IL VOLTO DEL VENTENNIO IN UN AMBIGUO RITRATTO DI FAMIGLIA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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IL VOLTO DEL VENTENNIO IN UN AMBIGUO RITRATTO DI FAMIGLIA da IL MANIFESTO

Il volto del Ventennio in un ambiguo ritratto di famiglia

INTERVISTA. Parla la storica della Columbia University Victoria de Grazia, che ha pubblicato per Einaudi «Il perfetto fascista». «Se guardiamo a quell’epoca ci dovremmo stupire un po’ meno del protagonismo attuale delle donne di estrema destra. Accadeva già durante gli anni Trenta»

Guido Caldiron  30/10/2022

Attilio Teruzzi, il protagonista di Il perfetto fascista della storica americana Victoria de Grazia (Einaudi, pp. 522, euro 36) fu uno degli artefici della Marcia su Roma, guidò le Camicie nere, contribuì ad organizzare il partito di Mussolini già prima della presa del potere, combatté nella Guerra di Spagna, ebbe ruoli di primo piano nelle imprese coloniali africane del regime e aderì infine alla Rsi. Proveniente da una famiglia della piccola borghesia milanese, fu allo stesso tempo un uomo attento al proprio ruolo sociale e al prestigio che il fascismo gli offrì, un opportunista che conobbe davvero la politica solo attraverso le idee del Duce e che in quella sfera privata che il regime voleva saldamente intrecciata con quella pubblica, aveva fama di libertino, avrebbe sposato prima una ricca cantante d’Opera americana e ebrea, Lilliana Weinman, con la quale ingaggerà poi una lunga battaglia per la separazione, per poi legarsi alla metà degli anni Trenta a Yvette Blank, una giovane ebreo-romena, pochi anni prima che il regime di cui era un esponente di primo piano varasse le «leggi razziali». Intorno e grazie alla figura di Teruzzi emerge perciò una sorta di immagine di famiglia, ad un tempo intima e selvaggia della società italiana all’ombra del fascismo.
Docente di Storia europea alla Columbia University di New York, Victoria de Grazia ha studiato il Ventennio e la società dei consumi; tra le sue pubblicazioni, Consenso e cultura di massa nell’Italia fascista (1981), Le donne nel regime fascista (1993), il Dizionario del fascismo (2002).

Quella di Attilio Teruzzi appare come una figura di primo piano del fascismo, eppure di lui si sa e si è scritto ben poco. Lei come si è imbattuta in questo personaggio?
Qualche anno fa i parenti americani di Lilliana Weinman si sono rivolti a me consentendomi di consultare documenti e foto che la ex moglie di Teruzzi aveva lasciato, forse volevano delle risposte sul perché una donna di mondo come lei, proveniente da una buona famiglia ebrea avesse sposato un fascista, per giunta molto più vecchio di lei. Così, quando ho visto la foto del loro matrimonio, cui Mussolini aveva partecipato come testimone dello sposo, ho capito che avrei voluto indagare sulla sua figura che, evidentemente non era stata affatto secondaria durante il regime. Così, grazie soprattutto al materiale fotografico ho cominciato a ricostruire pian piano le vicende di cui era stato protagonista. Intrecciando le tracce del suo percorso pubblico e della sua vita privata penso di aver costruito più che una biografia, la storia sociale di un uomo che ci può restituire, man mano che ci addentriamo nella complessità dei suoi rapporti politici e umani, come funzionava effettivamente il fascismo italiano. Quanto al fatto che di Teruzzi si sia fin qui parlato poco, credo dipenda in primo luogo dalla scarsità delle fonti disponibili, quindi dall’idea che se si pensa a profili che incarnino a pieno le idee e i simboli del regime si guarda a Balbo, a Bottai, mentre Teruzzi appartiene in qualche modo al secondo rango, malgrado sia legato al Duce da un rapporto di lunga data, che inizia già nel 1920 e che durerà fino alla fine. L’altro elemento che emerge dalla sua figura, o meglio dal fatto che si sappia tutto sommato poco di lui, evidenzia un problema storiografico: Teruzzi è un uomo di guerra, che passa dall’esercito alla Milizia, ma fino a tempi recenti si è indagato poco il fatto che il fascismo sia stato in qualche modo sempre impegnato in guerra – le guerre coloniali, quella d’Etiopia, la Guerra di Spagna, d’Albania, la Seconda guerra mondiale – e come dai ranghi militari si passasse a quelli della Milizia e da qui all’apparato centrale del Partito fascista. Anche per questo era interessante e utile tentare di ricostruirne il percorso.

