“COMPRAVENDITA DI PERSONE UMANE” da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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“COMPRAVENDITA DI PERSONE UMANE” da IL MANIFESTO

Il suicidio dei “valori occidentali”

In una parola La rubrica settimanale a cura di Alberto Leiss

Alberto Leiss  08/07/2025

«Mentre il buio calava sull’Afghanistan, domenica 7 ottobre 2001, il governo statunitense, appoggiato dalla Coalizione internazionale contro il terrore (il nuovo, ubbidiente surrogato delle Nazioni Unite), ha lanciato un attacco aereo contro l’Afghanistan. I canali televisivi hanno indugiato su immagini animate al computer di missili da crociera, bombardieri Stealth, missili Tomahawk “bunker buster” (buca-bunker) e bombe Mark 82 ad alto potenziale. (…) All’Onu, ridotta ormai a una sigla vuota, non è stato neppure chiesto di autorizzare gli attacchi aerei. (Come ha detto una volta Madeleine Albright: “Gli Stati Uniti agiscono multilateralmente quando possono, e unilateralmente quando devono”)».

Ho trovato una vecchia copia del libro di Arundhati Roy Guerra è pace (edito da Guanda), con l’accento sulla “e”. È il titolo di uno dei due scritti che aprono la raccolta. Dedicati molto polemicamente alla guerra scatenata dagli Usa dopo l’attentato alle Torri di New York.

Ne cito qualche riga dopo aver letto l’editoriale di Ezio Mauro su La Repubblica di domenica (Il nuovo ordine e la sinistra con poca voce). Il mondo per Mauro sembra improvvisamente aprirsi a un’epoca in cui «il caos si è fatto proposta politica», a un futuro «che ha perso la garanzia gloriosa dell’avvenire, sganciandosi dal legame con il progresso per galleggiare nel buio delle incognite».

È un mondo che deve essere ridefinito ma «al tavolo dove si decide il nome da dare alle cose, l’alfabeto con cui scrivere la nuova gerarchia, la sinistra non c’è».

Sembra che soprattutto il modo di fare politica di Trump abbia alzato improvvisamente il velo su questa specie di catastrofe. Ma le scelte americane già un quarto di secolo fa avevano compiuto strappi, sia sul piano delle relazioni internazionali, sia su quello dello stato di diritto, che non si sono più ricuciti. Scelte che coinvolgevano i repubblicani Bush e i democratici Albright e Clinton.
Mauro scrive delle illusioni occidentali dopo l’89 e la fine del «secondo totalitarismo» novecentesco. Ma proprio l’attacco alle Due Torri, osserva, aveva fatto subito capire che i sacri principi che l’Occidente considera universali in realtà, proprio perché occidentali, vengono rifiutati e combattuti «dall’altra parte del mondo». Qui colpisce come il terrorismo praticato da una fazione integralista islamica – peraltro armata e fatta crescere dagli Usa in funzione antisovietica in Afghanistan – venga fatta coincidere con l’«altra parte» del mondo intero.

E certo la sinistra sopravvissuta alla fine del “socialismo reale” – sia nelle versioni socialdemocratiche che in quelle post comuniste – oggi appare in grande difficoltà. Ma che dire delle culture liberaldemocratiche e anche cattolico-democratiche, che non da oggi hanno sempre di fatto legittimato gli strappi a quei famosi principi, ripetuti di decennio in decennio proprio dalle “nostre” democrazie?

Ci sentiamo “assediati” dagli autocrati, ma dove finisce la nostra diversità se siamo i primi a vedere nel riarmo e nella guerra l’unica risposta possibile all’aggressività altrui, e soprattutto se continuiamo a stracciare i principi del diritto in nome dei quali ci sentiamo tanto “superiori”? Non solo gli Usa ora si dedicano alla deportazione dei migranti stranieri indesiderabili (destinati persino al Kosovo). Fanno così altri Stati europei a cominciare dall’Italia.

E la stessa Commissione europea benedice questa prassi. I “paesi terzi” accettano il «lavoro sporco» o perché sono troppo deboli per rifiutare e soprattutto perché ricevono denaro in cambio. Ieri mattina a Radio 3 ho sentito la definizione giusta: è la compravendita di persone umane.

