazione permanente dei dispositivi di controllo, emergono variabili impreviste. La resistenza del popolo palestinese rappresenta una di queste fessure. Non è, oggi, un progetto politico compiuto, e forse non è vincente. Ma è un inizio. In questo senso, la Palestina – oggi come ieri – non è soltanto una tragedia umanitaria, ma una lente per leggere l’intero campo delle contraddizioni contemporanee: dal collasso ambientale alla guerra per bande tra potenze sub-imperiali, dalla crisi delle forme statali alla decomposizione del legame sociale nei centri metropolitani. Un punto di fuga che mostra, in modo quasi brutale, il nesso tra accumulazione e violenza, tra governance globale e apartheid. E dunque anche il luogo dove, paradossalmente, può prendere forma un nuovo internazionalismo — non ancora pienamente definito, non ancora codificato, ma già in cammino. 

Transizione egemonica? Taiwan, Cina e le catene del valore globali

Bisogna, però, fare attenzione a non farsi affascinare e a non prendere per vere prospettive che, per quanto interessanti, si situano ancora molto più nel campo delle possibilità che in quello della certezza.

Proprio l’idea che ci troviamo all’interno di una fase di piena ed irreversibile crisi dell’egemonia statunitense ci sembra, se presa in toto, come un’assunzione che rischia di confinare il nostro pensiero alla proiezione su nuovi scenari futuri e non ci permette di misurarci e fare i conti con le necessità del presente. È infatti il naturale corollario di questa idea che andrebbe preso con cautela, cioè che le conseguenze di questa crisi corrispondano ad una ridefinizione degli equilibri economici e militari globali che porterebbero o all’idea di un «mondo multipolare» oppure ad una sostanziale ridefinizione degli equilibri egemonici con il “sorpasso” della Cina sugli Stati Uniti.

L’idea, infatti, che siamo in una sorta di «interregno» tra l’egemonia statunitense e quella cinese è, di per sé, un’immagine ideologica creata dall’operazione del potere imperiale statunitense stesso. L’egemonia statunitense, infatti, non si è mai presentata come un semplice dominio di forza, ma come un progetto ideologico raffinato, costruito attraverso una costante narrazione che ne legittima l’esistenza e ne anticipa – quasi strategicamente – la possibile fine. Fin dalla fine della Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti hanno elaborato una complessa infrastruttura teorica per giustificare il proprio ruolo globale: dal contenimento del comunismo (Kennan) fino alla teorizzazione di un ordine mondiale liberale e capitalistico «naturalmente» destinato a trionfare (Fukuyama). Questa narrazione, tuttavia, è sempre stata accompagnata dalla previsione ciclica del proprio tramonto e dalla definizione e costruzione di un attore responsabile di questo declino, un «nuovo sfidante» a livello economico e militare pronto a minacciare l’economia statunitense. Durante la Guerra Fredda, questo ruolo veniva attribuito all’URSS, mentre oggi ricade sulla Cina. In questo senso, l’idea dell’attuale «interregno» tra l’egemonia americana e quella cinese è una forma di proiezione di questa possibilità sul presente, parte integrante del dispositivo ideologico che consente agli Stati Uniti di ridefinire continuamente la propria centralità attraverso la gestione del declino annunciato. È proprio questa dialettica tra crisi e rigenerazione che alimenta l’egemonia americana, trasformando ogni minaccia in un’occasione per riaffermare il proprio ruolo nel mondo.

Questa retorica è stata storicamente impiegata durante la Guerra Fredda per legittimare enormi spese per armamenti, incluse le armi nucleari, e il finanziamento di proxy wars in tutto il mondo. Negli anni ’80, la stessa logica è stata rivolta contro il Giappone, con l’imposizione di dazi punitivi e il Plaza Accord, un accordo monetario imposto con la forza che contribuì a far precipitare l’economia giapponese in una stagnazione prolungata. Oggi, quello stesso copione viene riproposto nei confronti della Cina: i fautori dello scontro a Washington mirano a sabotarne i progressi economici, provocare instabilità interna e, nel caso più estremo, trascinare la regione del Pacifico – e in particolare lo Stretto di Taiwan – in un conflitto distruttivo e sanguinoso.

