EST GERMANIA, AFD SFONDA. E I ROSSOBRUNI SONO AL 14% da IL FATTO e INTERFERENZA
Est Germania, Afd sfonda. E i rossobruni sono al 14%
Il voto – L’estrema destra vola sopra il 30%, ma non governerà. L’ex Linke Wagenknecht batte la Spd. Scholz regge solo un anno
Cosimo Caridi 2 Settembre 2024
La vittoria è parziale, ma la sconfitta totale. Alternative für Deutschland (Afd) ha raccolto oltre il 30 percento dei voti nei due Stati federati, Sassonia e Turingia, dove si sono svolte ieri le elezioni regionali. A Dresda Afd è arrivata al 31.3%, ma i conservatori cristianodemocratici della Cdu (attualmente al governo locale con Spd e Verdi) vincono le elezioni per meno di un punto percentuale. A Erfurt l’estrema destra è diventata il primo partito (33,1%) staccando di quasi 10 punti la Cdu. Seppur con questi numeri, Afd ha poche possibilità di governare. Curiosamente l’estrema destra ha vinto per la prima volta le elezioni nello stesso land dove, nel 1930, il partito nazionalsocialista ottenne per la prima rappresentanza in un governo regionale. Dalla fondazione del partito, 11 anni fa, tutto lo spettro parlamentare ha deciso di creare un cordone sanitario contro Afd e non permettere alleanze di nessun tipo e livello.
La sconfitta è pesante, pesantissima, per il governo federale. In Turingia i tre partiti del governo di Berlino (Spd, Verdi e liberali della Fdp) raccolgono assieme circa un terzo dei voti ottenuti dall’estrema destra. Le elezioni regionali tedesche non hanno mai attirato così tanta attenzione internazionale, ma già con il voto europeo dello scorso giugno, Afd si era affermato come il partito più votato nella Germania orientale. In Sassonia si dovrebbe riproporre un governo di larghe intese, ma per la legge elettorale il risultato di ieri cambierà completamente le dinamiche politiche. Se un partito ottiene un terzo dei seggi in un Bundesrat, parlamento regionale, ha il diritto di bloccare qualsiasi proposta fatta dal governo. Afd guadagna un potere che non ha mai avuto prima. A far paura è soprattutto il leader dell’estrema destra in Turingia: Björn Höcke. L’ex insegnante di storia è stato condannato due volte, in entrambi i casi solo sanzioni pecuniarie, per aver usato slogan nazisti come motti elettorali. Sui media ripetono con ostentazione che Höcke può essere definito fascista per una sentenza. Nell’ultimo decennio Afd si è radicalizzata proprio sotto la spinta di Höcke. Da partito populista ed euroscettico gestito da un gruppo di professori universitari, Afd è passato su posizioni estreme che hanno spinto i servizi segreti tedeschi a definirlo come un “pericolo per la democrazia”. Non secondo i cinque milioni di elettori chiamati alle urne ieri. L’attuale leadership condivisa, Alice Weidel e Toni Chupralla, sta dando sempre più spazio alle invettive contro i migranti del capo del partito in Turingia.
Per i socialdemocratici il quinto posto in Turingia (quarto in Sassonia) è il peggior risultato elettorale della riunificazione. Non è facile che questo abbia un effetto immediato sulla leadership del partito. Olaf Scholz guida l’Spd in una posizione di quasi minoranza, da diversi lati arrivano spinte perché il cancelliere non si ripresenti alle prossime elezioni politiche, settembre 2025. Il suo posto potrebbe essere preso da Boris Pistrorius, l’attuale ministro della Difesa. Il governo federale è forse in una situazione peggiore dei socialdemocratici. Il tasso di popolarità dell’esecutivo è il più basso mai registrato in Germania. Gli abitanti dei länder dell’est sentono una forte disparità rispetti a quelli dell’ovest. I giovani con una buona formazione vanno via per cercare lavori meglio pagati e c’è una bassa percentuale di migranti rispetto al resto del Paese. Questi ed altri fattori rendono, da anni, l’economia stagnante. Inoltre le decisioni prese dal governo di Berlino risultano inaccettabili a molti. Il punto che da oramai 30 mesi ha creato una frattura è il sostegno all’Ucraina. Non solo nell’est della Germania esiste un fattore culturale che fa sentire Mosca più vicina, ma in tanti chiedono che i fondi usati per sostenere l’Ucraina e il riarmo siano investiti per il rilancio dell’economia locale.