Se il fuoco divampa a Est

Medio Oriente L’attacco di Israele e Stati uniti contro l’Iran apre lo scenario catastrofico di una nuova grande guerra in Medio Oriente. Che rischia di diventare un conflitto nucleare

Richard Falk  08/07/2025

Ancora una volta, il mondo si sta avvicinando pericolosamente alla soglia di una grande guerra in Medio Oriente, con Israele fa il lavoro sporco dell’imperialismo post-coloniale occidentale sotto l’egida congiunta Israele/Stati Uniti, mentre gli Usa intervengono nella misura in cui il loro aiuto è ritenuto necessario. In cambio, Stati uniti ed Europa si astengono dal sorvegliare il genocidio in corso a Gaza e concedono a Israele piena impunità per intraprendere un’ulteriore fase di espulsione forzata su larga scala dei palestinesi da Gaza e dalla Cisgiordania, e in prospettiva persino da Israele stesso nei confini precedenti al 1967.

PER COMPLETARE la missione di distruggere il programma nucleare iraniano, Israele aveva bisogno di più della complicità americana, poiché non disponeva né di bombe ad alta penetrazione né di bombardieri simili ai B-2 per colpire in modo efficace le installazioni nucleari sotterranee dell’Iran. L’ironia è che gli attacchi statunitensi del 21 giugno contro i tre impianti nucleari hanno fornito all’Iran una giustificazione impeccabile secondo il diritto internazionale per rivendicare il diritto alla legittima difesa contro l’aggressione . L’Ayatollah Khamenei ha promesso ritorsioni, e ha effettivamente reagito in misura limitata, ma resta incerto se darà pieno seguito a tale minaccia. Dipenderà probabilmente dai mezzi a disposizione dell’Iran per lanciare un attacco sufficientemente efficace contro asset strategici statunitensi, in particolare contro alcune delle basi militari Usa nella regione.

È PLAUSIBILE che Israele continui a portare avanti tattiche volte a promuovere un cambio di regime in Iran, indipendentemente dal fatto che Teheran risponda agli attacchi statunitensi o scelga di rimandare la propria reazione. Una delle complessità giuridiche che l’Iran deve affrontare è che molti obiettivi strategici americani si trovano in paesi arabi attualmente in pace con Teheran. Questi governi potrebbero rivendicare la legittima difesa nel caso di una violazione della propria sovranità territoriale da parte iraniana, e al contempo mettere in discussione la sicurezza garantita dalla presenza militare statunitense sul proprio territorio sovrano.

Resta da vedere se il mondo continuerà a tenersi da parte mentre Usa e Israele, in un’apocalittica escalation con l’Iran, spingono il mondo verso una nuova guerra globale. Tale incertezza persiste nonostante l’evidente rischio dell’impiego, di armi di distruzione di massa. Con Trump e Netanyahu al comando, c’è la concreta prospettiva di un’ulteriore espansione del conflitto, con poche salvaguardie politiche in grado di scoraggiare minacce nucleari. Negli Stati uniti esiste una forte pressione pubblica affinché le guerre vengano combattute senza boots on the ground, minimizzando così le perdite americane. L’opzione di fare affidamento su missili, bombardieri e droni rende allettante per la leadership Usa/Israele scommettere sulla credibilità della propria minaccia per ottenere l’esito desiderato in Iran, anche a costo di mostrarsi disposti a usare armi nucleari per raggiungere i propri obiettivi strategici.

UN’APOCALISSE nucleare non è attesa né auspicata, ma si prepara il terreno per un simile scenario catastrofico. Come la storiografia ha mostrato, il mondo fu estremamente fortunato a evitare la guerra nucleare durante la crisi dei missili di Cuba del 1961. Potrebbe non essere altrettanto fortunato oggi, con leader molto meno prudenti rispetto a Kennedy e Kruscev.

Dopo 12 giorni di guerra, si è giunti a un fragile cessate il fuoco, frutto per lo più della diplomazia di Trump, che ha condannato sia l’Iran sia – sorprendentemente – Israele per la continuazione delle ostilità. Trump ha dichiarato la guerra una grande vittoria per l’asse Israele/Usa, formulando una valutazione frettolosa ed esagerata dei danni alle strutture nucleari iraniane, sostenendo che il programma sia stato permanentemente compromesso o perlomeno ritardato di almeno cinque anni.

