DALLA COREA ALL’IRAQ: L’ANTICA ILLUSIONE DEGLI USA DI CAMBIARE I REGIMI USANDO LE BOMBE da IL FATTO e SINISTRAINRETE
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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DALLA COREA ALL’IRAQ: L’ANTICA ILLUSIONE DEGLI USA DI CAMBIARE I REGIMI USANDO LE BOMBE da IL FATTO e SINISTRAINRETE

Il libro: Dalla Corea all’Iraq, l’antica illusione degli Usa di cambiare i regimi usando le bombe

Riccardo Antoniucci  3 Marzo 2026

Escalation. “Decapitare la leadership non fa che radicalizzare i loro successori”

Ci sono fondati motivi per non credere che “i cambi di regime possano piovere dal cielo”, come ha detto Keir Starmer ieri. Sono almeno 33, secondo il politologo americano Robert Pape, esperto di sicurezza internazionale e terrorismo, e direttore del Project on Security and Threats dell’Università di Chicago. Pape li ha elencati già nel 1996, in un saggio intitolato Bombing to Win: Air Power and Coercion in War, in cui rifiuta le teorie neo-con entusiaste della “vittoria a basso costo” garantita dalla supremazia aerea, e passando in rassegna la guerra di Corea del 1950-1953, il pantano del Vietnam, le guerre contro l’Iraq di Saddam Hussein e quelle in Bosnia conclude che la sola potenza aerea “non può essere decisiva, il massimo che può fare è ridurre i costi che le forze terrestri amiche devono sostenere per sconfiggere le forze nemiche sul campo”. Al contrario, le strategie basate sul colpire civili, infrastrutture economiche o leadership hanno un’efficacia scarsa o nulla quando si tratta di far crollare un regime politico, tanto più se basato su un’identità ideologica.

A trent’anni dal saggio del politologo, il problema si ripropone: a Gaza, Israele ha dovuto intervenire via terra per “debellare Hamas” (senza riuscirci per ora). In Iran, Washington e Tel Aviv provano a ottenere lo stesso obiettivo solo con le bombe. Invece il saggio di Pape mostra che quando gli Usa hanno vinto le guerre, come quella del Golfo nel 1991, lo hanno fatto perché i bombardamenti sono stati combinati a interventi sul campo della coalizione, e hanno spinto Saddam Hussein a ritirarsi dal Kuwait. Pape giudica “efficace” anche la campagna Nato in Kosovo, perché si accompagnava alla minaccia credibile di azione terrestre contro la Serbia. All’opposto hanno funzionato la sopravvalutazione della forza aerea da parte degli Usa. Oggi queste lezioni storiche sembrano interrogare anche l’amministrazione Usa. Il presidente non esclude i boots on the ground, se ne avremo bisogno, nonostante il suo ministro “della Guerra” Pete Hegseth non confermi piani in questo senso. Ancora meno efficace, spiega Pape, è la “decapitazione” del leader per via aerea. “Il regime al potere rimane invariato. Certo, i leader vengono uccisi, ma vengono sostituiti da persone molto simili. E i nuovi leader saranno più aggressivi e inclini ad adottare misure più radicali, anche militari. Sono questi i due scenari a cui bisogna prepararsi dopo l’attacco contro l’Iran” di Usa e Israele, ha detto ieri Pape a Mediapart. Khamenei è l’ultimo su una lista che comprende Muammar Gheddafi nel 2011 e lo stesso Saddam Hussein. Ma si potrebbe aggiungere l’Afghanistan, e più di recente “il successo” del sequestro di Nicolás Maduro, che però si è tradotto più in una transizione di potere controllata che in un regime change.

“La storia – dice Pape – dimostra che i bombardamenti strategici sono il modo meno efficace di utilizzare il potere aereo a fini coercitivi” contro uno Stato a cui si vuole imporre un cambiamento politico. “In primo luogo, la punizione non funziona. Gli Stati nazionali moderni hanno soglie di tolleranza molto elevate quando sono in gioco interessi importanti, e le munizioni convenzionali non sono in grado di superarli”. “I bombardamenti pesanti producono apatia, non ribellione”, aggiunge: tema sensibile, quando si tratta della scommessa trumpiana di suscitare una rivolta popolare in Iran che rovesci gli ayatollah. “Nessuna bomba è una bacchetta magica”, chiarisce Pape: neanche se è una Gbu-57, quella usata l’anno scorso contro i siti nucleari iraniani.

