GHERARDO COLOMBO:”LA GIUSTIZIA NON PUÒ PIEGARSI ALL’OBBEDIENZA” da IL MANIFESTO
Gherardo Colombo: «La giustizia non può piegarsi all’obbedienza»
Riforma della giustizia Il governo ha una visione «gerarchica» della società. La separazione delle carriere è figlia di questa concezione
Rocco Vazzana 09/07/2025
Per Gherardo Colombo, ex componente del Pool di Mani pulite, il vero obiettivo del governo è quello di «abolire l’obbligatorietà dell’azione penale».
Il presidente del Senato La Russa ha annunciato il contingentamento dei tempi sulla separazione delle carriere. La riforma è urgente per il corretto funzionamento della giustizia e della magistratura?
Ma guardi, secondo me sarebbe un tema da affrontare in una prospettiva esattamente opposta.
In che senso?
Secondo me in una logica che riguarda la tutela effettiva del cittadino nei confronti di questa forza, di questo potere così invasivo da parte dell’autorità giudiziaria, sarebbe necessario che il pubblico ministero ragionasse per davvero come il giudice, cioè che avesse come finalità e scopo quello dell’esatta applicazione della legge. Tant’è che il codice di procedura penale prevede che il pubblico ministero deve cercare anche le prove a favore dell’indagato.
E questo nella realtà avviene raramente.
Nella realtà avviene, ma avviene anche sempre più l’opposto: il pubblico ministero si avvia a diventare esclusivamente un organo di accusa, che quindi ha un interesse a ottenere una condanna. Ma quanto più la figura del pubblico ministero si distacca dalla cultura della ricostruzione imparziale dei fatti, dalla cultura della giurisdizione, quella del giudice, tanto più il cittadino si trova di fronte non a un organo che abbia l’obiettivo di tutelare le garanzie, ma a un organo che usa il suo potere di invadere la libertà con l’obiettivo di vincere la causa.
La riforma pensata da Nordio potrebbe fornire qualche garanzia in più al cittadino?
Bisognerebbe semplicemente fare in modo che il Pm faccia il giudice in un collegio prima di svolgere la funzione di pubblico ministero.
Se ciò non avviene significa però che le carriere sono già di fatto separate?
In effetti è così, nel senso che oggi è possibile passare da una funzione all’altra solo una volta nella vita. Quindi mi pare che buona parte del dibattito sia sterile. Però per trovarsi davanti a un pm che abbia la stessa cultura del giudice è indispensabile che il Consiglio superiore della magistratura sia unico. Ampliamo un attimo il discorso: l’articolo 112 della Costituzione dice che l’azione penale è obbligatoria. Significa, in altre parole, che il pubblico ministero è obbligato a portare davanti al giudice qualsiasi notizia di reato che gli arriva. Cioè non può decidere se archiviare, deve chiedere al giudice, che può dire di no. Io credo che il passo successivo a questa riforma sarà quello di modificare anche l’articolo 112 della Costituzione, abolire l’obbligatorietà dell’azione penale.
Condivide le preoccupazioni dell’Anm sul rischio di assoggettare il Pm alla politica?
Sì. Il meccanismo che attualmente scongiura questo rischio è di avere lo stesso Consiglio superiore della magistratura, appartenere alla stessa istituzione.
Non crede che l’istituzione di un’Alta corte terza che giudichi in maniera indipendente l’operato dei magistrati possa contenere elementi positivi e liberare la categoria da sospetti di corporativismo?
Tutte le corporazioni, perché in effetti sono tali, tendono a autotutelarsi. Credo che soprattutto in passato questa autotutela dei magistrati si sia fatta sentire molto. Secondo me le cose sono un po’ migliorate, ma in ogni caso è un problema. È un problema che riguarda la valutazione della disciplina da parte della stessa corporazione. Sicuramente sarebbe necessario intervenire, ma sono convinto che molto più delle norme conti la cultura, cioè il modo di intendere. Perché non si può agire in maniera drastica e invasiva sulla autonomia della magistratura. Provi a pensare a cosa accadrebbe se una cosa del genere venisse anche soltanto prospettata per quel che riguarda la disciplina degli altri organi costituzionali. Non solo. Questo problema evidentemente riguarda tutte le corporazioni.
La differenza con qualsiasi altro tipo di corporazione è che un magistrato esercita un potere enorme che ha a che fare con la libertà dei cittadini.
È vero, ma è un problema comune anche ad altre categorie. Anche la stampa ha un potere enorme in questo senso. Se vuole ancora più incisivo, perché la giurisdizione interviene sui casi specifici singoli e invece la possibilità di influenzare la pubblica opinione attraverso l’esercizio dell’informazione riguarda la generalità dei soggetti cui i media si rivolgono.
Perché secondo lei per l’attuale maggioranza di governo questa riforma è prioritaria?
Alla fin fine ai governi non è mai piaciuto il controllo esercitato dalla magistratura. Perché l’esecutivo è l’erede diretto del sovrano assoluto. Dà fastidio il controllo da parte di un organo indipendente nei confronti di chi partecipa al governo. Dà fastidio a tutti essere controllati. Dà fastidio a chi esercita una funzione pubblica, qualunque essa sia. Basta guardare alle misure che via via vengono introdotte, come il decreto sicurezza. Sono tutte tendenze a svincolare la funzione pubblica dal controllo. È successo anche con l’abuso d’ufficio. Io non sono per la penalizzazione della risposta alla trasgressione, sono perché chi esercita funzioni pubbliche sia educato, formato al rispetto delle regole. Sono per il controllo effettivo dei comportamenti e per l’uso di sanzioni che impediscano il ripetersi delle trasgressioni senza passare sempre per il carcere. Non mi pare che questa sia la linea seguita, soprattutto oggi.
Vede un progetto coerente in questo senso?
Secondo me l’atteggiamento che l’attuale maggioranza assume nei confronti della magistratura ha la sua origine proprio in radice e sta nel modo di concepire il mondo. Nell’idea di come si sta insieme. E oggi l’idea è che si sta insieme per obbedienza e non si sta insieme per condivisione. Tutto il resto è una conseguenza logica. In una società a modello gerarchico accentuato, in cui c’è chi sta sopra, che comanda, e gli altri che sono chiamati ad obbedire, sono ovvi il decreto sicurezza, la continua criminalizzazione di comportamenti prima leciti o sanzionati in via amministrativa, anche la separazione delle carriere. È l’espressione di un modo di intendere l’esistenza.
Non solo pm. Questa maggioranza sembra insofferente persino ai report del Massimario della Cassazione.
Mi pare assurdo. Ma infatti provare a controllare il pubblico ministero è lo strumento per poter controllare il giudice. La mia impressione è che al governo dei cittadini interessi poco, in tema di giustizia. Esasperare il ricorso al carcere, invece di ridurre numero dei reati produrrà l’effetto contrario.
Che giudizio dà del suo ex collega Carlo Nordio, che si intesta questa riforma?
Mi son dimesso dalla magistratura per evitare di giudicare, cerco di essere coerente.
La stupisce che a proporre questa riforma sia un ex magistrato?
Ho un’età per cui non mi stupisco più di niente.
Per il governo questa è una riforma garantista.
È “garantista” per chi esercita il potere e la matrice è quella per cui la resistenza passiva in carcere può diventare reato.
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