CONFUCIO, LEZIONE PER L’OCCIDENTE da IL FATTO
Confucio, lezione per l’occidente
Franco Cardini 9 Agosto 2025
I presupposti della nostra matematica sono nel pensiero indiano di tremila anni fa; arabi e persiani influenzarono la filosofia greca e la medicina; la scienza dello Stato ha fondamento nella Cina degli Han
L’ormai celebre “Documento Valditara” sull’insegnamento della storia nelle scuole primarie e secondarie d’Italia è già divenuto a modo suo un “classico”. Richiamiamone dunque qualche aspetto.
Il suo garante scientifico, professor Ernesto Galli della Loggia (un caro amico e uno studioso di tutto riguardo), ha assicurato, in apertura di quel testo e chiamando a testimone addirittura Marc Bloch, che solo l’Occidente conosce la storia: più tardi, rispondendo ad alcune polemiche prese di posizione, ha ammesso che anche altre civiltà hanno trovato accesso a una loro dimensione storica, ma ha precisato che solo la civiltà occidentale ne ha conseguito piena e precisa consapevolezza. Le parole usate al riguardo sono state altre: ma il senso era quello.
Ebbene, fuori da qualunque polemica strumentale, è il caso di replicare che le civiltà non sono “monadi senza finestre” come le immaginava Spengler e in grado solo di scontrarsi fra loro come vorrebbe Huntington, ma che al contrario (monogenetica o poligenetica che sia la loro origine) comunicano fra loro per quanto medi e tempi di tale comunicazione spesso ci sfuggano. La circolazione di motivi e di figure culturali, così come quella degli esseri umani e delle merci, ha radici profonde che almeno fino ad oggi sono in gran parte al di fuori della portata della nostra indagine. Chi potrà mai affermare con totale e assoluta sicurezza che tra gli annali narrati nelle stele e sui papiri egizi e quelli scritti sui rotoli di seta o di bambù o di carta cinesi non esistano antichissime, occulte relazioni? Sappiamo bene quanto il pensiero indiano di età vedica abbia influenzato la civiltà persiana e quella ellenica e quanto Pitagora sia debitore al pensiero brahmanista: ma quali rapporti effettivi potevano legare la cultura ellenica di Erodoto, di Tucidide e anche di Platone e Aristotele a quella per esempio di Confucio, vissuto nel regno cinese feudale di Lu, nello Shandong, fra 551 e 479 circa a.C., cioè all’inizio dell’“età classica” del pensiero greco?
La drastica affermazione di segno valditariano a proposito della superiorità dell’Occidente sulle altre culture (e magari, al suo interno, del primato italiano), ammettendo che anche altre civiltà abbiano avuto una qualche percezione dell’importanza della dinamica spaziotemporale espressa dalla storia, precisa però che nessuna di loro ha raggiunto al riguardo l’autocoscienza espressa dal pensiero occidentale. Il che sembra un modo per affermare che nessuno ha mai raggiunto la profondità di esso nell’ambito che ne riguarda il senso e il significato. Insomma, nessuno è riuscito a sviluppare un pensiero “all’occidentale” come hanno fatto gli occidentali. Il che equivale a un’aurea citazione che potrebbe essere uscita dalla labbra di Roberto Benigni: “La bistecca alla fiorentina come la fanno i fiorentini un la fa nessuno, ovvìa”.
Ma il livello raggiunto dalla globalizzazione e dagli strumenti del progresso scientifico e tecnologico e le possibilità straordinarie d’indagine del reale e delle prospettive futuribili che informatica e telematica ci forniscono adesso ci permettono ormai di riprendere a un livello incommensurabilmente più profondo la vecchia tematica già tentata tra XIX e XX secolo dalla cultura occidentale (soprattutto in Inghilterra e in Germania) con gli strumenti a suo tempo giudicati incomparabili e oggi ormai desueti della Weltgeschichte o World History all’insegna del vecchio comparativismo in termini storici, filologici e antropologici. I giovani di oggi, figli del tempo e dello spazio globalizzato, hanno senza dubbio bisogno di rafforzare la consapevolezza delle loro radici etnoculturali: ma al tempo stesso necessitano di strumenti che consentano loro di comprendere bene il tempo nel quale viviamo e nel quale confluiscono eredità di culture profondamente differenti dalla nostra e che hanno contribuito al pari della nostra alla vita odierna. Lo sappiamo o no che i presupposti delle nostre scienze matematiche stanno nel pensiero indiano di tremila anni fa? Che la filosofia greca e la medicina arabo-persiana vennero importate in Occidente tra X e XII secolo grazie a traduzioni di testi attraverso le lingue araba e persiana? Che la nostra scienza amministrativa che sta alla base dello stesso Stato moderno è stata importata in Europa nell’Ottocento per iniziativa dei funzionari di Sua Maestà Britannica i quali s’ispiravano alle scuole imperiali fondate fino dal VII secolo d.C. e dotate di norme sistematiche da Wu, il primo imperatore della dinastia Han (141-187 a.C.), pensate per la selezione qualitativa dei funzionari pubblici allevati nel clima del pensiero confuciano e improntati su una rigorosa base me-ri-to-cra-ti-ca (le interessa, ministro Valditara?) di pubblici esami. La lotta alla corruzione, da noi pratica tardiva e sovente interrotta o fiaccamente portata avanti, è un Leitmotiv nella millenaria storia cinese.
Quanto alla storia, i più antichi testi ad essa relativi – tutti del primo millennio avanti Cristo e difficili da datare – sono i “classici” attribuibili a Confucio come lo Shu Ching (Libro delle storie), lo Shi-Ching (Libro delle Odi), lo I Ching (Libro dei Mutamenti), che si presenta come un manuale filosofico-divinatorio ma che le glosse apposte al quale nel tempo abilitano a un uso critico di segno eminentemente storico. Vale la pena di ricordare che Confucio è vissuto a cavallo tra VI e Vsecolo a.C., grosso modo al tempo in cui Pitagora diffondeva in Italia la cultura d’origine indiana, mentre Erodoto (490ca.-424) è nato più o meno verso la fine della vita del grande filosofo cinese e Platone è vissuto tra la metà del V e quella del IV secolo?
Confucio fu il filosofo razionalista dell’ordine civile come specchio e riflesso dell’ordine cosmico: per lui il primato pratico dell’etica e della politica come arte del governo costituisce il fondamento della convivenza umana nel reciproco rispetto delle persone e del ruolo di ciascuna di esse. Il più celebre racconto a carattere storico a lui attribuito, gli Annali delle Primavere e degli Autunni (Ch’un-ch’iuū) analizza gli eventi tra VIII e V secolo a.C.: e bisogna andarci molto piano prima di dichiaralo “inferiore” agli scritti di Erodoto. Il confucianesimo come culto pubblico di Stato venne inaugurato dall’imperatore Wu e rimase da allora praticato, con alquanti intervalli e molte modifiche, senza che ciò impedisse nella grande Cina la diffusione dei grandi culti mito-religiosi taoista e buddhista e perfino – con alcune difficoltà ulteriori – delle religioni storiche e universalistiche dell’Islam e del cristianesimo. La base della regola pratica di vita civile nel Celeste Impero e più tardi nella stessa repubblica democratica nata con la rivoluzione comunista è rimasta la pratica della saggezza confuciana. Non ce n’è abbastanza, signor ministro, per invitarLa a rivedere le Sue granitiche certezze circa la superiorità dell’Occidente?
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