IL TEST MORALE CHE LE NAZIONI “CIVILI” STANNO FALLENDO da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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IL TEST MORALE CHE LE NAZIONI “CIVILI” STANNO FALLENDO da IL MANIFESTO

Il test morale che le nazioni «civili» stanno fallendo

Civiltà o barbarie L’idea stessa di diritto è incompatibile con quella di doppio standard. Se un atto è contrario al diritto penale internazionale, lo è sempre, chiunque ne sia responsabile

Mario Ricciardi  09/07/2025

Ciò che sta accadendo a Gaza è un test morale in due sensi, diversi ma connessi. Nella dimensione personale di ciascuno, è l’occasione di un esame di coscienza, perché ci costringe a fare i conti con qualcosa che mette in discussione le nostre certezze. Sappiamo bene che non è la prima volta che una violenza sistematica e brutale colpisce una popolazione al punto da metterne in pericolo l’integrità e persino la sopravvivenza. Tuttavia, questa è la prima volta che gli atti in questione avvengono “sotto gli occhi” dell’intera comunità internazionale. Questa espressione non è più un modo dire, dobbiamo prenderla in senso letterale. Chiunque, più o meno ovunque, può connettersi ai network che diffondono immagini, voci, racconti.

Pochi minuti dopo un bombardamento sappiamo già che quel bambino o quella bambina sono stati uccisi con la famiglia, o che quel ragazzo che era uscito per cercare da mangiare non è più tornato perché gli hanno sparato. In molti casi di queste vittime vediamo in tempo reale, o quasi, i corpi martoriati, o assistiamo alla straziante agonia che è l’ultima parte della loro breve vita. Guardiamo madri e padri che piangono figli e figlie, fratelli e sorelle che si dicono addio, bambini che porteranno per tutta la vita i segni di una violenza spietata.

Tutto questo è terribile, e provoca in molti una comprensibile reazione di fuga. Sottrarsi, tuttavia, non pacifica la coscienza. In un qualche senso mancheremmo al rispetto che dobbiamo a noi stessi come persone dotate di ragione se scegliessimo di ignorare quei corpi, di distogliere lo sguardo dai volti, o di non ascoltare quelle voci. Non possiamo scegliere di non sapere, una volta che abbiamo appreso. Anche se non siamo in condizione di salvare gli abitanti di Gaza, perché non ne abbiamo individualmente i mezzi, possiamo portare testimonianza di ciò che è accaduto a queste vittime nella misura in cui ne siamo consapevoli, resistendo alla tentazione di soffocare lo sgomento e la rabbia cercando di pensare a altro.

La testimonianza è essenziale – come lo è stata per il genocidio degli armeni e per la shoah – ma non basta. Bisogna anche rispondere alla domanda sul «perché» tutto questo sta accadendo. Può un’atrocità giustificarne un’altra? Può il sangue di un innocente compensare la morte violenta di un altro innocente?

Anche chi ammette che ci sono casi in cui l’uso della forza è giustificabile – per esempio per respingere un atto di aggressione potenzialmente letale – non potrebbe rispondere affermativamente a queste domande. Non può, perché uscirebbe dal perimetro segnato dal principio supremo della moralità: l’eguale rispetto che dobbiamo alle persone.

Questo ci conduce al secondo senso per cui ciò che sta accadendo a Gaza è un test morale: quello pubblico, che ha a che fare con la sfera delle relazioni tra persone all’interno di una comunità politica, e tra le comunità politiche sul piano internazionale. In questa dimensione a essere messa alla prova non è la coscienza individuale, ma quella collettiva, che si esprime nella capacità di ragionare insieme su ciò che è giusto e sbagliato (per questo chi vuole che il massacro vada avanti fino alle estreme conseguenze è così determinato a impedire che ci sia una libera conversazione sulle atrocità che sono state commesse dall’esercito israeliano).

Qui le domande riguardano in primo luogo le regole. L’idea stessa di diritto è incompatibile con quella di doppio standard. Se un atto è contrario al diritto penale internazionale, lo è sempre, chiunque ne sia responsabile. L’attacco che il governo israeliano, con la complicità di quelli di buona parte dei paesi europei e degli Stati uniti, ha condotto a queste regole sta cambiando l’ambiente normativo nel quale vivranno i nostri figli e le nostre figlie.

Le notizie di queste ore, e in particolare la conversazione tra Trump e Netanyahu, fanno pensare che ci stiamo avvicinando alla fase finale della distruzione di Gaza, che potrebbe condurre al trasferimento altrove di quel che rimane della popolazione locale.

Ciò che era considerato «impensabile» sta tornando a essere attuale. Affermando con dichiarazioni e atti il doppio standard, i governi che si sono schierati a difesa della guerra di Israele contro la popolazione civile di Gaza pongono quindi anche una questione di moralità pubblica cui non possiamo sottrarci.

