CARI SALA, FONTANA e DRAGHI… da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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CARI SALA, FONTANA e DRAGHI… da IL MANIFESTO

Cari Sala e Fontana, il Pnrr ci offre un’alternativa

Nord contro sud. L’Italia ha ricevuto, in percentuale della popolazione e del reddito pro-capite, una quantità di risorse comunitarie come nessun altro paese della Ue proprio perché esiste un enorme divario interno tra Nord e Sud

Tonino Perna  16.02.2022

La recente polemica, nata dalle esternazioni del sindaco Sala e del presidente della Lombardia Attilio Fontana nei riguardi del Sud, non va presa sottogamba, come un incidente di percorso. Invece va considerata come un segnale, preoccupante, per il futuro del nostro paese. Quello che Sala e Fontana sostengono lo pensano in tanti amministratori: visto che il Sud non è in grado di utilizzare il 40% delle risorse del Pnrr, tanto vale farle gestire alle regioni del Centro-Nord piuttosto che restituire queste risorse a Bruxelles. C’è una parte di verità in queste affermazioni e tanta parte di mistificazione e strumentalizzazione. Innanzitutto, dovremmo chiarire una questione di fondo. L’Italia ha ricevuto, in percentuale della popolazione e del reddito pro-capite, una quantità di risorse comunitarie come nessun altro paese della Ue proprio perché esiste un enorme divario interno tra Nord e Sud.

Per questa ragione, tra gli obiettivi prioritari del Pnrr c’è la riduzione del divario territoriale, e nessun altro paese Ue ne ha uno così marcato che coinvolge un terzo della sua popolazione, ovvero 20 milioni di abitanti con un reddito pro-capite del 40% inferiore a quello dei 40 milioni di abitanti del Centro-Nord. E se prendiamo gli estremi ci rendiamo meglio conto di che cosa parliamo: Il reddito pro-capite della Calabria è di 12.700 euro a fronte degli oltre 36.000 euro pro-capite della Lombardia, regione che ha un tenore medio di vita superiore alla media della Francia e del Regno Unito. E non è solo una questione di reddito o di consumi, ma della quantità e qualità dei servizi, dei Livelli essenziali di assistenza (Lea), della qualità dell’istruzione, dei trasporti, ecc.

Senza la presenza di un divario così grande l’Italia non avrebbe ottenuto i 191,5 miliardi di euro, di cui 68,9 a fondo perduto, pari a circa il 27% di tutto il plafond messo a disposizione da Bruxelles per tutti i 27 paesi della Ue. Allo stesso tempo, non si può negare che esista un serio problema di progettazione e gestione di queste risorse da parte degli enti locali meridionali. Non che nel resto del paese la situazione sia brillante, ma è indubbio che negli ultimi dieci anni le regioni meridionali abbiano speso mediamente solo tra il 25 e il 30 % delle risorse comunitarie disponibili. Questo non significa che si debbano trasferire questi flussi finanziari nel Centro –Nord creando una ulteriore divisione, potenzialmente irreversibile e insostenibile. Fra l’altro, il contributo comunitario va a compensare la riduzione degli investimenti pubblici nel Mezzogiorno che, tra il 2008 e il 2018, sono passati da 21 miliardi a poco più di 10.

Se non ci arrendiamo allo status quo possiamo immaginare una alternativa.

Gli enti locali meridionali, a partire dall’Anci, stanno chiedendo insistentemente al governo di dotare le amministrazioni locali di tecnici ed esperti in grado di utilizzare queste risorse del Pnrr. Richiesta sacrosanta che dovrebbe compensare il danno che hanno subito le amministrazioni locali, in tutta Italia, con il blocco del turn over e il taglio di oltre 12 miliardi di contributi statali. Ma non basta. Bisognerebbe mettere insieme i Comuni del Nord, Centro e Sud per una cooperazione fattiva sul piano della transizione ecologica, della digitalizzazione, dell’Istruzione e Ricerca, della Salute. I Comuni delle aree più ricche avrebbero il vantaggio di trovare ulteriori occasioni di lavoro per le imprese del loro territorio, mentre i Comuni delle aree più povere avrebbero il vantaggio di vedere implementati le idee progettuali a cui hanno pensato, ma difficilmente riuscirebbero a realizzare. Sarebbero auspicabili dei gemellaggi tra territori con caratteristiche e problematiche simili. Per esempio, i Comuni collinari e montani dell’Etna con quelli del Trentino, oppure i Comuni della costa jonica calabrese con quelli liguri.

Ancora meglio, come ha suggerito Pino Ippolito in un recente convegno on line, servirebbe una piattaforma a livello nazionale dove ogni Comune immette i propri bisogni, necessità, e anche disponibilità di white list di tecnici e di imprese nel proprio territorio con esperienze virtuose. Il Pnrr potrebbe diventare la grande occasione, storica, per un incontro tra Nord e Sud, nel nome della trasparenza e della cooperazione, che rilancerebbe, al di là della retorica, l’Unità reale del nostro paese.