Nuove faglie

È evidente, però, che un cambiamento è in atto. Eppure, questo mutamento resta ancora ambiguo: sembra indicare la fine dell’egemonia statunitense, ma allo stesso tempo ne conferma la persistenza; scarica sull’Europa il peso della «ritirata strategica» di un alleato americano che si scopre improvvisamente essere egoista e autoritario, ma allo stesso tempo vede gli Stati Uniti rispondere in grande stile alla «minaccia cinese» con un cambiamento repentino nella politica economica e con l’aumento generalizzato dei dazi per tornare, così dice Trump, a controllare i flussi di produzione di valore. 

Nuove geografie della produzione globale

Per capire queste apparenti contraddizioni, ci sembra utile guardare ai cambiamenti nella geografia della produzione globale, laddove alcune utili indicazioni fornite sono state fornite da Phil Neel in questa intervista ed in altri suoi recenti interventi. Come abbiamo già visto nei paragrafi precedenti, sin dal secondo dopoguerra, sotto la guida statunitense, il sistema produttivo mondiale si è riorganizzato sulle basi di una divisione internazionale del lavoro strutturata attorno a una logica di efficientamento dei costi. In questo senso, è avvenuto lo spostamento graduale dell’industria manifatturiera nell’asse Pacifico, con la Cina come «fabbrica del mondo»: in questo processo, si sono sviluppati nuovi poli industriali in Asia orientale, si sono consolidate infrastrutture energetiche nei paesi del Golfo, si è ristrutturata selettivamente l’Europa, ed è stato costruito il complesso militare-industriale israeliano – tutti elementi funzionali al progetto imperiale americano.

Questo modello ha prodotto una struttura gerarchica dove poche imprese dominanti, situate nei centri del capitalismo avanzato (America, Europa ed in minor misura Israele ed il Giappone), detengono il potere decisionale, mentre quote crescenti di produzione vengono delegate a subappaltatori nei paesi più periferici. Le imprese leader mantengono un potere quasi monopolistico, sfruttando la concorrenza tra fornitori per comprimere i costi lungo tutta la catena del valore. Tuttavia, proprio questo processo di esternalizzazione ha permesso ad alcune aziende subalterne di crescere, acquisire tecnologie, organizzarsi su scala globale e, in certi casi, diventare nuovi attori dominanti all’interno delle catene del valore. Emergono così nuove frazioni di capitale, sia nazionali che settoriali, che competono per una quota maggiore del valore prodotto globalmente. Ma questa competizione è sempre intrecciata a forme di cooperazione forzata e dipendenza asimmetrica che, naturalmente, ricalcano la distribuzione geografica del grande Capitale: le imprese più deboli restano legate ai grandi committenti, che esercitano un controllo diretto sui ritmi, i costi e le innovazioni della produzione. In questo contesto, la cosiddetta «guerra commerciale» tra Stati Uniti e Cina si rivela in larga parte una finzione mediatica, mentre la vera battaglia si gioca più in basso nella catena del valore – tra imprese cinesi, taiwanesi, sudcoreane, e un tempo tra quelle del sud-est asiatico, molte delle quali sono state schiacciate dalla concorrenza cinese post-crisi asiatica. 

Fondamentalmente, si tratta di una lotta competitiva intensa tra diverse frazioni di capitale per appropriarsi di una quota maggiore del valore complessivo. Questo processo genera inevitabilmente sovra-capacità nei settori coinvolti, il che alimenta ulteriormente la competizione. Da qui derivano i cambiamenti tecnici, i processi di consolidamento organizzativo e delocalizzazioni industriali, tutte dinamiche che trasformano continuamente la vita produttiva e riproduttiva di decine di milioni di persone. Alla base del sistema produttivo, infatti, migliaia di piccole imprese operano con margini minimi, spesso destinate a fallire. Le poche che sopravvivono lo fanno ristrutturandosi rapidamente: investono in tecnologia, meccanizzano l’assemblaggio, tagliano personale, delocalizzano e puntano a innovazioni organizzative per restare competitive. Alcune riescono a scalare la gerarchia globale fino a diventare conglomerati con un potere monopolistico proprio.