Per riconoscere e raccogliere questo malcontento, oltre a Afd, è stato fondato da pochi mesi un nuovo partito (personale): Alleanza per Sahra Wagenknecht (Bsw). Per anni è stata una delle animatrici di Linke, il movimento storico della sinistra, ma dall’inizio della guerra in Ucraina ha assunto posizioni critiche che l’hanno spinta prima ai margini e infine fuori dal partito. Se sui diritti sociali e dei lavoratori Wagenknecht è sovrapponibile all’estrema sinistra, sui migranti ha posizioni di estrema destra. Ieri Bsw, che si è presentava per la prima volta alle elezioni regionali, ha raccolto il 12% in Sassonia e il 15.4% in Turingia. In entrambi i länder ci sarà bisogno del nuovo partito rossobruno per formare un governo. La prospettiva nazionale per Wagenknecht è complessa. Nell’ovest non riuscirà a sfondare, ma sottrae e sottrarrà sempre più voti ai socialdemocratici. Un altro grattacapo per Scholz.
La sinistra neoliberale non riuscirà a salvarci
Federico Giusti • 2 Settembre 2024
La Fazi editore, due anni or sono, con prefazione di Vladimiro Giacchè, ha pubblicato il libro di Sahra Wagenknecht “Contro la sinistra neo liberale”. L’autrice, uscita da Die Linke insieme ad altri parlamentari e attivisti, ha dato vita ad una nuova organizzazione politica: BSW – Per la ragione e la giustizia.
Il libro è stato recensito nel nostro paese da autori e critici autorevoli e quindi non staremo a ripeterci, è un testo vivamente consigliato a chi non abbia pregiudizi e verità precostituite, per quanti vogliano un reale confronto e non la cancel culture, a chiunque pensi non basti avere una buona lettura della realtà senza il coraggio di operare scelte conseguenti.
Sarah Wagenknecht inizia il suo libro con un capitolo dedicato alla emorragia di consensi popolari alle organizzazioni politiche comuniste; oggi la sinistra riscuote voti e riconoscimento in una classe media, colta, informata, assai incline a considerare la Ue come ambito privilegiato o a ritenere la svolta green un cavallo di battaglia sul quale puntare, al contrario invece i ceti popolari votano in buona parte a destra con la sola (parziale) eccezione della Francia.
La prima domanda alla quale rispondere è per quale ragione un elettorato popolare a partire dagli anni ottanta si sia spostato in massa verso posizioni di destra; la risposta diffusa è che davanti alla immigrazione di massa il popolo abbia assunto posizioni razziste, nazionaliste se non proprio xenofobe e reazionarie.
Una tesi assai diffusa ma errata, non si analizza la ragione di questo spostamento epocale comprensibile con la insoddisfazione delle classi subalterne e della loro certezza che nessuno ormai voglia difendere i loro interessi. Veniamo da anni di mancato confronto nelle realtà sociali e lavorative, è scontato prendersela con l’anello debole della catena produttiva o con gli immigrati, o con i fannulloni della Pubblica amministrazione, posizioni destinate a riscuotere successo.
L’avvento della Ue è stato il cavallo di Troia della sinistra, la scusa per abbandonare politiche nazionali favorendo invece i processi di delocalizzazione produttiva e le privatizzazioni, processi che hanno finito con il ripercuotersi negativamente sulle condizioni di vita delle classi meno abbienti.
La liberalizzazione dei mercati finanziari, la ricerca del profitto e della crescita, la cultura del merito e della produttività sono ormai punti fermi del programma politico delle sinistre moderate e le varie desistenze e accordi elettorali con le stesse da parte delle residue formazioni comuniste ha finito con l’aprire una voragine tra movimento comunista e classi popolari.
Il problema non è solo fermare le destre ma salvarsi dal neo liberalismo di sinistra e da quei valori culturali ed etici che va da tempo affermando. Prendiamo ad esempio i Pacchetti sicurezza e le logiche securitarie, siamo certi che oggi non ci sarebbe il decreto 1660 senza anni di caccia alle streghe contro i facchini della logistica, gli occupanti di case, gli homeless, i movimenti sociali o ambientalisti.
