ELEZIONI e DEMOCRAZIA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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ELEZIONI e DEMOCRAZIA da IL MANIFESTO

Le false ragioni per l’elezione diretta del Capo dello Stato

Quirinale. “Se fossero stati gli italiani ad eleggere il PdR” si legge in un tweet di Giorgia Meloni “lo avrebbero fatto in un giorno”. Bizzarra argomentazione a favore di una repubblica presidenziale. Ma anche falsa

Pino Ippolito Armino  03.02.2022

Il faticoso travaglio che ha portato alla rielezione di Sergio Mattarella al Quirinale ha dato nuovo impulso alla proposta di elezione diretta del presidente della Repubblica, che fin dall’immediato dopoguerra venne avanzata dall’ex capogabinetto del MinCulPop di Salò, Giorgio Almirante, frattanto divenuto segretario del Movimento Sociale Italiano, erede diretto del Partito Nazionale Fascista.

Non sorprende, dunque, che a riportare in auge questa proposta sia oggi Giorgia Meloni, leader di un partito che rivendica la diretta discendenza dal neofascismo italiano come si evince dalla fiamma che, nel simbolo di Fratelli d’Italia come già in quello del Movimento di Almirante, arde dalla bara di Benito Mussolini. “Se fossero stati gli italiani ad eleggere il PdR” si legge in un tweet di Giorgia Meloni “lo avrebbero fatto in un giorno”.
Bizzarra argomentazione a favore di una repubblica presidenziale. Ma anche falsa.

Il nuovo presidente è stato eletto dai grandi elettori (deputati, senatori e rappresentanti delle regioni) dopo otto votazioni in sei giorni. Negli Usa la campagna elettorale dura anche un anno, tanto passa dalle elezioni primarie per la scelta dei candidati all’elezione del presidente da parte dei delegati dei diversi collegi. In Francia, dove è in vigore un sistema semi-presidenziale, gli elettori votano direttamente il presidente ma dopo una campagna elettorale che dura mesi e dove è possibile un secondo turno di ballottaggio a due settimane dal primo.

Persino a Mussolini, in altre circostanze, non bastò un giorno per essere incaricato dal re di formare un nuovo esecutivo. Il 26 ottobre 1922 iniziava da Perugia la marcia su Roma, due giorni dopo si dimetteva il primo ministro in carica, Luigi Facta, e ci vollero ancora due giorni perché il Savoia cedesse e affidasse al duce il governo.

Se non conoscessimo le qualità del leader di Italia Viva potrebbe, piuttosto, sorprenderci la dichiarazione fatta da Matteo Renzi a favore dell’elezione diretta del Capo dello Stato. Nella riforma costituzionale, da lui voluta e poi bocciata dal referendum del 4 dicembre 2016, dunque 5 anni fa, l’elezione del Presidente della Repubblica restava, infatti, affidata al Parlamento riunito in seduta comune, anche se senza la partecipazione di delegati regionali. Ma l’uomo è volubile come il tempo, si sa. Se, tuttavia, l’effimero pensiero politico dell’uomo che aspira a divenire l’ago della bilancia della politica italiana dovesse saldarsi con la testarda coerenza neofascista di Giorgia Meloni, non pochi danni potrebbero venire al già fragile sistema democratico italiano.

Negli anni abbiamo assistito a una progressiva enfatizzazione dei poteri del Capo dello Stato; si è detto, ed è certamente vero, che questo è stato reso possibile dalla debolezza della politica e dei partiti. Ci si dimentica, però, che la legge 81 del 25 marzo 1993, che ha introdotto l’elezione diretta del sindaco e dei presidenti di provincia, è stata una potente spallata ai partiti e al sistema della rappresentanza di cui erano protagonisti.
Con il nuovo sistema il sindaco e la sua maggioranza, sempre più liste civiche e comitati elettorali costituiti alla bisogna, non necessitano più di intermediazione nel rapporto con i cittadini. Nei consigli comunali si è spento il dibattito e la lotta politica sconta un orizzonte che, salvo imprevisti, è unicamente quello del prossimo turno elettorale.

Le sedi dei partiti sono sparite in tutti i piccoli centri, la qualità del personale politico-amministrativo si è fatta sempre più mediocre. Il processo di disintermediazione della politica dai partiti, iniziato negli anni ’90, sarebbe ulteriormente accelerato da una riforma per l’elezione diretta del Presidente della Repubblica. Esattamente l’opposto di quel che necessita la democrazia italiana: rilanciare il ruolo dei partiti, rafforzare gli organi intermedi tra cittadini e istituzioni, selezionare dal basso le persone che vogliano impegnarsi nell’organizzazione e nella direzione della cosa pubblica.

