LA CHAT GPT NON È AL DI SOPRA DELLA POLIS da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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LA CHAT GPT NON È AL DI SOPRA DELLA POLIS da IL MANIFESTO

La Chat Gpt non è al di sopra della Polis

VERITÀ NASCOSTE. La rubrica su psiche e società. A cura di Sarantis Thanopulos

Sarantis Thanopulos  26/08/2023

Il “New York Times” potrebbe fare causa a Chat Gpt per avere usato dei suoi articoli a scopo di sperimentazione e di collaudo dei propri sistemi. Gli inventori dell’Intelligenza Artificiale ne denunciano l’enorme potenziale distruttivo, ma tra le figure mondiali politicamente autorevoli solo il papa ha denunciato la dittatura degli algoritmi davanti a centinaia di migliaia di giovani in Portogallo. Per il resto agghiacciante silenzio, ennesima testimonianza dell’assenza di una leadership politica in tutte le aree del mondo.

L’ideale anarchico di una società senza stato lo sta realizzando, in tutt’altro senso, il neoliberismo, la concezione mortifera dell’essere che sta dietro la vita artificiale. Andando avanti di questo passo le istituzioni e le strutture statali diventeranno sempre di più un meccanismo totalitario di organizzazione repressiva (squisitamente psichica) della società, il quale nel tentativo di ordinare e dare coerenza a un sistema impersonale incontrollabile nella sua crescita, dal momento che distrugge le relazioni umane, non farà altro che accelerare la sua deriva distruttiva.

Molti, incantati dal serpente della conoscenza totalitaria, senza limiti (qualcosa di molto diverso dalle vie infinite del sapere), decantano le straordinarie possibilità di pensiero che attraverso la Chat Gpt si possono produrre. Anelano un pensiero senza scoperte e senza poesia. Sostituiscono la confortevolezza con la comodità (il nostro nemico più pericoloso) e interiorizzano un’idea del pensare prossima all’autoerotismo dell’essere. Il “dolce far nulla” (la sospensione del fare che rende possibile la sedimentazione dell’esperienza) diventa nella loro percezione, senza che ne accorgano, vivere per il nulla.

Il “divino” in noi è il sentimento/desiderio di eccedere il limite della conoscenza che ci rende mortali e umani. Questo sentimento sa che il limite è insuperabile, ma ama la tensione vitale che il movimento asintotico verso il suo superamento crea, l’espansione dell’essere che esso promuove. È il presentimento di ciò che è al di qua e al di là della ristretta temporalità della nostra esistenza concreta, l’intuizione che allarga la sua spazialità, l’immaginazione che le consente di attraversare, senza perdere la strada del ritorno (e smarrirsi), i suoi orizzonti. Il “divino” ci permette di essere più e meglio di quello che siamo senza mai smettere di abitarlo.

C’è una legge inviolabile che ha la sua origine nel nostro “divino”: più il nostro rapporto con la realtà si costruisce sulla precisione del calcolo probabilistico e sulla prevedibilità, più lo spazio della nostra relazione con la realtà si restringe.

La nuova I.A. si prefigge di includere nel suo sistema l’incertezza, la contraddizione per eccellenza alla sua autoreferenzialità. Diventerà più cieca e disumanizzante. Che cosa è la condizione umana senza la sua componente irriducibile di incertezza?

La Chat Gpt produce un pensiero imitativo che offre infinite possibilità di variazioni del già pensato. Strettamente associato a un virtuale slegato dal sogno, che invece di ampliare il nostro rapporto con la realtà lo sostituisce, crea la falsa impressione di poter inventare nuove prospettive conoscitive, ma tolta la sua monumentale capacità di archivio e di combinazione di dati, gira sempre, come i trenini elettrici dei bambini, sullo stesso binario circolare. Può trasformare le giostre della nostra infanzia in un girone infernale.

Tende inesorabilmente al pensiero unico e non aspira a umanizzare i computer (missione impossibile) ma a computerizzare gli esseri umani (disastro che la nostra fascinazione per i giochi di prestigio le può consentire). È un’hubris gravissima che non si può e non si deve tollerare. Non ha nulla a che fare con la libertà del pensiero e della ricerca e deve diventare oggetto di una battaglia culturale e politica che miri a fermarla. Non è al di sopra della Polis e delle sue leggi.

Questo presente che ha smarrito il «noi» della memoria

COMMENTI. Da quando il nostro “io” è diventato solo egolatria, si chiedono tra l’altro Luigi Manconi e Gaetano Lettieri nel libro appena uscito “Poliziotto-Sessantotto. Violenza e democrazia”, anche il diritto si è perso e frantumato in una sovrabbondanza di produzione legislativa che usa un linguaggio sempre più orientato alla burocrazia 

Niccolò Nisivoccia  26/08/2023

Come siamo arrivati a questo presente, che abbiamo davanti agli occhi (in Italia ma non solo)? Un presente nel quale la dimensione del “noi” è completamente scomparsa dalle nostre vite, dai nostri pensieri, dal nostro stesso lessico: completamente annientata e sostituita da un “io” che definire individualista sarebbe riduttivo, un “io” ormai dispotico, quasi tirannico.