La prospettiva a cui, ne «Il perfetto fascista», si guarda alla figura di Teruzzi, e tramite lui all’intera esperienza mussoliniana, è prima di tutto quella dell’intreccio tra la sfera pubblica e quella degli affetti e dei sentimenti, che il regime voleva in qualche modo intrecciate, e che in questo caso lasciano invece emergere contraddizioni anche laceranti. Cosa emerge da questo sguardo in parallelo sulle sue vicende?
Partiamo dal termine «totalitarismo». Durante il fascismo abbiamo assistito al tentativo di subordinare ogni aspetto della società alla volontà dello Stato attraverso nuove forme di governamentalità, per riprendere un concetto utilizzato da Michel Foucault. Le scelte del regime incidono sulla società, sugli affetti e, rispetto a quanto descrive il mio libro, perfino sui rapporti di coppia. A fronte della constatazione di questo tentativo, ciò che volevo mettere soprattutto in evidenza è che nella realtà non si è però prodotta la distruzione della società, quanto piuttosto una sorta di rielaborazione di molti elementi all’ombra del fascismo. Il Ventennio è pieno di «cuore», di riferimenti ai sentimenti, all’amore, questo tipo di emozioni sono rielaborate, ma restano in primo piano. E credo che proprio questo elemento ci aiuti a capire perché il fascismo sia durato così a lungo nel tempo. Certo, si assiste ad una mobilitazione totale anche degli affetti, ma al di sotto degli intenti del regime si continua a scorgere l’Italia, le sue emozioni e contraddizioni. In questo senso, la traiettoria di Attilio Teruzzi, specie se osservata a partire dall’intreccio tra le sue vicende private e i suoi rapporti politici, i legami più importanti della sua vita e gli affetti più intimi, ci aiuta a cogliere appieno questo aspetto. Teruzzi ci porta in chiesa per il suo matrimonio, a Bengasi e in Etiopia durante la stagione coloniale del regime, in Spagna durante la Guerra civile, contribuendo attraverso questa specie di doppio piano narrativo a svelarci in realtà il profilo dell’Italia dell’epoca.

Ex militare, figlio della Grande guerra, Teruzzi sembra incarnare ciò che Claudio Pavone, che lei cita a conclusione del volume, definiva come «le due inscindibili facce del totalitarismo moderno»: la violenza messa in atto per affermarsi violando le leggi esistenti e la pretesa morale e politica di imporre nuovamente legge e ordine in nome della Nazione.
La storia di Teruzzi illustra a pieno questi due volti del fascismo, anche non soltanto in riferimento alla violenza. Lui veniva spesso descritto come «austero e gaudente» allo stesso tempo: diciamo così, un libertino che invocava però anche l’ordine, un militare che da piccolo borghese meneghino auspicava pure al riconoscimento sociale. Un’immagine che mi ha colpito molto e che credo dica qualcosa al riguardo, lo vede esibire la sua divisa da generale, che non penso dovesse necessariamente portare in questo tipo di incontri, durante una visita alla Fiera di Milano, accanto a funzionari locali ovviamente in abiti civili. L’immagine commerciale, capitalista e quella militare del regime sono così riunite in un’unica foto: appunto i due volti del fascismo. Le regole e l’etichetta della borghesia accanto alle divise militari, qualcosa che riguarderà anche la guerra dove una figura come Teruzzi incarnerà ad esempio in Africa il tentativo fascista di distruggere la civiltà arabo-berbera pur restando, come figura pubblica, sempre attento al proprio profilo borghese e ai codici che questo comportava.
Di fronte all’emergere negli ultimi anni di figure di donne alla guida di partiti e movimenti dell’estrema come della nuova destra viene da chiedersi se la visione di una destra tout court «nemica delle donne» non rappresenti una semplificazione che non ci aiuta a comprendere le cose. Del resto, il suo celebre libro sulle «Donne nel regime fascista» (1992) illustrava proprio l’ambivalenza dell’’dea di cittadinanza femminile che il fascismo contribuì a promuovere, seppure sempre subordinata alla supremazia maschile.
Se guardiamo alla vicenda fascista ci dovremmo stupire un po’ meno di questo attuale protagonismo. Perché se è evidente che il regime di Mussolini attribuiva dei ruoli ben precisi alle donne, in qualche modo definendo in modo netto il loro ruolo e spazio nella società, già a partire dagli anni Trenta e via via sempre di più con l’entrata in guerra del Paese, quando gli uomini vengono chiamati alle armi, si può osservare come emergano delle figure femminili un po’ a tutti i livelli dello Stato e del Partito. L’economia del Paese sembra ripiegarsi sull’economia famigliare dove le donne hanno un ruolo di primo piano, Mussolini stesso chiama a Roma molte donne per rimpiazzare figure maschili del Partito fascista impegnate al fronte, le donne diventano fonte di grandi risorse per il Paese. Perciò, se è attraverso il genere che guardiamo al fascismo, ecco apparire un panorama molto più ricco di ruoli e funzioni di cui le donne dell’epoca sono protagoniste. Quella di Mussolini circondato da un gruppo di uomini è una delle immagini ricorrenti che si è data del fascismo, non necessariamente la più articolata per restituire i molteplici volti di quella vicenda. A cominciare dal ruolo che vi ebbero molte donne.

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