Marx descriveva questo tipo di conflitto inter-capitalista come una lotta tra “fratelli ostili” che si dividono il bottino. È una definizione estremamente efficace, perché coglie sia la realtà del conflitto, sia il fatto che si tratta comunque di una contesa interna alla stessa classe. In ultima analisi, questi capitali condividono un interesse di classe comune: sono loro ad appropriarsi del valore, non coloro che sono costretti a produrlo. Ci auguriamo, chiaramente, che questi segmenti di capitale dovranno un giorno pagare un prezzo estremamente alto di fronte alle spinte di classe che si articolano nelle tensioni interne al rapporto tra la classe operaia della «fabbrica mondo» e la gerarchia del comando nazionale e internazionale: è, questa, una partita fondamentale che si gioca tutta all’interno delle «fabbriche globali» (confronta «Lotta di classe in Cina»).

Quello che osserviamo lungo le catene globali del valore è quindi una lotta simultaneamente competitiva e cooperativa, in cui ogni impresa, così come ogni blocco di capitale (settoriale, regionale, nazionale, ecc.), è al tempo stesso dipendente dagli altri e in competizione con essi. Tuttavia, tutti condividono un interesse fraterno di classe, soprattutto quando si tratta di disciplinare la forza lavoro e garantire che le infrastrutture fondamentali del mercato continuino a funzionare senza intoppi.

A livello globale questo processo, lungi dal risolvere i problemi del sistema, li aggrava: aumenta la sovrapproduzione, riduce i tassi di profitto di ogni settore e intensifica la pressione a ridurre i costi, generando una spirale di competizione permanente. Il risultato è un’economia globale strutturalmente in tensione, dove l’emergere di nuovi centri produttivi non smantella l’egemonia americana, ma la riorganizza su nuove basi, attraverso nuove forme di delega, controllo e dipendenza. Nonostante alcuni segmenti di capitale asiatico abbiano acquisito un peso crescente nella catena globale del valore, rimangono infatti strutturalmente subordinati alle grandi imprese transnazionali con sede nei centri imperiali del capitalismo avanzato. Sebbene la crescita dimensionale consenta una maggiore capacità di negoziazione, il rapporto resta quindi fondamentalmente asimmetrico: la forza contrattuale è sempre mediata dal controllo che il capitale centrale statunitense esercita sull’accesso al mercato, alla tecnologia, al credito e alle infrastrutture logistiche. Questa dinamica produce un’apparente contraddizione: la progressiva decentralizzazione del potere produttivo verso nuovi nuclei regionali di capitale – soprattutto in Asia orientale – si accompagna al mantenimento dell’egemonia da parte del capitale monopolistico transnazionale radicato negli Stati Uniti e nei suoi alleati. 

È per questo che, forse, prima di parlare di fine dell’egemonia statunitense o di transizione egemonica verso la Cina bisognerebbe provare a porsi il problema nei termini di una riarticolazione del progetto egemonico: una nuova fase della governance imperialista in cui le funzioni del comando vengono sempre più delegate, ma senza cedere realmente il controllo dell’accumulazione. L’egemonia si esprime come governance transnazionale della produzione, sostenuta da un’infrastruttura finanziaria e militare ancora relativamente saldamente controllata dall’imperialismo statunitense.

Crisi e ristrutturazione del progetto imperialista

Come nei cicli storici precedenti, anche questa configurazione instabile genera frizioni e lascia intravedere la possibilità di futuri slittamenti egemonici. Al di là della retorica del declino e delle fantasie multipolari, non si intravede però (ancora?) all’orizzonte una trasformazione strutturale di questo ordine. Il dollaro resta il pilastro delle transazioni globali, le istituzioni finanziarie statunitensi hanno ampliato la loro sfera d’influenza, e l’apparato militare americano mantiene un certo vantaggio strategico.

