LA FANTASIA SCABROSA DI RIDURRE LE DISUGUAGLIANZE da IL MANIFESTO
La fantasia scabrosa di ridurre le disuguaglianze
Diritti La flat tax sancisce l’indisponibilità dei più abbienti a partecipare al patto sociale. L’idea di fondo è che redistribuire è solo un’ingiustizia contro i miliardari. I nuovi ricchissimi residenti ritratti dal Financial Times sono accorsi in Italia attratti dal regime fiscale. Ma la Corte dei Conti ha chiarito che non c’è alcuna prova che al Paese conviene.
Francesca Coin 02/09/2025
La flat tax e la dolce vita: sono questi gli ingredienti che hanno contribuito a fare dell’Italia un paradiso per ultra-ricchi, inducendo un numero crescente di ultra-high-net-worth individuals (Uhnwi) a trasferire la propria residenza nel Bel paese.
Tutto ha avuto inizio nel 2017 quando la legge di Bilancio, l’ultima firmata dall’ex premier Matteo Renzi, ha introdotto per la prima volta il regime di flat tax per gli individui ad alto patrimonio. Questo programma stabiliva che dovessero pagare un’imposta sostitutiva annuale di centomila euro sui redditi prodotti all’estero se trasferivano la propria residenza fiscale in Italia, un importo raddoppiato nel 2024 dal governo Meloni. Così, quando nel 2024 il Regno unito ha deciso di abolire le regole per i residenti non domiciliati, esponendo i loro beni all’estero a un’imposta di successione del 40%, i trasferimenti in Italia degli individui ad alto patrimonio sono aumentati, complice il tappeto rosso steso per loro dal governo.
Il Financial Times ne ha fatto un ritratto brioso e pieno di entusiasmo: ecco finalmente che il distretto di Brera pullula di nuovi residenti, decisi a lasciare Londra per Milano, eccitati all’idea di pranzare sul lago di Como e di cenare a Saint Moritz, complice un pied-à-terre di 600 metri quadrati in centro, con piscina, palestra e servizio di portineria. E così, mentre i prezzi degli affitti residenziali nei quartieri più ricchi continuavano ad aumentare, le principali città italiane si trovavano a essere divise in due: da un lato la città dei ricchi globali, messa a lustro dalla riqualificazione dei quartieri abbienti. Dall’altro, la crisi abitativa dei lavoratori a basso reddito, costretti a trasferirsi lontano per tornare in città di giorno come lavoratori precari che operano nel centro e dormono nella periferia.
È stata la Corte dei Conti a esprimere per prima un dubbio su questa operazione, sottolineando l’impossibilità di stabilire se fosse effettivamente conveniente o meno per il paese, data la completa mancanza di trasparenza, l’assenza di dati sui redditi prodotti all’estero o di strumenti per comprendere se gli ultra-ricchi in questione avrebbero realmente fatto investimenti in Italia. Di recente, inoltre, uno studio a firma di cinque economisti – Matteo Dalle Luche, Demetrio Guzzardi, Elisa Palagi, Andrea Roventini e Alessandro Santoro – ha sottolineato che il sistema fiscale italiano permette al 7% più ricco di pagare proporzionalmente meno tasse rispetto ai lavoratori a reddito basso e medio. La tassazione in Italia sta diventando regressiva, avvertono gli economisti, e questo acuisce le disuguaglianze, nuoce al welfare e indebolisce le finanze pubbliche di uno dei Paesi più indebitati d’Europa – il contrario di ciò che andrebbe fatto.
Il fatto è che un fisco regressivo non è solo un problema tecnico: è espressione di un immaginario sociale nel quale la redistribuzione va evitata come il più ripugnante dei mali.
Sin dalle sue origini, la tassazione progressiva è stata il principale strumento di parificazione delle diseguaglianze delle democrazie liberali. Espressione del principio di solidarietà che struttura il patto sociale, essa prevede che lo Stato si serva della tassazione per riequilibrare le asimmetrie esistenti, quelle orizzontali tra comunità diverse e quelle verticali tra classi diverse. A guidarlo era l’idea di società che si è affermata nel secondo dopoguerra: una società equa, capace di ridurre le diseguaglianze e di permettere a tutti di godere dei diritti fondamentali, a prescindere dal censo. L’idea di società da cui nasce la flat tax è ostile a tutto questo.
Sostenuta da una logica semplificatoria che vorrebbe tutti uguali (a prescindere dal censo) davanti al fisco, la flat tax sancisce l’indisponibilità dei più abbienti a partecipare al patto sociale. L’idea di fondo è che ogni intervento redistributivo è un’ingiustizia contro i ricchi, che non devono occuparsi dei poveri, perché non è loro dovere prendersi carico di chi non ce la fa. La letteratura da diversi anni ci racconta tutte le modalità con le quali gli ultra ricchi stanno tentando di liberarsi dai «lacci e lacciuoli» dello stato democratico. Il testo dello storico Quinn Slobodian, Il Capitalismo della Frammentazione (Einaudi, 2024) è una delle migliori sintesi di tutto questo.
Riferendosi alle conseguenze del taglio delle tasse per i ricchi, l’ex ministro del lavoro statunitense Robert Reich ha messo addirittura in guardia rispetto al rischio del ritorno del darwinismo sociale, descrivendo una società sempre più gerarchica, in cui il diritto alla sopravvivenza è garantito solo ai più ricchi.
C’è da capire se vogliamo vivere in una società ostile alla solidarietà, come quella disegnata da queste politiche, o se la fantasia scabrosa di un mondo in cui tutti abbiano un tetto sopra la testa e lo stomaco pieno vale ancora. È un’idea fuori moda, di questi tempi, ma sicuramente è la base per un mondo un po’ più armonioso e un po’ meno crudele.
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