All’indomani dell’ingresso nella Ue, e della vittoria elettorale democratica negli Usa, parliamo dei primi anni del secolo, abbiamo assistito alla riduzione degli aiuti sociali, al depotenziamento del welfare, all’innalzamento dell’età previdenziale, al progressivo svuotamento di sanità e previdenza pubblica.
Sono fatti incontrovertibili rispetto ai quali aprire una riflessione dovrebbe essere non solo utile ma doveroso.
In ambito lavorativo tanto il centro sinistra italiano quanto la socialdemocrazia tedesca si sono mossi per ridurre tutele collettive ed individuali, hanno precarizzato il lavoro favorendo il ricorso ad appalti e subappalti, la brutalità economica del sistema capitalistico ha mietuto vittime proprio nelle classi popolari, i ceti senza cultura e con lavori umili e assai poco gratificanti e pagati. E a difendere questi ceti popolari non c’era nessuno regalandoli alla propaganda di destra.
Se pensiamo al Pacchetto Treu e alla Legge Biagi, sono proprio queste scelte ad avere precarizzato il lavoro indebolendo il potere di acquisto dei salari, se estendiamo il ragionamento alle regole contrattuali è palese la perdita del potere di contrattazione con i sindacati tradizionali trasformatisi in piazzisti dei fondi previdenziali e della sanità integrativa, fautori della limitazione del diritto di sciopero
Fare i conti con la realtà è quasi sempre scomodo e non indolore, eppure questi sono i nodi irrisolti da 30 anni ad oggi; una sinistra che salita al potere ha optato per scelte impopolari sottoscrivendo tutti i patti di austerità salariale e di contenimento della spesa pubblica, i dettami di Maastricht hanno determinato la riscrittura anche delle Carte costituzionali con l’obbligo del pareggio di Bilancio.
Anche sul piano fiscale il ragionamento è analogo, la riduzione delle aliquote fiscali avvenuto in 40 anni e sostenuto tanto dal centro destra quanto dal centrosinistra ha spianato la strada alla tassa piatta per gli autonomi e agli sgravi fiscali venduti come aiuto ai salari.
Cosa avremmo dovuto invece fare? Lottare per aumenti salariali adeguati all’aumento del costo della vita, opporci all’aumento dell’età pensionabile e non assumere posizioni compatibili con il neoliberalismo economico per il quale le privatizzazioni e l’aumento delle spese militari sono scelte ineluttabili come anche l’aumento dell’età pensionabile ormai giunta alle soglie dei 70 anni.
Recentemente l’ex ministro Fornero ha sostenuto che in Italia si va in pensione tardi perchè iniziamo a lavorare con almeno 10 anni di ritardo rispetto a quanto avviene in altri paesi Ue.
Chiediamoci la ragione di questa situazione, siamo il paese con il più elevato numero di lavoratori e lavoratrici part time, le ore lavorate si riducono nel tempo, i contratti precari e part time assicureranno un domani assegni previdenziali da fame, intere aree del paese presentano elevate percentuali di disoccupati soprattutto tra gli under 30. Davanti a questa situazione quali sono le risposte politiche e sociali? Sgravi fiscali equamente ripartiti tra lavoratori e imprese, aiuti a fondo perduto alle aziende libere di accumulare profitti con la bassa occupazione.
Siamo certi di non condividere tutte le idee di Sahra Wagenknecht ma i suoi scritti inducono a riflettere ciascuno di noi, basta avere una mente aperta e senza condizionamenti politically correct, fuori dal perbenismo delle idee diffuse a sinistra che ormai rappresentano una oppressione culturale per farci sposare tesi e posizioni diametralmente opposte agli interessi delle classi subalterne.
Chiudo sulla Ue. Diamo per scontato che l’assetto politico del vecchio continente sia quello giusto e la centralizzazione delle decisioni dirimenti nelle mani di una burocrazia ristretta possa tutelare i nostri reali interessi?
Parlare di democrazie sovrane è forse un cedimento a quel sovranismo assunto come cavallo di battaglia delle destre o invece afferma l’idea di una Europa che non si presti a progetti di guerra, che sappia invece cooperare, senza rivalità e senza ostilità?
Proviamo quindi a rimetterci in discussione, facciamolo in fretta senza cedere a ricatti etici e morali, senza scimmiottare le politiche culturali neoliberali statunitensi; sarebbe un buon inizio.
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