Tuttavia, come dimostra la guerra in Ucraina, l’esercito USA non è più la macchina imbattibile capace di imporre «deterrenza» e, nel caso, provvedere ad una sicuramente vittoriosa «pronta risposta». Basti pensare al fatto che il Corpo dei Marines, la fanteria d’assalto dell’esercito statunitense, ha introdotto il suo primo programma di addestramento e combattimento tramite droni solo pochi giorni fa, con una reazione che appare essere esageratamente lenta e tardiva rispetto alla proliferazione di questa forma di guerra meccanizzata e impersonale e all’utilizzo di droni da combattimento su ormai tutti i fronti di guerra globali, dall’Ucraina a Gaza fino al Kurdistan. In questo senso, una certa (paventata o reale) debolezza militare si esprime, come abbiamo visto con lo sganciamento statunitense dal pantano ucraino, con una forma delegata di dominio, in cui il potere imperiale agisce per interposta persona e tende a ridurre al minimo la sua esposizione diretta in termini economici e di vite umane, mobilitando al suo posto quei soggetti regionali subordinati come Europa ed Israele per gestire crisi e conflitti. Così, l’ordine imperialista globale si riorganizza decentrando le operazioni ma mantenendo il controllo strategico sulle leve fondamentali dell’accumulazione, della moneta e della forza.

La politica dei dazi introdotta sotto la prima amministrazione Trump – in buona parte mantenuta e ristrutturata sotto Biden ed adesso duramente riconfermata dal governo Trump II – deve essere letta non tanto come un ritorno al protezionismo in senso classico, ma come una risposta reattiva e contraddittoria a queste trasformazioni interne alla stessa architettura imperiale globale. In un momento in cui il capitale transnazionale è ormai largamente de-territorializzato e interdipendente, l’imposizione di barriere commerciali rappresenta una forma di disciplinamento interno a questa catena della produzione planetaria che gli Stati Uniti non controllano e comandano più interamente, ma da cui continuano a trarre profitti fondamentali. I dazi non mirano tanto a difendere l’industria statunitense, quanto a rallentare l’avanzamento tecnologico e la scalata di segmenti di capitale asiatico – in particolare cinese – che stanno minacciando la rendita monopolistica delle imprese occidentali nei settori strategici come semiconduttori, batterie, telecomunicazioni e green tech: basta pensare al ruolo decisivo che hanno ricoperto i segmenti di capitale legati alla Silicon Valley e all’industria dei semiconduttori all’interno della campagna elettorale di Trump e delle operazioni di lobbying che hanno convinto il neo-presidente a imporre con tanta durezza i dazi di marzo, scavalcando in termini di importanza il ruolo che invece avevano avuto le lobby del petrolio nella campagna elettorale trumpiana del 2016.

In questo senso, si tratta di una politica di contenimento economico, ma agita nel contesto frammentato di un mercato mondiale dove il capitale statunitense dipende esso stesso dalle reti che intende ostacolare. La logica dei dazi riflette questa crisi e necessità di ristrutturazione del comando imperiale statunitense sul ciclo globale del valore: invece di rafforzare un modello produttivo interno, finisce spesso per incentivare ulteriori processi di delocalizzazione verso regioni meno visibili del sistema, come il Vietnam, il Messico o l’Europa orientale, generando nuovi poli semi-periferici di accumulazione subordinata. 

Allo stesso tempo, i dazi servono a ricomporre il consenso interno all’egemonia statunitense, non attraverso una reale redistribuzione della ricchezza e un aumento dei salari diretti ed indiretti, ma tramite quella tattica consustanziale al progetto imperialista di costruzione simbolica di un “nemico esterno” di cui abbiamo già parlato, e della necessità di una politica di unità nazionale tesa a fermarne l’espansione, espansione che, si dice, avrebbe come conseguenze l’impoverimento massiccio della società statunitense in termini materiali e la fine del «modo di vita americano» in termini culturali.

Così, l’offensiva commerciale trumpiana si inserisce in questa dialettica marxiana tra cooperazione forzata e competizione distruttiva tra capitali. Le aziende americane continuano a trarre valore dalla cooperazione con fornitori e subappaltatori asiatici, ma al contempo sostengono – o sono costrette a sostenere – una guerra commerciale che ha effetti devastanti sui margini della filiera, soprattutto nei suoi anelli più deboli. Il protezionismo odierno è quindi una ristrutturazione coercitiva attraverso cui il centro imperiale tenta di riaffermare una supremazia che ormai non è più garantita dalla sola fluidità dei mercati. Come già avvenuto in altre epoche di crisi egemonica, la guerra commerciale rappresenta un tentativo di rinegoziare le gerarchie del sistema mondiale, senza però risolvere le contraddizioni strutturali dell’accumulazione globale: finisce anzi spesso per esasperarle, aprendo nuove faglie tra i blocchi di capitale e moltiplicando le tensioni inter-imperiali.

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