L’illusione della testa tagliata: perché l’Iran non è un videogioco

Andrea Zhok  02/03/2026

Esultano per un assassinio credendo nella libertà. Ignorano struttura, consenso e martirio. Scambiano geopolitica per videogame. Il risultato? Odio consolidato, vendetta inevitabile, caos permanente spacciato per emancipazione democratica

Ho appena visto un filmato con festeggiamenti in una città italiana di alcuni giovani – una ventina -, figli di esuli iraniani, che gioiscono perché, parole testuali:

“E’ morto Khamenei, la dittatura è finita”.

Ora, premesso che quando si è giovani dire e credere scemenze rientra tra i diritti umani, è difficile immaginare una maggiore lontananza dalla realtà.

Sorvoliamo sui dettagli volgarmente etici, come il fatto che state festeggiando perché una potenza nucleare ha appena assassinato l’equivalente sciita del papa.

Sono banalità, mi rendo conto, e aver sdoganato l’assassinio politico come forma di civiltà oramai non fa più notizia (ricordo però sommessamente che il senso delle norme morali sta nella loro universalità, nella loro implicita reciprocità: ergo quando legittimi un assassinio politico laggiù, legittimi ogni assassinio politico, anche quando lo scenario sarà casa tua.)

Ma passiamo oltre.

Ciò che mi colpisce è la sequenza di insensatezze, che messe in fila rasentano uno stato allucinatorio.

Primo, il regime iraniano può legittimamente non piacere, tuttavia NON è una dittatura ma una complessa struttura istituzionale, con meccanismi di sostituzione per elezione o cooptazione delle proprie classi dirigenti. Dunque letture che immaginano che la decapitazione del vertice implichi la caduta del sistema (come se valesse il Fuhrerprinzip) sono prive di senso.

Secondo, in Iran (e nel resto del mondo sciita) il seguito personale di Ali Khamenei era enorme. Per vederlo basta guardare alle odierne manifestazioni di piazza in Iran e al fatto che dall’Iraq al Pakistan, le varie comunità sciite stanno mettendo a ferro e fuoco le ambasciate americane. Che un seguito del genere, rivolto a un leader religioso, possa essere cancellato con un assassinio politico è qualcosa che può funzionare solo in un videogioco. Qualunque cosa succederà, quali che siano gli esiti del conflitto in corso, quel seguito popolare per un martire rimarrà cristallizzato e consolidato nella popolazione. Quand’anche domani scendesse a Teheran l’erede dello Scià a governare, con una robusta guardia di pretoriani americani, egli si troverà a governare quel popolo. E questo significa che un’operazione del genere nasce morta, potendo al massimo produrre una guerra civile perenne.

Ergo, ciò che quei fanciulli stanno festeggiando è nell’ordine:

l’assassinio politico di un capo di stato,

la sua sostituzione con qualcuno che si sentirà in dovere di vendicarlo,

il consolidamento all’interno di gran parte della popolazione iraniana di un odio duraturo verso i “liberatori”.

Il migliore degli esiti possibili di questa dinamica, in un’ottica antiregime, è la distruzione della Repubblica Islamica e la sua sostituzione con un Iraq (o Libia) 2.0, uno stato fantoccio con una perenne guerra civile serpeggiante in corso.

Che questo esito sia perfettamente desiderabile per americani e israeliani è chiaro. Ma che questo possa essere festeggiato da qualcuno che pensa di parlare a nome del popolo iraniano, per il bene del popolo iraniano, per la libertà del popolo iraniano, questo lascia davvero esterrefatti.

Siccome questi ragazzi studiano nelle nostre università, l’impressione è che essi siano un sintomo della nostra catastrofe culturale, della nostra incapacità di analizzare la realtà, preferendo invece sostituirla con scorciatoie moraleggianti, dove anche la morale, tuttavia, è rimpiazzata da spot e jingle pubblicitari.

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