L’effetto più grave della guerra con l’Iran è stato l’aumento dell’incentivo per Teheran a dotarsi dell’arma nucleare, sia come deterrente, sia come reazione alla perdita di fiducia nella cooperazione con l’Agenzia internazionale per l’energia atomica. Ora, alti funzionari iraniani hanno dichiarato che Teheran potrebbe decidere di ritirarsi dal Trattato di non proliferazione.

LA LEZIONE è chiara: uno stato ha più probabilità di essere attaccato se non possiede armi nucleari. Il caso della Corea del Nord è emblematico della “tolleranza”, mentre Iraq, Libia e Ucraina sono stati attaccati mentre sviluppavano armi (Iraq), dopo aver abbandonato i propri programmi (Libia), o dopo aver rinunciato al proprio arsenale (Ucraina).

Il messaggio generale è un colpo devastante per la non proliferazione: gli stati che possiedono armi nucleari non vengono attaccati, mentre quelli con solo armi convenzionali sì. Questo messaggio è rafforzato da due fattori: primo, le minacce continue da parte di Israele e Stati Uniti di rompere il cessate il fuoco se l’Iran dovesse ripristinare il proprio programma nucleare e tornare a essere una “quasi” potenza nucleare. I due paesi attaccanti hanno riaffermato la propria intenzione di fare «tutto il necessario» per impedire che l’Iran si doti dell’arma nucleare – ma il conflitto dei 12 giorni ha dimostrato che le valutazioni dell’intelligence non sono immuni alle manipolazioni politiche.

IL FRAGILE cessate il fuoco e il prevedibile scontro di volontà che ne minaccia la durata mettono in luce l’ipocrisia morale dell’Occidente, data l’assistenza fornita a Israele decenni fa per dotarsi di armi nucleari. Inoltre, mentre l’Iran è oggetto di aggressioni militari, Israele – con un lungo record di illegalità internazionale e uso della forza extraterritoriale – continua indisturbato a sviluppare il proprio arsenale nucleare, rimanendo al contempo fuori dal Trattato di non proliferazione.
Stabilizzare il cessate il fuoco e aprire la strada a una vera non proliferazione in Medio Oriente potrebbe indurre il volubile Trump a promuovere una denuclearizzazione regionale, rendendola credibile con la richiesta che anche Israele vi aderisca, pena la perdita del sostegno statunitense. Una simile posizione gli permetterebbe di rilanciare la propria promessa – finora disattesa – di tenere l’America fuori da guerre infinite. Israele potrebbe anche essere spinto a riconsiderare la propria posizione se non potesse più contare sul sostegno americano nei futuri conflitti con l’Iran.

In conclusione, è altamente probabile che sia Israele a rompere il cessate il fuoco, invocando una minaccia rinnovata da parte dell’Iran, o se dovesse intravedere l’opportunità di sostenere le forze di opposizione interna per rovesciare il regime. Questo potrebbe dare luogo a una pericolosa ripresa delle ostilità, con un’estensione del conflitto a tutta la regione e il coinvolgimento di Russia, Cina e Stati Uniti.

UNO SCENARIO molto meno probabile – ma decisamente più auspicabile – sarebbe una nuova iniziativa volta a istituire una zona denuclearizzata in tutto il Medio Oriente. Ciò implicherebbe che Israele rinunci alle proprie armi nucleari, ma in cambio potrebbe ottenere la normalizzazione dei rapporti con i paesi della regione, alleviando al contempo la macchia del genocidio di Gaza. Questo percorso non porterebbe solo a un Medio Oriente libero dal nucleare e a una riduzione del conflitto, ma potrebbe essere il preludio a pace e prosperità regionali. Sembra un sogno, date le circostanze attuali, ed è proprio questo a rendere lo scenario più probabile un incubo, fatto di una nuova guerra su vasta scala e di un’altra catastrofe umanitaria in una regione che conosce solo sofferenze di massa dalla fine della Seconda guerra mondiale.

* Special rapporteur all’Onu sui territori palestinesi occupati dal 2008 al 2014

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