Siamo pronti a accettare il ritorno a una mentalità come quella dei giuristi del diciannovesimo secolo che riservavano la protezione del diritto internazionale solo alle «nazioni civili»? Siamo disposti ad assistere senza far nulla al ritorno al privilegio di una «civiltà occidentale» dietro la quale si nasconde un suprematismo sempre più aggressivo, rispetto al quale anche i «moderati» chinano il capo? Israele «fa il lavoro sporco per noi», ha detto Friedrich Merz. Vogliamo che questa frase consegni alla storia ciò che siamo stati e la nostra tempra morale?

Gaza, il circolo vizioso di cacciata e massacri. 80 uccisi ieri

Senza tregua Nuovi ordini di evacuazioni a sud della Striscia

Chiara Cruciati  09/07/2025

Erano passate poche ore dalla cena in cui Benjamin Netanyahu e Donald Trump hanno discusso di come procedere con la commissione di un crimine contro l’umanità (la pulizia etnica di Gaza) quando Avichay Adraee, il portavoce in lingua araba dell’esercito israeliano, annunciava l’ennesimo ordine di espulsione da un pezzo di Striscia. Gli ordini che Adraee pubblica sul suo profilo X sono amaramente noti, l’asettica comunicazione a migliaia di persone di abbandonare i propri temporanei rifugi.

L’ordine di ieri si riferiva a nove aree di Khan Younis, seconda città di Gaza per grandezza, oggi ombra irriconoscibile di sé stessa.

L’85% della Striscia è sotto ordine di evacuazione forzata, dicono i dati Onu e le mappe israeliane, reticoli di quadratini incomprensibili, su cui i palestinesi dovrebbero basarsi per cercare un luogo sicuro dove ripararsi, sapendo che di luoghi così non ne esistono.

L’ESERCITO EMETTE ordini senza dare spiegazioni militari, seppur fittizie. Un «gioco» crudele che ieri ha spinto la portavoce di Unrwa, l’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, Tamara al-Rifai a dire che «non c’è niente di umanitario o di umano nel cercare di confinare prima 600mila persone e poi l’intera popolazione di Gaza in spazi controllati dalle forze israeliane». Il riferimento è all’annuncio di un altro crimine di guerra: due giorni fa il ministro della difesa Katz, come fosse normale, ha parlato del concentramento di 600mila palestinesi dentro una Rafah ridotta a macerie e ordigni inesplosi, in vista dell’espulsione. A ventidue mesi dal 7 ottobre 2023 non esiste più alcuna finzione: l’obiettivo di Israele è svuotare Gaza, il più possibile, e lasciare chi resta in uno spazio devastato, senza infrastrutture né dignità, totalmente dipendente dalla forza occupante. Una violazione nella violazione, spiega all’emittente qatarina al-Jazeera il giurista Ralph Wide: «Israele non ha nessun diritto di stare a Gaza e in Cisgiordania. Qualsiasi cosa faccia là è illegale perché è la sua presenza a essere illegale (…) È anche genocidio: è parte del processo in corso di infliggere al popolo palestinese condizioni di vita volte a distruggerlo in tutto o in parte».

IERI I GIORNALISTI palestinesi hanno raccolto le voci di tante donne e uomini, un coro unico e tenace per Trump e Netanyahu: nessuno se ne andrà dalla propria terra. Lo facevano mentre seppellivano 80 persone, uccise dall’alba al tramonto. Cinque morti nel raid israeliano su una tenda a Zeitoun; lo stesso ad al-Rimal, cinque vittime, e al Mawasi, nove uccisi; altri sei ammazzati dai cecchini vicino al centro di distribuzione della Gaza Humanitarian Foundation di Rafah (tra loro tre bambini); tredici nel bombardamento su una casa a Gaza City dove avevano trovato rifugio alcune famiglie.

ISRAELE PRENDE di mira quasi esclusivamente aree residenziali, siano esse abitazioni ancora in piedi, scheletri di palazzi sventrati o tendopoli. Una strategia che si lega al blocco degli aiuti imposto dal 2 marzo da Israele all’assistenza umanitaria di Onu e ong internazionali, con il cibo «consegnato» solo dalla Ghf con un meccanismo perverso e mortifero e con il resto (acqua potabile, medicine, benzina) tagliati fuori.

SUCCEDE COSÌ, scrive il giornalista Tareq Abu Azzoum, che l’ospedale al-Aqsa, «uno dei pochi parzialmente funzionanti al centro» di Gaza, «esaurirà il carburante entro poche ore portando alla sospensione di una serie di servizi medici». A poca distanza la clinica di Zeitoun cessava di operare: i bombardamenti hanno reso impossibile portare assistenza «a migliaia di pazienti, in un’area sempre più sovraffollata di rifugiati dalla zona est di Gaza a causa degli ordini di evacuazione», comunica la Mezzaluna rossa. Un circolo vizioso di espulsione e morte.

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