I mali della nostra economia, dagli anni ’60 a oggi

Lavoro e dignità. Nella Nota aggiuntiva al Bilncio, nel 1962, Ugo La Malfa delineava il piano inclinato: esportazioni, bassi prezzi, emigrazione dal Sud senza modifiche alle strutture produttive. Oggi Draghi richiama lo sviluppo del Dopoguerra senza far tesoro delle critiche a uno sviluppo solo quantitativo indicate dal leader repubblicano di cui si dichiara estimatore

Laura Pennacchi  16.02.2022

La nostra Costituzione deriva dalla centralità del binomio lavoro/dignità,“dignità sociale”. Ed è su tale aggettivazione che il presidente Mattarella fonda la fascinosità, e insieme la perentorietà, dei suoi richiami a “riannodare il patto costituzionale tra gli italiani e le loro istituzioni”. Metteranno drasticamente alla prova la nostra capacità di corrispondere a tali richiami i cruciali appuntamenti che ci attendono nell’anno appena iniziato, primo fra tutti la negoziazione di una riforma del “Patto di stabilità e di crescita” europeo che consenta di mantenere vivo lo slancio “rivoluzionario” embrionale del Next Generation Eu. Dovremmo trarre insegnamenti dalle ricorrenze preziose che quest’anno decisivo ci riserba.

Presto ricorrerà il sessantesimo anniversario della “Nota aggiuntiva alla Relazione generale sulla situazione economica del Paese” che Ugo La Malfa, ministro del Bilancio del governo presieduto da Amintore Fanfani, presentò al Parlamento il 22 maggio 1962. Essa contiene, oltre alla denunzia delle conseguenze squilibranti dello sviluppo tumultuoso ma disordinato del dopoguerra – il “miracolo economico” con forte impronta liberistica ante litteram “non programmatoria” –, quattro suggestioni che andrebbero oggi integralmente riprese.

La prima è racchiusa nella stigmatizzazione dell’accento posto, nella fase successiva alla fine della seconda guerra mondiale, su una accelerata liberalizzazione degli scambi con l’estero e su un recupero forzato di condizioni di competitività, accento che ha spinto il sistema economico nazionale verso le esportazioni, creando un grave squilibrio tra domanda interna e domanda estera, esponendo il paese oltre misura “alle vicende della congiuntura internazionale” e spingendo l’industria manifatturiera “lungo la linea del potenziamento delle strutture esistenti … con un impiego proporzionalmente minore di capitale”.

La seconda suggestione sottolinea il legame tra la corsa spasmodica verso esportazioni caratterizzate da una competitività prevalentemente “di prezzo”, spingendo le imprese del Nord a reclamare una mano d’opera a basso costo, e gli enormi trasferimenti di popolazione e di forze di lavoro dalle regioni meridionali meno sviluppate, trasferimenti che, mentre hanno congestionato il Nord e provocato al Sud “il diffondersi di situazioni di abbandono e di regresso senza speranza e un generale deterioramento dell’assetto territoriale”, non sono stati in grado di indurre “profonde modificazioni delle strutture produttive”.

La terza suggestione riguarda la sottolineatura del fatto che l’avanzamento economico e il raggiungimento di più elevati livelli di reddito e di consumi “lasciano scoperta … un’ampia serie di bisogni” la cui importanza emerge più chiaramente se si considerano “i fini” che si pongono alla politica economica, i quali hanno carattere “qualitativo e non solo quantitativo”, il cui rigoroso apprezzamento può far considerare suscettibili di modificazione o riadattamento strutture produttive e distributive altrimenti ritenute inalterabili.

L’ultima suggestione è contenuta nell’attenzione che la Nota presta alla stimolazione incessante dei consumi individuali privati, che induce da una parte l’abnorme espansione anche dei consumi opulenti (di cui può essere considerata esempio la dilatazione sregolata dell’edilizia residenziale di lusso) e degli “investimenti speculativi o poco produttivi”, dall’altra lo stentato e limitato veicolamento di risorse verso i consumi collettivi e i beni pubblici, quali la sanità e l’istruzione, con conseguenze gravi per lo sviluppo e l’”incivilimento” dell’intero paese.

Per tutto ciò la “Nota aggiuntiva” reclamava “una nuova audace impostazione” garantita solo da “una politica di programmazione generale” a cui associare in modo decisivo i sindacati. Di lì a poco le prime grandi lotte sindacali, la Lettera a una professoressa di don Milani, l’esplosione dei movimenti studenteschi e giovanili del ’68, l’”autunno caldo” del ’69 avrebbero dimostrato quanto fosse antiveggente la denunzia – in cui sembra di poter cogliere echi adorniani e marcusiani – dei mali dell’istruzione e dell’Università, del consumismo irrazionale, della mercatizzazione esasperata, dell’abbandono delle aree sottosviluppate, della trascuratezza verso i beni pubblici. Ma l’antiveggenza vale anche per l’oggi. È difficile sopravvalutare il carattere “profetico” delle idee e del lessico della Nota: “direzione” dello sviluppo e dell’innovazione sono parole intramontabili, le distorsioni insite negli investimenti speculativi e nell’accumulo di “bolle” comprese quelle immobiliari ci minacciano ancora oggi, l’irrazionalità di un consumo drogato al solo scopo di alimentare nuove fonti di profitto è palesata dalla crisi ecologica e ambientale.

Rimane da chiedersi perché mai tale carattere “profetico” non sia colto dagli estimatori odierni – tra cui Mario Draghi – di Ugo La Malfa. Perché mai il Pnrr nazionale, che inizia esaltando la forza del miracolo economico italiano del dopoguerra, taccia la carica visionaria della “Nota aggiuntiva”.

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