«Legge elettorale, è l’ora del proporzionale. Ma non per forza delle preferenze»

Il capogruppo di Leu Federico Fornaro. «Migliorare la selezione degli eletti è il primo problema, per arrivarci sono possibili sistemi misti che prevedano anche liste bloccate corte. Per tutelare l’uguaglianza di genere»

Andrea Fabozzi  03.02.2022

«Proporzionale e maggioritario sottintendono due idee diverse di democrazia, rispettabili entrambe. Non c’è un sistema elettorale in assoluto migliore dell’altro, è un abito che va disegnato su misura del paese e della fase storica che vive». Federico Fornaro, deputato capogruppo di Leu, premette sempre questa avvertenza quando lo si interroga sulla legge elettorale. Cosa che capita spesso visto che nel Palazzo è un’indiscussa autorità in materia.

Il re è nudo, le coalizioni non sono più coalizioni, dunque bisogna tornare al proporzionale. Condivide questa, ormai diffusa, opinione?

È indubbio che le coalizioni, in particolare quella di centrodestra, siano uscite a pezzi dall’elezione del presidente della Repubblica. Sia il sistema maggioritario che il sistema misto hanno come fondamento le coalizioni, mentre con il proporzionale gli accordi di governo si fanno dopo, in parlamento di fronte all’opinione pubblica. La storia elettorale italiana ci dice che le coalizioni sono state costruite quasi sempre per vincere e non per governare.

Con il Rosatellum, però, in questa legislatura, sono cambiate tre maggioranza, nessuna delle quali si era presentata come tale agli elettori.

Il Rosatellum è un sistema misto pensato per una struttura bipolare. Con tre poli, la quota maggioritaria che avrebbe dovuto agevolare la governabilità non ha funzionato.

Allora perché cambiarlo se può funzionare come proporzionale?

Il Rosatellum non è una legge elettorale con dietro un’idea di democrazia, è un bricolage. Chi oggi sostiene il proporzionale lo fa anche perché la fase storico politica che stiamo vivendo necessita un rafforzamento della rappresentanza. Le votazioni per il presidente della Repubblica sono solo l’ultimo campanello d’allarme, è necessario ricucire lo strappo sempre più ampio tra opinione pubblica e partiti. Il proporzionale può essere uno strumento migliore del maggioritario perché premia la rappresentanza.

Che però è irrimediabilmente compromessa dal taglio dei parlamentari.

Il taglio dei parlamentari unito al Rosatellum produce una compressione della rappresentanza politica e territoriale, soprattutto per il senato. Faccio l’esempio della Basilicata, dove si eleggeranno solo tre senatori. Con la legge attuale il primo partito prende due seggi, la disproporzionalità e molto elevata e chi scegli un partito mettiamo del 15% non ha alcuna rappresentanza. Il proporzionale per com’è la geografia politico elettorale italiana può riequilibrare questi effetti.

A patto che venga approvata la riforma costituzionale che ha proposto proprio lei eleggere il senato non più a base regionale. Si è persa per strada?

Mi auguro di no, è necessaria per consentire un recupero dei resti a livello nazionale e garantire così che nessun voto vada disperso. Anche l’elettore di un piccolo partito in una piccola regione con il suo voto potrebbe così eleggere un senatore, magari in un’altra regione.

La soglia di sbarramento del 5% inclusa nel testo base dal quale ripartirà la discussione non è troppo alta?

Con una legge elettorale proporzionale serve una soglia ragionevolmente alta. Non per forza il 5% del sistema tedesco perché ogni paese ha la sua storia. Nel 2018 Leu fu l’unica lista tra quelle minori a superare la soglia del 3%. In Italia non c’è mai stata una soglia del 5%, il massimo è il 4% delle europee. Credo sia possibile riflettere sull’unificazione delle diverse leggi su quella soglia, peraltro la stessa del Mattarellum.
Resta il problema dei problemi: una volta assegnate le percentuali ai partiti, come si scelgono gli eletti?

Le liste bloccate hanno allargato il fossato tra elettori e partiti, vanno superate. Ma il ritorno alle preferenze non è l’unica alternativa praticabile. All’interno del modello proporzionale ci sono altre soluzioni, come quella del collegio uninominale di partito che era previsto per il senato fino al 1992 e per le province quando c’era l’elezione diretta. Sono possibili anche sistemi misti, una parte di eletti con le preferenze e una parte con liste bloccate brevi, come erano quelle del Mattarellum. Non ci scordiamo che a una cosa almeno le liste bloccate sono servite: a eleggere il maggior numero di donne. Con le preferenze in teoria potremmo avere un parlamento tutto di uomini.

Dunque, riassumo: proporzionale con recupero dei resti nazionale, soglia al 4%, preferenze e liste bloccate corte. È questa, qui e ora, la sua legge elettorale ideale?

Non ho leggi ideali. Anzi, a rischio di complicare il ragionamento devo dire che è possibile anche un altro modello di proporzionale, quello spagnolo dove i seggi sono assegnati in circoscrizioni senza il recupero dei resti a livello nazionale. Peraltro è un sistema ispirato al primo proporzionale italiano, quello del 1919.

Ultima cosa, se i fan del maggioritario, come appare probabile, proponessero una legge proporzionale ma con doppio turno e premio di maggioranza?

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