UN PRESENTE NEL QUALE tutto sembra frantumato, polverizzato: il nostro senso di appartenenza a un comune destino, chiusi e reclusi come siamo nelle nostre separazioni identitarie; la nostra memoria collettiva, se non di più (nel senso che forse ha ragione chi dice che non solo non esistono più memorie condivise ma non esiste più neppure la memoria tout court, che non esiste più il ricordo del passato ma esiste solo il tempo dell’oggi, dell’ora e del qui); il lavoro, il modo di lavorare – e lo vediamo ogni giorno.

Anche il diritto si è frantumato, se non perfino smarrito, perché se c’è un elemento che caratterizza la produzione legislativa di questi ultimi anni è la sua sovrabbondanza, la sua incontenibilità: le norme si sono moltiplicate e continuano a moltiplicarsi a dismisura, in ogni campo, in flussi inarrestabili di parole e sovrapposizioni (in un linguaggio oltretutto sempre più orientato alla burocrazia che al diritto).

E perché? Ma proprio per questo: perché tutti pretendiamo continuamente l’emanazione di norme che facciano al nostro caso, che assecondino le nostre esigenze del momento, ciascuno per sé, sul presupposto che il nostro “io” coincida con l’io di tutti gli altri, che la complessità del mondo possa essere semplificata e ridotta a misura del nostro sé (personale o politico). Come se qualunque istanza, per il semplice fatto di essere reclamata, non potesse che essere assolutamente giusta.

È UN DIRITTO CHE HA perso o sta perdendo la sua funzione, che dovrebbe essere invece quella di tendere verso una giustizia nella quale a tutti, reciprocamente, sia dato di riconoscersi, a nessuno più che ad altri; verso una giustizia che sappia includere i propri limiti, nella quale la ragione di ognuno sia disposta a mettersi anche dalla parte del torto – rinunciando alla pretesa di un sé inderogabile, universale.

Come siamo arrivati a tutto questo? A partire da quando il nostro “io” ha cominciato a superare i confini oltre i quali un individualismo ancora orientato socialmente, ancora pur sempre rivolto alla costruzione di legami e relazioni interindividuali, si è ripiegato su un individualismo solo egocentrico, solo egolatrico? È una domanda che sembrano porsi anche Luigi Manconi e Gaetano Lettieri in un libro appena uscito dal Saggiatore, “Poliziotto – Sessantotto. Violenza e democrazia”. Per la verità sono molte, le domande che si pongono Manconi e Lettieri nel loro libro, densissimo e multicentrico; e non per forza, naturalmente, si dev’essere d’accordo con le risposte che a ciascuna provano a fornire, con le loro tesi e le loro visioni del mondo.

MA QUANTOMENO è difficile resistere alle suggestioni provenienti da quella che possiamo considerare la tesi centrale, secondo cui è possibile individuare un momento in particolare, nella nostra Storia recente, rappresentativo di una grande occasione mancata (o di un sogno tradito, se si preferisce), a partire dal quale le cose potevano andare diversamente rispetto a come poi sono andate: ed è il decennio successivo al 1968. Perché ciò che in effetti è difficile negare è che quel movimento generazionale fosse dotato di un’enorme potenzialità trasformativa, nei suoi ideali; e tuttavia sembra altrettanto innegabile che tale potenzialità non sia stata capace di realizzare quella trasformazione della società e delle istituzioni che doveva costituirne l’esito, e cioè di tradursi in una cultura riformistica. È come se tutta la potenzialità di quel movimento fosse infine implosa in sé stessa, dissipandosi e lacerandosi al proprio interno: fino al punto, si potrebbe affermare, di rimanere a sua volta vittima delle proprie derive violente.

LA STESSA MORTE DI MORO, sotto questo aspetto, può davvero assurgere a simbolo: non solo della conclusione di un decennio ma anche di una tragica perversione (perché i padri dovevano essere contestati e spodestati, non uccisi); e dunque di un parricidio privo di pietà, «punto di catastrofe delle aspirazioni libertarie, comunitarie, rivoluzionarie del Sessantotto» (Lettieri).
Ecco: al crollo di queste aspirazioni ha fatto seguito un vuoto che non siamo più riusciti a riempire altrimenti; o che abbiamo riempito, appunto, solo dei nostri individualismi, venuta meno per il resto ogni tensione verso una giustizia che li trascenda, verso un orizzonte più vasto.

Certo, nessuna norma potrà mai contenere l’infinito, ma dovrebbe comunque aspirarvi, perché in fin dei conti non è altro che questa la responsabilità cui il diritto dovrebbe sentirsi sempre chiamato, pur consapevole dei propri limiti: aspirare alla giustizia infinita, pur negoziandola nella quotidianità.

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