GAZA, LE CAMPANE ROMPONO IL SILENZIO DEL GOVERNO da IL MANIFESTO
Gaza, le campane rompono il silenzio del governo
Terra rimossa Che cosa deve succedere perché il governo italiano ascolti la voce che sale da tutto il paese e agisca, rompendo l’accordo di associazione con Israele, cessando di contribuire ad armarlo, riconoscendo le pronunce della Corte internazionale di giustizia?
Roberta De Monticelli 29/07/2025
Sessantadue morti, batteva l’Ansa domenica sera. E fra loro, 34 in fila per il pane. Nonostante la “tregua”. Su un muro crollato c’è una scritta: Your voice could save Gaza. Don’t be silent. Chissà dov’è, l’ha postata Rula Jebreal. Il muro somiglia a qualunque altro muro, la scritta mi ricorda quella che lessi su un muro di Beit Sahour, vicino a Betlemme: Una mezza verità è la più vile delle menzogne. Ma il muro di Jebreal, forse a Gaza, mostra cosa è cambiato da quando vidi quello di Beit Sahour, alcuni mesi prima del 7 ottobre 2023. Perfino una mezza verità morale – che si debba riconoscere lo stato di Palestina – diventa infinitamente meglio del silenzio, oggi.
O delle arrampicate sul vetro che presidente del Consiglio e ministro degli esteri italiani affrontano perché l’Italia continui a tacere, e non si associ all’intenzione dichiarata di Macron (per la verità dichiarata troppe volte prima d’ora) di riconoscere lo stato di Palestina. Perfino affermare la volontà di un impossibile stato senza terra per i due milioni e mezzo di palestinesi in Cisgiordania, per i sopravvissuti tra i due milioni di Gaza, per gli altri sei milioni nella diaspora, è meglio che dire che non è “ancora” tempo.
Qualcuno spieghi a Tajani che non solo l’Autorità nazionale palestinese ha riconosciuto lo stato ebraico di Israele, ai tempi degli accordi di Oslo, avendoli presi sul serio, compreso l’impegno mai confermato di Israele a porre fine agli insediamenti in Cisgiordania, che invece esplosero proprio a partire da quegli accordi, nei primi anni ’90. Anche Hamas nello statuto del 2017 accetta come territorio dello stato di Palestina i Territori occupati nel 1967, dunque riconosce il dettato dell’Onu, il che – implicitamente, è vero – significa accettare che Israele esiste.
Ecco: che cosa deve succedere perché il governo italiano ascolti la voce che sale da tutto il paese e agisca, rompendo l’accordo di associazione con Israele, cessando di contribuire ad armarlo, riconoscendo le pronunce della Corte internazionale di giustizia sul genocidio in atto e della Corte penale internazionale sulla responsabilità personale di Netanyahu e altri nei crimini di guerra in atto? La stampa e i media ormai sono inondati di immagini e testimonianze, ora che perfino i medici delle ong internazionali a Gaza soffrono la fame e lo denunciano.
Il papa, quasi rispondendo alla preghiera di molti che gli chiedevano di andare di persona a Gaza e farsi guida di una missione di pace, ha definito «barbarie» quello che l’esercito israeliano sta facendo e l’arcivescovo di Siena, Cardinale Lojudice, parla del male più sfrenato e senza logica, che grida vendetta a Dio, e denuncia i «mercanti di morte». Le lettere alle autorità italiane perché protestino contro il sequestro dei pacifisti del vascello Handala e operino con l’Ue e l’Onu per un vero cessate il fuoco inondano le caselle di posta della Farnesina e dell’ambasciata italiana a Tel Aviv.
Le più svariate iniziative pullulano dal basso perché la voce dei più si senta, ultima quella lanciata da Raniero La Valle, Tomaso Montanari, Pax Christi e altri: eleggere domicilio a Gaza, ai sensi del nostro ordinamento che prevede la distinzione fra residenza e domicilio. E moltissimi lo stanno facendo, e inondano l’indirizzo email a cui lo si può comunicare: domiciliatiagaza@primaloro.com.
Un’altra cosa impossibile: ma migliore che star zitti, perché è come preferire rompersi la testa contro l’abissale irrazionalità del male piuttosto che abituarcisi.
Concludo con una piccola testimonianza e un grande grazie. A chi ha lanciato l’iniziativa per cui domenica 27 luglio, alle 22, le campane e le sirene di centinaia di comuni lungo tutto l’arco dorsale della penisola hanno «fatto chiasso», come già aveva chiesto papa Francesco, contro la silenziosa complicità con lo sterminio. E a chi l’ha accolta. I nostri sindaci. Come Alessandro Giari, il sindaco di un piccolo paese sulle colline pisane, che ne ha convinti altri 12: tutta la Val di Cecina scampanava all’unisono.
Come se dalla Sicilia a Parma passando per Assisi avessimo levato al cielo d’estate un fragoroso, disperato, liberatorio cantico delle creature. A Castellina Marittima, alta su una terrazza mediterranea, erano i versi da Alda Marini, cantati un tempo da Milva, a fargli un’eco stralunata, con la voce e il pianoforte di un «Omaggio alle cantanti italiane»: Sono nata il 21 a primavera/ma non sapevo che nascere folle/aprire le zolle/potesse scatenar tempesta…
Daniela Natoli
4 Agosto, 2025 at 11:47Condivido pienamente l’analisi lucida di questo articolo, che evidenzia il coraggio di una mobilitazione “dal basso” di fronte all’inerzia governativa. L’autrice ha messo in luce una verità scomoda: la voce che sale dal paese è più forte del silenzio istituzionale. A mio avviso, sarebbe interessante approfondire un aspetto: quale potrebbe essere la risposta politica concreta a questa denuncia collettiva? L’iniziativa delle campane ha svegliato le coscienze, ma quali passi dovrebbero seguire da parte del governo e della comunità internazionale? Suggerirei di esplorare, magari in un prossimo pezzo, come atti simbolici come questo possano tradursi in cambiamenti di policy (ad esempio stop alla vendita di armi o riconoscimento dello Stato di Palestina). Un dibattito su queste possibili conseguenze arricchirebbe ulteriormente la riflessione già preziosa esposta qui.